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The Queen is Dead, l’eterna adolescenza degli Smiths

Pubblicato il 16 giugno 1986 dalla Rough Trade Records, The Queen Is Dead è il terzo album degli Smiths.

11:03:05  – 16/06/2020


Heaven knows I’m miserable now

Gli eroi son tutti giovani e belli. E’ così, in fondo, gran parte dei musicisti più amati sono morti giovani e la loro prematura dipartita ha sicuramente influito nella costruzione del mito, ha inciso il non vederli invecchiare, cambiare, divenire altro da sé. Ipotizzando un What If? del rock, cosa sarebbe successo se Jim Morrison o Nick Drake avessero saltato l’appuntamento col fato continuando a vivere? Sarebbero diventati vecchi saggi alla Robert Wyatt o anziani tromboni bizzosi e irascibili come Morrissey?

Ecco, la parabola dello zio Moz è esemplare, da alfiere con gli Smiths dell’adolescenza inquieta e tormentata a rockstar inacidita e dalle opinioni politiche quantomeno discutibili. E ciò ha influito in senso negativo sul gradimento postumo della band. Ma la realtà non funziona come nel romanzo di uno degli eroi di Morrissey, Oscar Wilde. E’ l’artista a invecchiare ed eventualmente imbruttire, l’opera d’arte resta intatta e immutabile, ed è quella che va giudicata.

Some records are bigger than others?

Difficile stabilire quale sia il disco migliore degli Smiths, i fans sono divisi sulla questione. E’ che loro sono sempre stati una band da canzoni, da singoli, e in ogni album ce ne sono di memorabili, accanto ad altre non allo stesso livello. Nelle intenzioni The Queen is dead doveva essere il loro disco definitivo. Lo è solo in parte. Sicuramente è un lavoro a cui fu riservata un’attenzione particolare. Le registrazioni iniziarono tra giugno e luglio 1985, prima a Manchester poi a Londra.

Per avere maggior controllo e concentrazione, poi, il grosso del lavoro fu completato nell’inverno 1985 ai Jacob Studios a Farnham. Nella campagna inglese, con Stephen Street a supportare tecnicamente i produttori Marr (soprattutto) e Morrissey. Solo per problematiche legali con la Rough Trade (con tanto di tragicomico tentativo di furto dei nastri da parte di Marr) poi il disco uscì il 16 giugno 1986. Non ci sono grosse differenze stilistiche rispetto ai lavori precedenti: ballate e numeri pop irresistibili, ritmica essenziale, la Rickenbacker di Johnny Marr e la voce languida da crooner di Morrissey, veri e propri marchi di fabbrica.

The Queen Is Dead, These charming men e gli Smiths

Il lato A si apre con la title-track, segnata dai riff rumorosi di Marr, ispirato dal suono di Sterling Morrison coi Velvet Underground (era appena uscito VU, raccolta postuma, e il chitarrista ne fu molto influenzato). Segue la marcetta di Frankly, Mr. Shankly, uno dei momenti prescindibili del disco e due ballatone classiche, I Know it’s Over e Never Had No One ever, per chiudere con l’irresistibile tour funerario di Cemetery Gates, in cui Morrissey ribadisce ancora il suo amore per Oscar Wilde.

Il lato B parte con un 1-2 formidabile, coi singoli Big Mouth Strikes Again (la tendenza di Moz a spararle grosse ha radici antiche) e The Boy With The Thorn On His Side. Dopo il rockabilly trascurabile di Vicar In A Tutu arriva quella che probabilmente è la vetta assoluta  della produzione musicale della ditta Morrissey/Marr, l’inno definitivo all’amore romantico di There Is A Light That Never Goes Out, il cui ritornello è stato saccheggiato da migliaia di innamorati.

Il tappeto d’archi che impreziosisce il brano è in realtà sintetico, frutto della scoperta da parte di Marr di un nuovo sintetizzatore, l’Emulator. Some Girls Are Bigger Than Others è la degna chiosa di un disco che, seppur non perfetto, ha contribuito più di ogni altro a costruire l’immaginario di una band tra le più amate e venerate del pianeta.

Gabriele Marramà 

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