“Questo disco è il culmine di tutto ciò che ho fatto”. Intervista a DANIEL BOECKNER

 

intervista boeckner - www.infinite-jest.it

 

 

Dopo quasi vent’anni di attività, trascorsi in band importanti come Wolf Parade, Handsome Furs, Operators, Divine Fits e altre, il canadese Daniel Boeckner giunge alla prima prova solista, uscita lo scorso 15 marzo. Per l’occasione siamo stati felicissimi di poter scambiare quattro chiacchiere con lui via Zoom. Daniel, come potrete leggere, è stato estremamente disponibile a raccontarci ogni aspetto di questo disco e, di riflesso, della sua importante carriera.

 

Questo è il tuo primo album da solista, ma tu hai scritto canzoni per molto tempo, quindi ti chiedo quando hai scritto esattamente queste canzoni. Sono tutte canzoni abbastanza nuove, o c’è qualcosa che hai scritto anche molti anni fa?

Sono tutte nuove. Volevo iniziare il processo di realizzazione di questo album in modo completamente nuovo, quindi sì, sono tutte canzoni nuove. C’è solo una canzone su cui stavo lavorando da un anno prima ma in seguito ho cambiato quasi tutto, come il testo e tante altre cose. Ho solamente tenuto la progressione degli accordi e l’atmosfera generale e sono queste le uniche cose che non ho scritto interamente durante questo processo.

Hai preso parte a diversi progetti musicali. Come pensi di aver tratto ispirazione da ognuna di queste esperienze? Hai effettivamente tratto ispirazione da esse o almeno da alcune di esse? 

 

Sì, penso che questo disco in particolare sia semplicemente il culmine di tutto ciò su cui ho lavorato fino a ora. Prima dei Wolf Parade suonavo in gruppi punk, ho sempre suonato in gruppi cross-punk e noise prima di iniziare a pubblicare musica indie-rock e penso che i Wolf Parade mi hanno insegnato a scrivere canzoni e anche a sentirmi più a mio agio con la chitarra, a conoscere diverse modalità di suonare la chitarra; poi ci sono gli Handsome Furs, che hanno rappresentato per me un corso intensivo di musica elettronica; sono cresciuto amando la musica elettronica, ma non l’avevo mai fatta prima, non sapevo programmare una drum machine o un sintetizzatore.

 

Nel corso degli anni, penso di aver sviluppato bene queste capacità, e in precedenza avevo sviluppato quelle legate al songwriting con i Wolf Parade. Anche lavorare con Britt Daniel (nei Divine Fits ndr) è stato un grande passo avanti per me in termini di costruzione della canzone, imparando anche quando è giusto eliminare le cose. In questo disco ho messo tutte queste cose che ho imparato nel corso di tutti questi anni e con queste diverse esperienze.  

 

Nel disco ci sono molti tipi diversi di strumenti, sia elettrici che elettronici. Quanto è stato difficile farli interagire in modo corretto in modo che il risultato andasse bene? 

 

Non è stato così difficile. È stato abbastanza facile per il produttore con cui ho lavorato Randall, Randall Dunn, che è un mio amico. Ha lavorato molto con musica pesante basata sulla chitarra, ha prodotto molti dischi dei Sunn O))), ad esempio, poi ha lavorato anche con i Wolves In The Throneroom e con i Boris. Penso che la sua idea fosse simile alla mia e che fossimo molto allineati per quanto riguarda il prendere chitarre e sintetizzatori e farli interagire tra loro, fino a creare una sorta di lenzuolo di suono con quello che hai a disposizione. 

 

 

Hai appena parlato del tuo produttore, ma, in generale, anche se questo è un disco solista, c’è un aspetto collaborativo in esso, so che ci sono alcune collaborazioni nel disco. 

 

Sì, assolutamente. Quando io e Randall abbiamo iniziato a lavorare all’album, la prima cosa è stata ovviamente che volevamo che fosse una vera band, volevamo la batteria dal vivo. Volevamo che non suonasse come un patchwork di cose diverse e lui ha suggerito Matt Chamberlain che, secondo me, è uno dei migliori batteristi viventi in questo momento. Ha lavorato con Fiona Apple e ha suonato nei dischi di Bowie. È stato per anni con Bob Dylan, la sua gamma è incredibile, dato che è in tour con Diana Krall in questo momento, suonando, fondamentalmente, jazz improvvisato.

 

Ma io e lui abbiamo anche lavorato su alcune cose più vicine al rock generalista, e anche ad alcune cose noise, per cui lui è in grado di suonare praticamente qualsiasi cosa e capisce davvero la struttura delle canzoni. Quindi è parte integrante del disco. L’altra persona è Brad Laner che ha suonato molto la chitarra e ha cantato molte seconde voci. Sono stato un grande fan delle cose di Brad fin da quando, da adolescente, suonava in una band chiamata Medicine. che di solito viene descritta come i My Bloody Valentine americani, ma penso che la loro musica abbia radici più nel post-punk, quasi al limite dell’industrial. I suoi accordi di chitarra sono molto particolari e molto stimolanti per me. Quindi gli abbiamo chiesto di suonare in una canzone, che è poi diventato di suonare in due e poi in tre e poi ha suonato nell’intero disco. 

 

Parlando della sezione ritmica, ne sono rimasto particolarmente colpito ascoltando le canzoni. Hai già parlato della batteria, mi vuoi dire qualcosa anche su come essa ha interagito coi suoni del basso, ad esempio? 

