‘ULTRAMEGA OK’, l’ingresso in scena del Giardino del Suono

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L’esordio discografico dei Sooundgarden

 

Che qualcosa di epocale bollisse in pentola nell’estremo nord ovest americano, all’altezza   del 1988, era ormai un fatto. Molte delle band cardine di quello che verrà etichettato come “Grunge” e limitrofi, esordirono infatti intorno a quell’anno. La portata che quella scena avrà a livello di impatto internazionale su musica e costume, beh quello nessuno poteva ancora immaginarlo. Proprio del 1988 è Ultramega OK, esordio su LP dei Soundgarden, tra le principali e più indimenticabili band sbocciate tra la fucina di nuovi talenti compositivi dell’alternative a     stelle e strisce. 

 

Preceduto di qualche mese dagli EP Screaming Life e Fopp, entrambi prodotti dalla famigerata Sub Pop, Ultramega OK esce invece per la leggendaria SST, etichetta indipendente principe degli anni Ottanta americani, unico caso nella discografia di Cornell          e soci, che quando il disco esce hanno già firmato per la AM, cui rimarranno fedeli fino al loro ultimo LP prima dello scioglimento, Down on the Upside, del 1996. 

Led Sabbath

 

Formatisi nel 1984 a Seattle, con alla voce il compianto Chris Cornell, alla chitarra Kim    Thayil, al basso Hiro Yamamoto e alla batteria Matt Cameron, poi nei Pearl Jam, la band attende qualche anno prima di dare alle stampe i primi lavori ufficiali, suonando nel  frattempo molto spesso dal vivo e facendosi conoscere soprattutto negli immediati dintorni di Seattle.

 

Tra i primi critici che ne scrissero, qualcuno li definì con acume “Led Sabbath”, crasi che ne definisce in maniera concisa le principali influenze, che al contrario di diversi altri futuri paladini del Grunge, non orbitavano principalmente intorno al garage (Green River, Mudhoney) o al punk (Nirvana), e nemmeno agli alfieri del grande rock anni Settanta come Neil Young e Springsteen (Pearl Jam), pur facendo capolino qua e là tutti i suddetti influssi, bensì alle colonne dell’hard britannico di un paio di decenni prima, in particolare appunto le band capitanate da Plant e Osbourne. Dalla prima, i nostri assorbirono un certo chitarrismo sontuoso e la straordinariamente plantiana timbrica vocale di Cornell, dai secondi la magnetica tentazione di rallentare qua e là il battito cardiaco e visitare lande tenebrose e pachidermiche.

 

Ultramega Rock

Tutto ciò è evidente già nei 42 minuti dell’LP d’esordio, un primo saggio e assaggio della visione-missione di Cornell e soci, un’idea di riproposizione e tentativo di relativo svecchiamento di vecchi stilemi hard ormai stantii, miscelati a nuove diverse influenze e spurgati da qualsivoglia mentalità “sex, drugs and rock’n’roll”.  Seppur probabilmente il loro album più debole, soprattutto per la mancanza di brani “classici” rimasti poi con persistenza nel loro repertorio live, l’esordio trasuda una maturità e una compattezza degna di una band già navigata, lasciando il segno sia nel pubblico hard e metal, sia in quello del nuovo rock.

 

 

Nel lato A colpiscono l’uno due iniziale: il primo e unico singolo Flower e l’incalzante cavalcata punk metal All Your Lies, tra i brani migliori, e la stoogesiana Circle of Power, posta a chiusura della prima frazione. Nel lato B spicca la urticante Nazi Driver, e in generale viene fatta rallentare la giostra, con poderose iniezioni di hard blues, come in Incessant Mace e nella splendida rilettura di Smokestack Lightning di Howlin’ Wolf, probabilmente il brano migliore del lotto.

 

 

Singolare e programmatica l’ironia che permea il disco, tesa a prendere in giro certi luoghi comuni legati al metal anni Settanta e Ottanta: 665 e 667 sono parodie delle accuse di satanismo da sempre rivolte alla musica del diavolo (ed evitano già dal titolo di evocare il fantomatico numero del diavolo). 665 è piena poi di finti messaggi subliminali riguardanti Babbo Natale. 

Conclusioni

 

La conclusiva One Minute of Silence nasce come caricaturale cover della canzone di John Lennon intitolata Two Minutes of Silence, che è esattamente quello che il titolo promette: ma nella versione soundgardeniana, le voci di sottofondo sono quelle di Kim Thayil, che non riusciva a stare zitto nemmeno per un minuto, a detta dei colleghi. Ultramega OK vendette dignitosamente per essere una produzione indipendente, e continuò a vendere anche più avanti quando dopo il successo commerciale tanti nuovi fan si avvicinavano alla band. Ma buona parte della critica non ne fu entusiasta (qualcuno scrisse “Ultramega così e così”!) forse a ragione: seppur compatto e potente, il disco restituiva l’immagine di una band in piena trasformazione, non ancora giunta a completa maturazione.

 

I successivi Louder Than Love e soprattutto Badmotorfinger sublimeranno al meglio la nuova versione dell’hard di cui i Soundgarden volevano farsi portavoce,  finalmente evidente in brani sempre più indimenticabili e meno grezzi. Il successivo Superunknown poi, li fece ascendere allo status di legittimati caposaldi del nuovo rock anni Novanta.

(Nicolas Merli)


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