Il ’13’ dei BLUR, l’anticamera di un nuovo millennio

blur 13 - www.infinite-jest.it
La band capitana da Damon Albarn nasce nel 1989 dall’incontro del nostro con il chitarrista Graham Coxon, il bassista Alex James e il batterista Dave Rowntree, e due anni dopo inizia già a sfondare. E’ il 1991, piena madchester-era in terra d’albione ed i Blur danno alle stampe Leisure, un disco che, in paragone a quelli successivi,  risulta meno personale e più derivativo, influenzato com’è dalle mode shoegaze/baggy di fine anni 80, inizio anni 90. Un momento d’oro che inizia pian pianino a scemare, lasciando il campo da gioco al triphop e al nascente brit pop.

Ed è cosi che i nostri con “Modern Life is Rubbish” prima, ma soprattutto con quel discone di “Parklife” poi, svoltano e iniziano a plasmare quel loro caratteristico sound che da li a poco li renderà tra le band più famose del mondo, in piena lotta con gli Oasis per il trono di miglior band Britpop. Lotta che all’uscita del 4 disco “The Great Escape”, sarà vinta, anche se per pochissimo, dalla band dei fratelli Gallagher. Accantonata la stupida, seppur simpatica, faida con i fratelli Gallagher, i Blur si rendono conto che devono osare ancor di più. Si chiudono in studio e nell’arco di due anni danno alle stampe due dischi al limite della perfezione: “Blur” e “13”. Ed è di quest’ultimo che oggi andremo a parlare, dato che venne pubblicato in questi giorni di 25 anni fa.
Senza ombra di dubbio il disco più coraggioso della band britannica ed al contempo il più difficile da mettere a fuoco fin da subito, ’13’ rappresenta al meglio tutto quello che la band poteva essere: a tratti è sperimentale, oscuro ed al limite della stranezza, a tratti è giocoso e del tutto comprensibile. Rimanendo cosi uno dei dischi migliori degli ultimi 25 anni grazie alla sua capacita di catturare un momento storico fondamentale, rappresentando contemporaneamente una sorta di chiosa finale degli anni ’90, della musica brit pop, dell’amore tra Damon e Justine Fichmann e dei Blur stessi, con Graham che di li a poco lascerà la band.
Il sesto lavoro in studio della band cancella fin da subito ogni sorta di convenzione pop con ‘Tender’ l’epica apertura dalle sfumature gospel, una sorta di risposta dolce-amara di oltre sette minuti a “Hey Jude” dei Beatles, dove armonie calpestate ci ribadiscono allo stesso tempo il classico mantra de “l’amore è la cosa più grande che abbiamo, ” e la richiesta supplichevole di “superarlo”.
La lamentosa ballata “No Distance Left To Run” riecheggia lo stesso spirito di onestà emotiva che emerge dalla rottura del cantante Damon Albarn con la fidanzata dell’epoca, risultando uno dei brani di desiderio e rimorso migliori della band. Insieme, queste due canzoni dimostrano che in questo disco i Blur mantengono lo stesso acuto spirito di osservazione che permeava i loro lavori precedenti, ma lasciano quasi cadere il pastiche ironico (su tutte le canzoni tranne “Coffee and TV”, unico vero episodio che si riallaccia al passato della band ), decostruendo sottilmente le convenzioni superficiali del loro lavoro per riconfigurarlo in nuove risonanze emotive e una rinnovata audacia estetica.
I vasti paesaggi sonori di “13” contribuiscono anche allo status di disco “anti-blur“, come se la band volesse chiudere ogni ponte col passato, ed alcuni come quelli presenti in “Trim Trabb” e “Caramel”, creano un’atmosfera coinvolgente e perfetta nel contesto finale. Mentre ‘Bugman’ si muove dalle parti di un rock dalle distorsioni più sfrenate possibili, la dilatata ‘Battle’ apre a scenari più sintetici e ‘Trailer park’ si colloca a metà strada tra dub e hip hop.
Che dire di piu? Ci troviamo di fronte a quello che è a tutti gli effetti l’ultimo grande, grandissimo disco dei Blur. Nonché enorme prova di personalità disarmante da parte di tutti e quattro i ragazzi della band, desiderosi come non mai di rimettersi in gioco, riuscendoci alla grande senza perdere mai il filo del discorso.  

(Davide Belotti)


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