USCITE DISCOGRAFICHE DELLA SETTIMANA| 15 marzo 2024

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BOECKNER – BOECKNER !
(indie-rock, art-rock)

Dopo una vita passata tra band importanti come, tra le altre, Wolf Parade, Handsome Furs, Operators e Divine Fits, Daniel Boeckner va da solo e decide di proporsi sul mercato discografico a proprio nome. In realtà, il disco ha un importante aspetto collaborativo, grazie a contributi importanti come quelli del produttore Randall Dunn, del batterista Matt Chamberlain e del chitarrista Brad Laner.

 

Il disco è la rappresentazione perfetta di come un musicista navigato e con esperienze diverse alle spalle possa comunque ancora essere in grado di suonare fresco e moderno, trasferendo nelle sue canzoni il proprio gusto in fatto di songwriting e di suono senza dare l’impressione di rimanere ancorato al passato. C’è l’attitudine epica dell’indie-rock canadese degli anni Zero, che ebbe i Wolf Parade tra gli esponenti di punta; c’è l’utilizzo dell’elettronica come arricchimento degli arrangiamenti proprio degli Handsome Furs; c’è la capacità di spolpare il suono e mantenerne solo gli elementi essenziali che caratterizzava i Divine Fits; tutto questo, come detto, non suona come un miscuglio di cose del passato, ma riesce a essere tremendamente attuale proprio perché si sente che le idee in fase compositiva e produttiva sono nate da persone che stanno chiaramente vivendo il proprio tempo e che, quindi, hanno sapientemente filtrato quanto fatto in passato in base a ciò che sta succedendo oggi. Si tratta, quindi, di un ottimo lavoro, da parte di una personalità importante degli ultimi vent’anni di indipendenza musicale nordamericana, che non ha mai goduto delle luci della ribalta, e probabilmente mai le ha cercate, ma ne ha viste e vissute tante ed è ancora in grado di cavalcare le onde giuste.
(Stefano Bartolotta)

 


VASCO BRONDI – UN SEGNO DI VITA
(songwriting)

Archiviata ormai definitivamente l’esperienza come Le Luci Della Centrale Elettrica, Vasco Brondi prova a dare “un segno di vita” con questo secondo disco a proprio nome, a tre anni dal debutto di questo nuovo corso. Il percorso dell’artista ferrarese è certamente coerente con la scelta di presentarsi a proprio nome, nel senso che il suono è certamente semplice e immediato, da progetto solista come in effetti questo è.

 

Il problema è che questa scelta, unita al fatto che ormai da tempo Brondi scrive canzoni più votate all’osservazione e all’introspezione gentile piuttosto che ai sentimenti forti che avevano caratterizzato i suoi inizi, fa sì che il disco scorra senza sussulti e che non vada al di là della piacevolezza d’ascolto, senza scuotere in nessun modo l’ascoltatore. Non si tratta di pretendere che un musicista e una persona siano gli stessi rispetto a 15 anni fa, perché ovviamente non lo sono, ma di ammettere serenamente che questa voglia di evoluzione non sta portando i risultati sperati in termini di intensità e impatto. Basterebbe, ad esempio, ascoltare il contributo vocale di Nada in “Fuoco Dentro” per capire cosa dovrebbe riuscire a fare Vasco Brondi per rendere rilevante la propria attuale cifra stilistica. Ciò detto, il disco arriva alla sufficienza, e si può sperare che sia un lavoro di transizione, grazie al quale Vasco trovi il modo di passare dal dare un sego di vita a lasciare il segno coi prossimi dischi.
(Stefano Bartolotta)


COSMO – SULLE ALI DEL CAVALLO BIANCO
(free form dance)

La svolta intrapresa con “La terza estate dell’amore” era chiaramente una di quelle destinate a durare nel tempo, perché difficilmente un artista di successo decide di proporre un lavoro senza compromessi e ammiccamenti di nessun tipo all’ascoltatore se non è intimamente convinto di una scelta così radicale. E infatti, Marco Jacopo Bianchi prosegue su questa strada, quantomeno dal punto di vista concettuale, perché in realtà il contenuto di questo nuovo lavoro è animato dalle stesse intenzioni, ma è anche piuttosto diverso.

 

Si tratta, infatti, di un lavoro ancor più libero da schemi precostituiti, più ricco dal punto di vista sonoro, molto più improntato sull’aspetto dance e con un timbro vocale decisamente più enfatico, che spesso ricorda quello del primo Vasco Rossi. È un lavoro che picchia duro e che ammassa tanti suoni diversi, spesso con sovrabbondanza, ma è proprio quella l’idea, ovvero fregarsene di tutto e fare quello che si vuole fare. La cosa più importante è che non manca mai un certo gusto nella proposta, e così, come con il disco precedente, probabilmente non sarà uno di quelli che fa venir voglia di essere ascoltato spesso, ma se per caso vi trovate a fare un viaggio in compagnia con l’obbligo di ascoltare una qualche radio commerciale e poi vorrete compensare con un po’ di attitudine “in your face”, questo disco è quello che ci vuole.

