27/05/2024
uscite discografiche luglio - www.infinite-jest.it
In questo numero di uscite discografiche della settimana abbiamo ascoltato gli album di Slowdive, Jeff Rosenstock, Royal Blood, Neon Waltz, The Natvral , Speedy Ortiz, Pretenders, Pale Blue Eyes, Hey Colossus.

In questo numero di uscite discografiche della settimana abbiamo ascoltato gli album di Slowdive, Jeff Rosenstock, Royal Blood, Neon Waltz, The Natvral , Speedy Ortiz, Pale Blue Eyes, Hey Colossus.

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta e Fabio Campetti 



THE NATVRAL – SUMMER OF NO LIGHT
(heartland rock)

Il percorso di allontanamento intrapreso da Kip Berman nei confronti di ciò che ha fatto con i Pains Of Being Pure At Heart continua inesorabilmente con questo nuovo progetto, che, al secondo album, mette in mostra senza compromessi la scelta dell’artista di rifarsi sempre di più all’heartland rock proprio degli USA, influenza già evidente nel debutto e che ora ha preso decisamente il ruolo di protagonista. Kip canta con voce ruvida, anche urlando a piena gola se serve, e accompagna la sua voce con la classica interazione tra chitarra elettrica e piano propria del genere di riferimento. Ogni tanto arrivano anche svisate slide tipiche del country, proprio per non lasciare alcun dubbio sull’”americanità” dell’album. Come da copione, si rallenta solo sull’ultima canzone.

Ora, è ovvio che una proposta così sia destinata a dividere, perché onestamente è difficile dissociare Kip dai Pains, anche se questi ultimi non sono più attivi di diverso tempo, e, di conseguenza, un ascolto così lascia straniti. Però, se si va al di là del passato dell’artista, non si possono non riconoscere due cose: la prima è che, quantomeno, il Nostro ha avuto il buon gusto di non utilizzare più il nome precedente per fare musica così diversa (ogni riferimento a Alex Turner è puramente voluto); la seconda, e più importante, è che queste sono belle canzoni, con ottime melodie e un’interpretazione, sia vocale che strumentale, molto legata alla tradizione ma davvero sentita e genuina. Ovviamente, nel giudizio entrano anche fattori di gusto personale, e io, che sono fan di Bruce Springsteen e Bryan Adams, non posso che promuovere questo disco.

(Stefano Bartolotta)


NEON WALTZ – HONEY NOW
(brit-rock)

Quando questa band scozzese pubblicava il primo disco, ovvero nel 2017, le canzoni pop-rock basate sull’immediatezza melodica e su una vocalità accattivante non sembravano interessare più a nessuno. Oggi, invece, qualcosa è cambiato, quantomeno tra il grande pubblico del Regno Unito, con i ripetuti successi di vendite dei vari Lathums, Lottery Winners, Sherlocks, e così, i Nostri tornano dopo sei anni e, probabilmente, sperano anche loro che ci siano le condizioni giuste per essere notati. Naturalmente, perché ciò succeda, l’ascolto del disco deve mostrare solidità, quantomeno sotto i due punti di vista sopra specificati, e, almeno a un primo passaggio, la prova sembra superata.

Queste sono canzoni che spingono proprio al canto sfrenato, che estraggono proprio da ogni ascoltatore il suo lato canterino, grazie proprio all’ottima qualità melodica e alla voce di Jordan Shearer, francamente irresistibile, soprattutto per chi è particolarmente affascinato dai timbri vocali più carismatici del britpop, come quelli di Tim Booth dei James e di Rick Witter degli Shed Seven. Attorno a questo perfetto connubio melodico-vocale, le canzoni sono costruite con un buon senso dell’equilibrio tra energia e controllo del ritmo, in modo che la cantabilità venga ulteriormente valorizzata. Il risultato è uno di quelli in grado di far sì che, con l’ascolto, si lascino da parte i problemi e si possa ritrovare un po’ di serenità.

(Stefano Bartolotta)


SLOWDIVE –  EVERYTHING IS ALIVE 
(shoegaze)

Anticipato da ben tre singoli il nuovo degli Slowdive conferma, in toto, quanto questa reunion sia stata una delle più importanti ed efficaci degli ultimi anni, non solo per far ri-scoprire la mastodontica, in termini d’importanza, discografia della band di Reading, ma proprio per una ritrovata o mai svanita verve artistica, “Everything is alive” il quinto lavoro in cassaforte sulla lunga distanza è bellissimo, anche superiore al precedente, che già ci era piaciuto molto, “Kisses”, “The Slab”, “Alfie” i succitati primi brani anticipatori sanno di dream pop da libri di scuola, come dire: lasciamo parlare i maestri.