 

Certamente, mi piace parlarne. Una cosa che Matt ha fatto, e che ha davvero fatto fatto sì che il disco risulti un lavoro compatto, riguarda le demo che avevo registrato per questo album. In esse, le canzoni sono caratterizzate dalla drum machine, ad esempio la CR78 della fine degli anni ’70, come quella presente in “Heart of Glass” dei Blondie, l’ho usata molto nelle demo dell’album. Matt ha un sistema di suonare la batteria secondo cui la suona dal vivo ma allo stesso tempo innesca un vecchio synth, un ARP 2600.

 

Insomma, Matt mi ha detto che poteva suonare dal vivo le trame di batteria che avevo creato con la drum machine, e che poi avremmo potuto fare un mix con tutto. Quindi quando siamo arrivati alla fase centrale dell’album, avevo eliminato la maggior parte delle drum machine, e al loro posto c’è Matt. Per quanto riguarda il basso, io ho suonato il basso in molte delle canzoni del disco, e il mio l’amico R John l’ha suonato in altre. Quando eravamo in studio, chiunque avesse l’idea migliore per il basso l’ha suonata e, quindi, ha lavorato con Matt. Per costruire la sezione ritmica la maggior parte del tempo ero io al synth basso a interagire con la batteria. E questo per me è stato davvero emozionante, vedere le canzoni prendere vita in quel modo. 

 

 

Un’altra cosa che mi è davvero piaciuta è la varietà del cantato che hai adottato, un buon numero di registri diversi. Quindi ti chiedo se hai preso ispirazione solo da come suonava la canzone o avevi già deciso come cantarla solo seguendo la melodia che avevi scritto? Come ti sei approcciato al canto? 

 

Prima ancora di iniziare a scrivere le canzoni, stavo parlando con Jonathan della Sub Pop e lui sosteneva che fosse arrivato il momento di mettere la mia voce in primo piano con questo album, non come succede negli album post-punk o punk in cui la voce sta sotto. Quindi ho preso un impegno con me stesso: avrei provato a cantare con la mia gamma completa perché con i Wolf Parade canto molto spesso nella parte alta del mio registro, ma in realtà sono anche in grado di abbassare molto la tonalità. Con queste canzoni ho voluto che non ci fossero regole e che avrei dovuto e voluto cantare qualunque cosa si adattasse bene alla canzone. È stato davvero liberatorio per me. 

 

Per quanto riguarda i testi, qui in Italia l’inglese non è la nostra lingua madre, per cui ci viene più naturale ascoltare il suono piuttosto che fare caso ai testi. Quindi, ti se vuoi dirmi qualcosa in generale su questo aspetto dell’album. 

 

Questo è un disco molto personale, più di tutti gli altri che ho fatto, eccetto forse il primo disco dei Wolf Parade. Spesso ho scritto i testi, soprattutto con gli Handsome Furs e gli Operators, come se stessi scrivendo un romanzo di fantascienza, ma con questo disco avevo così tante cose in ballo nella mia vita che c’era proprio un’esigenza che io cantassi semplicemente da un punto di vista personale. 

 

Ho guardato il video di “Lose”. So di dire una cosa ovvia, ma è molto, molto rosso. Com’è nata la scelta di rendere il rosso il colore prevalente del video? 

 

È un colore che amo molto, anche perché ha un forte significato politico. Quindi ho pensato che potevamo anche provarci e fae questa cosa. 

 

Mi fai venire in mente la prima volta in cui vidi i Wilco molti anni fa. Un fan chiese l’autografo a Jeff Tweedy porgendogli un pennarello rosso e dicendogli “col rosso è meglio”. Jeff ha risposto: “è molto meglio”. 

 

È molto meglio, sì. Sono d’accordo con il compagno Jeff Tweedy! 

 

Hai intenzione di portare l’album in tour? E stai già assemblando la tua live band? Forse i tuoi musicisti con cui hai suonato in studio sono occupati e quindi devi andare con persone diverse, o invece verranno in tour con te? 

 

Penso che ogni tour sarà leggermente diverso per quanto riguarda chi suonerà con me. Il tour in Nord America avrà Brad Laner, il che è fantastico perché si è ritirato dai tour dieci anni fa, e ha deciso di uscire dal ritiro per fare questo e poi i tastieristi e la batteria della band saranno gli altri due membri membri dei Divine Fits, ovvero. Sam Brown e Alex Fischel che suona anche con gli Spoon. All’inizio di quest’anno ho suonato in uno spettacolo di beneficenza con Matt Chamberlain e Jessica Dobson, che è un’incredibile chitarrista. Quindi penso che anche loro verranno in viaggio con me. Il tour dal vivo sarà divertente perché fondamentalmente suoniamo l’album e poi io suono un sacco di canzoni del passato. Quindi canzoni degli Wolf Parade, degli Handsome Furs, tutte rielaborate. Quindi sarà davvero bello presentare queste cose alla gente. 

 

Spero che tu venga anche in Europa. Non so se verrai in Italia ma forse almeno verrai in Europa. Beh, sicuramente. Ho un booking europeo per questo progetto. E voglio davvero suonare in Italia. Alcuni dei miei concerti preferiti in Europa li ho fatti in Italia, ricordo in particolare l’Hana-Bi. 

 

Sì, un posto fantastico. Quello è speciale, speciale davvero, lo adoro. Mi è anche piaciuto molto suonare al Locomotiv di Bologna, quindi spero proprio di riuscire a suonare in Italia.

(Stefano Bartolotta)


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