(Stefano Bartolotta)


ARIANNA PASINI – VERSO UNA CASA 
(songrwriting, art pop)

Fin da quando Adele Altro (Any Other) ci aveva segnalato il nome di Arianna Pasini nella nostra recente intervista, aspettavamo con una certa attesa questo debutto, che finalmente viene pubblicato. Diciamo subito che le aspettative erano ben riposte, perché Arianna, in queste sue prime 10 canzoni, mette in mostra una rara capacitò di far convivere tra loro stili diversi tra loro e che hanno contraddistinto la nobile arte dello scrivere e arrangiare canzoni.

 

A seconda dei brani, infatti, troviamo rimandi alla contemporaneità o alla tradizione, in entrambi i casi sia dell’Italia che dell’estero, non solo Gran Bretagna e Stati Uniti ma anche Islanda. Non si tratta, comunque, di un patchwork fine a se stesso, ma è tutto ben veicolato attraverso un gusto comune per la morbidezza e il lavoro di cesello. Certamente, la voce già ben riconoscibile e di livello importante gioca un ruolo decisivo nell’ottenimento della coerenza complessiva e, di conseguenza, nella riuscita globale del lavoro, ma anche l’abilità compositiva è già ben sviluppata e il lavoro sugli arrangiamenti è di quelli da artista navigata, che si può anche permettere improvvise sterzate nei suoni all’interno del brano o nei finali. Davvero un debutto che merita ogni attenzione.

(Stefano Bartolotta)


MILANOSPORT – CONCRETE 
(wave)

Attivi nell’underground milanese già dal 2020, nello stesso garage dietro al Bar Picchio da cui sono nate realtà come Tropea, Giallorenzo e Nobody Cried For Dinosaurs, i Milanosport sono entrati nei radar degli appassionati da quando, nel maggio 2023, sono stati premiati al Great Escape Festival di Brighton come “a music act that is breaking through creative boundaries within the music industry”. Il quintetto ha lavorato per realizzare il proprio debutto sulla lunga distanza, che vede la luce oggi e pone la band nel solco delle più attuali tendenze internazionali, ma senza alcun scimmiottamento e, anzi, con una personalità forte e riconoscibile. Sono diverse, infatti, le caratteristiche che distinguono questo disco dalla pletora di quelli usciti all’estero che compongono il revival post-punk/wave, attualmente più attivo che mai.

 

Parliamo di un timbro vocale riconoscibile, sempre ben in evidenza e non “sotto” come avviene di solito per dischi di questo tipo; della presenza di elementi rock n roll tradizionale e surf-rock; di momenti scanzonati che fanno sorridere ed evitano qualunque forma di seriosità; di un insieme sonoro dato dall’interazione tra voce e strumenti che si pone quasi come un monolite, al quale volutamente manca scorrevolezza, ma si ascolta bene in quanto estremamente compatto (e l’idea di una canzone in lingua tedesca è molto in sintonia con questo aspetto); di richiami abbastanza evidenti ai New Order quando si rallenta il ritmo e si abbassa l’intensità. Un disco di personalità, quindi, e soprattutto fatto bene, che si ascolta con soddisfazione e coinvolgimento. Bravi davvero.

(Stefano Bartolotta)


THE DANDY WARHOLS – ROCKMAKER
(psych rock, alt rock)

In trent’anni di onorata carriera i Dandy Warhols non si sono mai adagiati, al contrario ogni loro lavoro è stato sempre considerato terreno fertile per nuove sperimentazioni; non fa eccezione il dodicesimo album in studio in uscita oggi, Rockmaker. Disegnato da chitarre distorte, da un uso abbondante di wah-wah e synth ruvidi, Rockmaker permette alla band di Portland di esplorare il suo lato oscuro, in cui melodie e distorsioni psychedeliche si muovono in territori cupissimi. La sovrabbondanza di chitarre conferisce al disco grande energia che esplode fragorosa nei brani in cui troviamo Frank Black, Danzing With Myself, e Slash, I’d Like To Help You With Your Problem.

 

Le chitarre però non offuscano il sound classy e ironico, che da sempre definisce i Dandy Warhols, percepibile in tutto il disco. Il frontman Courtney Taylor-Taylor ha definito l’album come: ‘frutto del desiderio della band di poter ascoltare musica in cui punk ruvido e riff rock si fondessero nella maniera più cool e sexy possibile’. In effetti il gruppo è riuscito nell’intento di restituire un forte senso di ‘coolness’, Root Of All Evil, coinvolgendo anche la regina per eccellenza del sexy cool, Debbie Harris, I Will Never Stop Loving You. Questo lavoro dimostra che ancora dopo trent’anni i Dandy Warhols hanno molto da dire, e da farci ascoltare, senza alcun timore di sparpagliare le carte in mano.
(Chiara Luzi)


THE BLACK CROWES – HAPPINESS BASTARDS 
(blues rock, southern rock)

Alcuni sorrideranno, annuiranno la testa, persino pomperanno il pugno in riconoscimento al ricordo di questa band.  Ma la nostalgia è inevitabile quando hai portato la torcia per il rock’n’ roll per tantissimi anni. I Black Crowes formato 2024 sono giunti in un punto importante della loro carriera, quello del vivere nel limbo tra ricordi e presente. Navigando in un panorama musicale che è cambiato drasticamente dal loro precedente album in studio del 2009, la band è meno rigida in certe scelte e alcune canzoni di questo disco potrebbero quasi finire nelle vostre stories Instagram. In sintesi: un disco solo per i fan.
(Giovanni Aragona)


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