USCITE DISCOGRAFICHE DELLA SETTIMANA| 9 febbraio 2024

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DECLAN MCKENNA – WHAT HAPPENED TO THE BEACH?
(alt pop)

Dopo il magnifico, ambizioso e spesso magniloquente secondo disco “Zeros”, uscito nel 2020, le aspettative per una definitiva consacrazione del musicista scozzese c’erano tutte. Peccato che Declan abbia deciso di sorprendere tutti e cambiare decisamente strada in questo terzo disco, e siccome questa è una rubrica in cui esprimiamo un giudizio al primo ascolto, stavolta possiamo solo dire che siamo stupiti e che servono decisamente più passaggi nel lettore per capire l’effettiva validità di questo lavoro.

 

Molto semplicemente, queste canzoni sono molto più leggere, sia come sound che come cantato, e c’è anche un minor grado di definizione melodica, un po’ come se Beck avesse una fascinazione per la disco music e per le ambientazioni nelle quali si trovano sia il relax che la positività. A istinto verrebbe da fare i complimenti all’autore per il coraggio di cambiare così radicalmente, però, in casi come questi, se il risultato non è di livello suona un po’ tutto come una scorciatoia. Davvero, non ce la sentiamo di farci un’opinione definitiva, diciamo che se lo vedrete nelle nostre classifiche allora sarà cresciuto con gli ascolti, altrimenti, probabilmente no.
(Stefano Bartolotta)

 

 


DUCKS LTD. – HARM’S WAY
(alt pop, power pop)

Il debutto, uscito nel 2021, di questo due di stanza a Toronto e composto in realtà da un australiano e da un inglese cresciuto negli USA, rappresenta uno dei migliori esempi negli ultimi anni di come la perfezione melodica sia in grado di entusiasmare anche ascoltatori scafati e abituati a melodie di qualità. È davvero il fattore che più di tutti non passa mai di moda, e, quando c’è, non serve praticamente altro per apprezzare un disco.

 

I due tornano per la seconda prova e la loro ispirazione non è si è affatto affievolita, anzi, si vola altissimi anche stavolta ed è impossibile non voler cantare queste nuove canzoni, irresistibili come se non più delle vecchie, grazie anche al consueto sound tirato, compatto e senza fronzoli, tagliente come un rasoio, senza compromessi e ideale per valorizzare le composizioni di Evan Lewis e Tom McGreevy. Anche la parte vocale fa la sua parte e questi 27 minuti passano in un baleno ma allo stesso tempo c’è la chiara sensazione che non serva altro. L’unico desiderio che rimane è quello di riascoltare il tutto al più presto, e in definitiva questo rischia di risultare il disco più da loop che possa esserci in questo periodo e magari in tutto il 2024. 

(Stefano Bartolotta)

 

 

 


THE TELESCOPES – ‘GROWING EYES BECOMING STRING’
(shoegaze)

Collettivo, quello capitanato da Stephen Lewrie, in giro da un oltre tre lustri, rinnovato nel tempo, che continua ad essere attivo sia per quanto riguarda l’attività live, reduci, tra l’altro da una serie di concerti anche in Italia all’inizio della scorsa estate, sia soprattutto per il mercato, con una discografia sterminata e questo “Growing Eyes Becoming String” è il sedicesimo album in cassaforte, praticamente nella seconda parte di carriera ne hanno pubblicati quasi uno all’anno.

 

Tra l’altro, come recita la news pubblicata ad inizio novembre, un disco che ha avuto una gestazione alquanto complicata, con la perdita dei file e il successivo ritrovamento. Registrato in due sessioni diverse, una a Berlino con Fabien Leseure nello studio Brian Jonestown Massacre (In un inverno gelido, arrivando travolti da un’intensa bufera, come recitano le note di copertina), quindi a Leeds con il loro primo e storico produttore Richard Formby. Alfieri e seminali di quello che è poi stato riconosciuto come un genere rivoluzionario, come lo shoegaze, che tanto ha generato nelle stagioni successive, elevando gran parte di quelle band a stato di culto.

