27/05/2024
black sheep boy - www.infinite-jest.it
Black Sheep Boy è il terzo album degli Okkervil River, pubblicato il 5 aprile 2005 dall'etichetta Jagjaguwar

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Gli Okkervill River, il cui nome deriva da un fiume che costeggia San Pietroburgo, che dà anche il titolo a un racconto della scrittrice russa Tatyana Tolstaya. hanno all’attivo dieci album, tutti usciti su Jagjaguwar fino al passaggio alla ATO Records, avvenuto con ‘The Silver Gymnasium’, nel 2013. Ne fanno parte Patrick Pestorius (basso), Brian Cassidy e Jonathan Meiburg (chitarre), Travis Nelsen (batteria), Scott Brackett (tastiere) e Will Sheff, frontman, chitarrista e autore della maggior parte dei testi.

 

‘Black Sheep Boy’, quarto LP della band, uscì nell’aprile 2005, e divenne in breve tempo un instant classic dell’indie folk americano. Preceduto dal già ottimo ‘Down the River of Golden Dreams’, più tradizionalmente folk ma non meno riuscito, con una manciata di brani che iniziarono a convogliare le attenzioni dei critici verso la band. Dal 2005, però, il nome dei ragazzi di Austin iniziò a circolare sempre con maggior intensità. 

Nel mondo del ragazzo pecora nera

Il disco prende il titolo dal primo brano in scaletta, anch’esso una cover: nello specifico di un brano commovente del cantante folk degli anni Sessanta Tim Hardin, che ha come protagonista un autobiografico “ragazzo pecora nera” in evidente crisi esistenziale, tossico e solitario. E quel personaggio viene mutuato e attualizzato nella provincia texana degli anni 2000, declinato a pennello da Sheff su sé stesso, e continua a fare qua e là capolino nello scorrere dei minuti del disco.

 

La fa da padrone un indie folk di gran classe, che sorregge il cantato struggente di Sheff e i suoi latrati da animale ferito. Se qualche volta lo si ritrova declinato in lievi ballate (‘In a Radio Song’, ‘Get Big’, ‘A King and a Queen’, tra fiati, batterie spazzolate e punte d’organo) altrove si fanno spazio leggere variazioni sul tema: dall’atmosfera quasi emo di ‘Black’, alla sincopata e brutale ‘For Real’ ai coretti westcoastiani di ‘The Latest Thougs’.

 

 

Siamo di fronte al disco migliore della band e a uno degli LP chiave del revival folk americano degli ultimi vent’ anni (nulla da invidiare a Neutral Milk Hotel, Wilco, Bon Iver, Decemberist e via dicendo, per interderci). Con almeno due capolavori nel lato A, oltre alla cover d’apertura: ‘For Real’, una sorta di confessione patologica di un killer innamorato, ma incapace di relazionarsi (chitarre altalenanti nelle strofe ed esplosive nel ritornello e nell’assolo finale, hard folk in stile Arcade Fire prima maniera) e ‘Get Big’, cantata a due voci (con un contrappunto femminile), ballata folk canonica che è dialogo tra una lei rassegnata e un lui, ancora una volta, inadatto e immaturo (ennesimo ingresso in scena dell’alienazione di Sheff).

 

E poi ‘In a Radio Song’, dove ritorna il personaggio hardiniano, ma con connotati profondamente autobiografici: arpeggio di chitarra appena accennato e latrato esausto di Sheff. ‘A Stone’, di nuovo senso di inattitudine, d’insufficienza, di rifiuto: “You know I never claimed that I was a stone. And you love a stone” E il lato B non è da meno, con un tris finale da togliere il fiato.

 

 

La countrieggiante e agrodolce ‘Song of Our So-Called Friend’, guarnita con fiati e pianoforte (“Well, loving is as loving does, and I’d say we should know, because we both have loved, have lost, and are alone. The water cools, the leaves they fall, the sun it bends, the summer ends; our so-called friend doesn’t need you. So proceed out the door and down the street”).

Conclusioni

Poi forse l’apice del disco, l’epica ‘So Come Back, I Am Waiting’, che parte bluesata e melanconica per poi deflagrare, delusa e frustrata, in continue esplosioni subito riportate al silenzio meditativo delle strofe, in otto minuti di flusso di coscienza (Monologo? Dialogo? Racconto in terza persona? Immedesimazione totale nel personaggio?) che portano a conclusione la parabola del “ragazzo pecora nera”, insieme protagonista e antagonista del racconto: “So why did you flee? / Don’t you know you can’t leave his control, /only call all his wild works your own? /So come back and we’ll take them all on. /So come back to your life on the lam. /So come back to your old black sheep man. /He says “I am waiting on hoof and on hand. /I am waiting, all hated and damned. /I am waiting – I snort and I stamp. /I am waiting, /you know that I am, /calmly waiting to make you my lamb”. La conclusiva, jazzata, ‘A Glow’ tenta di chiudere smorzando la tensione, con la definitiva presa di coscienza del black sheep boy. Come un fiammifero acceso nel buio più inteso, che poi lievemente si spegne.

 

 

Sheff ci trasporta nel suo mondo parallelo, distopico ma pieno d’amore, frutto di alienazione e stralunata immaginazione, ma forse per questo non così lontano da quello reale. Prima e dopo questo ha scritto dischi meravigliosi, da solo o con la band.

 

Ma qui c’è qualcosa in più, che forse non emerge ai primi ascolti, ma che credo rimarrà più a lungo e più profondamente e sarà capace di immortalare una carriera, un’attitudine, una visione che ha permeato un intero periodo di musica alternativa, durato almeno un decennio. “And I think that I know the bitter dismay /of a lover who brought fresh bouquets every day /when she turned him away to remember some knave / who once gave just one rose, one day, years ago”.
(Nicolas Merli)


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