Gli ingredienti, fortunatamente, sono i medesimi da sempre, asticella altissima e consueta grande classe, Neil Halstead e Rachel Goswell spesso all’unisono, in una perfetta simbiosi, le abitudinarie chitarre dilatate, la batteria riverberata in lontananza, il pathos che ha contraddistinto il loro marchio di fabbrica dal lontano 1990, quando firmarono per il guru Alan McGee e la storica Creation.

La claustrofobica “Shanty”, con il fragoroso distorto preso in prestito dai cugini My Bloody Valentine,  la cullante strumentale “Prayer Remembered”, l’ipnotica “Andalucia Plays”, forse uno dei brani migliori completano, tra le altre, otto tracce di pura magia, sicuramente tra i dischi dell’anno.

(Fabio Campetti)


JEFF ROSENSTOCK – HELLMODE 
(indie-rock, power pop)

Al primo accordo di Hellmode la sensazione è chiara: questo power pop semplicistico e affrettato vi coinvolgerà tanto.Ogni canzone sembra sanguinare l’una nell’altra, formando un blob omogeneizzato con una singola vena arrabbiata che pulsa attraverso il corpo uniforme e omogeneo di un disco accurato e ben suonato. Questo è sempre stato il piano dei dischi di Rosenstock; oltre a pubblicare cinque album (più un disco di remix) in otto anni, ha pubblicato musica con Laura Stevenson, Chris Farren (come Antarctigo Vespucci) e la Bruce Lee Band, tra gli altri. Qui l’asticella qualitativa si alza, e di tanto.

(Giovanni Aragona)


ROYAL BLOOD – BACK TO THE WATER BELOW 
(alternative rock, dance-rock)

Back To The Water Below è il lavoro spartiacque che serviva alla carriera dei Royal Blood. Il disco è un lineare processo di crescita  della formula che ha già portato al successo la band e allo stesso tempo, lascerà i vecchi fan con un leggero amaro in bocca. Come progetto diversificato e coeso, questo album è posizionato in modo univoco nella discografia dei Royal Blood. Laddove tutti gli LP passati hanno contribuito a creare un setlist già pronto e confezionato per incendiari spettacoli dal vivo, quest’ultimo lavoro ha, poche hit e tanto ragionamento da studio così agli estremi che riuscirà a creare stati d’animo fluttuanti durante un viaggio a tratti onirico. Un’esperienza breve e fugace di 30 minuti per inanellare l’uscita più onnicomprensiva dell’intera carriera dei Royal Blood.

(Giovanni Aragona)


SPEEDY ORTIZ – RABBIT RABBIT
(indie-rock, noise-pop)

Da una band attiva da 12 anni con già tre album alle spalle, ci si aspetta qualcosa di veramente importante. Spiace esser così brutali nel dirvi da dubito che no, non ci siamo per niente. Solidi riff di chitarra, voce accattivante retronostalgicamente grunge, ma nel mezzo un deserto arido di idee.  Forse avrebbero potuto beneficiare di un lavoro di produzione più massiccio di quello eccessivamente pulito offerto per questo lavoro. Paradossalmente le canzoni minori dell’album sono quelle a mostrare un potenziale che avrebbe potuto essere migliorato a vantaggio di 3/4 di disco in cui a governare sono dei riff da liceali in “occupazione”. 

(Giovanni Aragona)


PALE BLUE EYES – THIS HOUSE 
(gothic rock, dream pop)

This House ha intrinsecamente il suono alternativo che già deve molto all’indie della fine del 20° secolo e che pè stato aumentato con una sostanziale dose di sintetizzatori ben infarcite da chitarre goth. Pieno di melodie pop, il disco dei due coniugi si increspa e guida l’ascoltatore attraverso ingranaggi ethereal wave prima dell’immersione totale in fluttuanti paradisi pop. Gradevole. 

(Giovanni Aragona)


HEY COLOSSUS – IN BLOOD 
(psych rock, shoegaze)

Dopo l’uscita e il successivo successo del loro album Dances/Curses nel novembre 2020, la band londinese Hey Colossus è tornata con un disco nuovo di zecca intitolato In Blood. Ciò che è davvero sorprendente di questo nuovo disco è il cambiamento di atmosfera rispetto al loro sforzo precedente. Ma dove l’album ha davvero un senso completo è certamente con l’ultimo, meraviglioso, brano Over Cedar Limb, un requiem lisergico e acidissimo di sette minuti che incarna tutte le diverse sfaccettature del trauma, dolore, senso di colpa, confusione, catarsi e rinascita. Ci saremmo aspettati qualche batteria in più, francamente, ma il disco nel complesso è gradevole. 

(Giovanni Aragona)


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