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Urban Hymns, il 29 settembre 1997 la rinascita dei Verve

Urban Hymns è il terzo album in studio dei Verve, pubblicato il 29 settembre 1997 dalla Virgin Records. Divenne l’album più venduto del gruppo e uno dei dischi di maggiore successo di quell’anno. Prodotto da Chris Potter e Martin Glover

00:18:25  – 29/09/2020


 

La camminata come catarsi

L’universo dei video musicali è costellato di camminate divenute leggendarie. Una delle più iconiche è quella di Richard Ashcroft nel video di Bitter Sweet Symphony. Lo statuario frontman dei The Verve avanza sicuro, camminando in linea retta con lo sguardo fiero, carico di rabbia. ’I can’t change/I’m here in my mold’ canta mentre travolge ogni ostacolo che gli si pone davanti, evocando il noto gesto catartico di Jodorowsky. L’unico modo per affrontare le asperità è andare avanti senza fermarsi. Il maestoso brano, o inno, per cui venne realizzato questo video fu il preludio di un atto poetico più grande, l’uscita di Urban Hymns, terzo album in studio della band.

Urban Hymns la nuova via dei Verve

Il disco, pubblicato il 29 settembre 1997, segna la reunion del gruppo inglese dopo una rottura durata circa un anno, dal 1995 al 1996. Con questo nuovo lavoro, i quattro di Wigan intraprendono una nuova via stilistica. Abbracciano apertamente le influenze del Brit Pop, senza esserne però totalmente sopraffatti. Mentre i primi due pregevoli lavori, A Storm in Heaven e A Northern Soul, possiedono un’anima che si snoda fra la psichedelia e lo shoegaze, Urban Hymns segue una direzione più melodica. Questo permette alla band di creare ballad intense, spesso squarciate dalla magistrale chitarra di Mc Cabe.

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Un inno alla complessità del vivere

Ogni brano è letteralmente un inno: alla gioia, alla rabbia, all’amore, al dolore. Ashcroft è un poeta a suo modo schietto. Canta le contraddizioni e i dolori del vivere contemporaneo, ma la qualità musicale con cui lo fa ci rende più semplice perdonargli questa sua disincantata franchezza. È impossibile non rimanere rapiti dalle solenni texture della sopracitata opener Bitter Sweet Symphony, il cui stesso destino si è rivelato dolce amaro per via delle ben note controversie legali con i Rolling Stones. La malinconia e il dolore di Sonnet e The drugs don’t work sono certamente intensi, ma è un piacere abbandonarsi a queste melodie puntellate da chitarre e solidi violini. Pur camminando in linea retta verso il nuovo, la band non riesce a staccarsi totalmente dal passato. Sono fortunatamente intatte le radici psichedeliche che, grazie a Mc Cabe e Tong, tornano ad irradiare con elettricità The Rolling People, Come On, Catching the Butterfly, per poi dilatarsi lisergiche in Neon Wildness. In fin dei conti anche il Brit pop può avere un animo selvaggio e mistico. 

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Conclusioni 

Urban Hymns consacrò definitivamente i Verve come una delle band più importanti degli anni ‘90. La vita però è contraddittoria e dopo aver raggiunto l’apice del successo, il gruppo subì un nuovo strappo. Una nuova cucitura avvenne nel 2008 ma Forth non ebbe lo stesso splendido destino del suo predecessore. Quello che i Verve riuscirono a creare nel 1997 fu un unicum, un lavoro maturo il cui ascolto risulta essere ancora oggi totalmente immersivo. 

Chiara Luzi 

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