 

Venendo al disco, anticipato dal singolo “What You Love”, una ballad crepuscolare, perfetta per un clima freddo, un mantra ipnotico a battuta lenta, per una racconto quasi spettrale. Una sorta di lato B, dei Telescopes, che verranno sicuramente ricordati più per il caotico rumore che per qualcosa di più intelligibile e quasi acustico. O la psichedelica e ipnotica (In The) Hidden fields, con un ritmo ossessivo o la conclusiva “There Is No Shore”, claustrofobia, rarefatta; più tradizionalmente shoegace l’apertura di “Vanishing Lines”, un mid tempo con la classica voce sommersa in una palude di fuzz chitarristici. Onore al merito per una band che ha fatto storia.
(Fabio Campetti)

 

 


CHELSEA WOLFE – ‘SHE REACHES OUT TO SHE REACHES OUT TO SHE’
(goth rock, doom, industrial)

Con il suo nuovo lavoro in studio l’artista californiana decide di accantonare le sonorità heavy degli ultimi dischi, per tornare alla sperimentazione e concentrarsi su nuovi paesaggi sonori pregni di trip-hop e accenni industrial. “She Reaches Out to She Reaches Out To She”, un titolo che parla del sé passato che si protende verso il sé presente e che a sua volta cerca crescita e guida dal futuro.

 

Dai sussurri inquietanti dell’apertura, “Whispers in the Echo Chamber”, l’album stabilisce immediatamente quali sono le maggiori fonti d’ispirazione, con la voce di Wolfe che ci riporta alla mente quella di Beth Gibbons (quest’ultima, tra l’altro è in procinto di uscire con il suo primo album solista a maggio), e dove vuole andare a parare. I produttori David Sitekc e Ben Chisholm forniscono all’artista una più che discreta tavolozza sonora con cui lavorare.  L’inquietante “Salt”, l’agghiacciante “Place in the Sun” e “Eyes Like Nightshade” pongono la fragile voce su un piedistallo sul cui sfondo si ergono di sintetizzatori e percussioni, e risultano essere senza dubbio i pezzi migliori. Questo lavoro è un buon ritorno,  seppur mi aspettavo qualcosa in più, specie alla luce delle interviste e delle dichiarazioni antecedenti l’uscita del disco. Magari salirà con gli ascolti, magari no. Vedremo.
(Davide Belotti)

 

 


HELADO NEGRO – PHASOR 
(alt rock, dream pop)

Prima di iniziare a fare musica con il moniker Helado Negro, Roberto Carlos Lange era già un eclettico artista visivo, cantante e produttore musicale. Mente brillante e visionaria, Lange ha fatto della multidisciplinarietà artistica e delle sue origini ecuadoriane, i due punti focali della sua produzione musicale. Non si sottrae a questo schema il nuovo album in studio, PHASOR, in uscita oggi per 4Ad. In soli nove brani Lange ci conduce in una dimensione sospesa, in bilico tra il sogno e il reale, Out There, in cui celebra una sorta di gioioso ritorno alla vita.

 

In questo spazio tutto è ovattato, ammantato da un calore rassicurante, a volte ricamato da atmosfere jazzy Es una Fantasia.L’ascoltatore si trova all’interno di un paesaggio luminoso ma al contempo protetto da una nebbiolina, che fa passare il calore ma protegge dalla violenza della luce. Le sonorità latino americane, che cuciono insieme le trame di questo lavoro, sono sempre misurate, mai troppo invadenti, neppure nei due brani più ‘elettrici’ del disco: LFO disegnata da percussioni vivide e violini in background, e Wish You Could Be Here, governata da synth ad alta frequenza. Helado Negro è riuscito a realizzare un disco mirabile, che si ascolta con grande piacere e di cui è facile cogliere la complessa eleganza sonora.
(Chiara Luzi)

 

 


BRITTANY HOWARD – WHAT NOW
(alt rock, experimental)

Brittany Howard ha avuto una carriera estremamente eclettica come chitarrista e frontwoman, guadagnandosi molti applausi nel recente passato. Il suo debutto da solista nel 2019 “Jaime” l’ha vista lavorare con una tela musicale più ampia che comprendeva elementi soul, elettronici, jazz e pop. What Now è un lavoro assai robusto che continua la sua traiettoria sperimentale.  C’è una tale varietà di prelibatezze per i fan e i nuovi ascoltatori in cui immergersi attraverso dodici tracce godibilissime. I suoi testi, infine,  sono acuti e d’impatto, con una piccola spolverata di giocosità che non guasta in questi tempi così delicati. L’album è un viaggio gioioso al di fuori dei limiti e testimonia il suo talento a tutto tondo. Tra i migliori lavori di questa settimana. 
(Giovanni Aragona)

 

 


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