10/05/2026
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ALDOUS HARDING – TRAIN ON THE ISLAND 
(Singer-Songwriter, Chamber Folk)

Apriamo questa ricca settimana di uscite discografiche con l’interessante ritorno in pista di Aldous Harding, che piazza il suo quinto album in carriera. La cantautrice neozelandese, inoltre, presenterà anche nel nostro paese il disco, in tre date previste a fine giugno.  

Train on the Island è un disco che si insinua nel tuo corpo prima ancora che tu abbia il tempo di pensarci. Trasmette un’intimità quasi inquietante, come se qualcuno ti parlasse così vicino da poter sentire il suo respiro. La sensazione immediata è un misto di pesantezza e tenerezza. La strumentazione, in tutto il disco, rafforza questa sensazione di intimità. Le linee di pianoforte si muovono lentamente e con ponderazione, spesso ripetendosi senza risoluzione. Gli archi entrano ed escono gradualmente, anziché intensificarsi. Le percussioni sono scarse, a volte ridotte a un pulsare che sembra più un ritmo corporeo che un battito. Nulla è frettoloso. I brani sembrano affidarsi alla quiete.

Quando l’album finisce, ciò che ti rimane impresso non è un singolo ritornello o un concetto. È un’atmosfera che ti accompagna per ore. Il disco ti fa sentire più lento, più introspettivo, più consapevole dello spazio tra i pensieri. E di questi periodi così controversi abbiamo tutti bisogno di rifiatare e meditare. Ci sorge un dubbio: come suonerà questo disco dal vivo? servirà munirsi di un carico massiccio di benzodiazepina?!?

Giovanni Aragona


LORAINE JAMES – DETACHED FROM THE REST OF YOU 
(IDM, UK Bass, elettronica)

Sarò di parte, ma Loraine James è un talento incredibile e non ha mica bisogno di presentazioni. Per gran parte dell’ultimo decennio, è stata una delle produttrici di musica da club più innovativa ed emotivamente espressiva di Londra, costruendo una reputazione grazie a una serie di album di elettronica deliziosi infarciti da un sound design impeccabile. La curiosità, per questo ritorno discografico che giunge a distanza di tre anni dall’ultimo lavoro, era tanta, e l’attesa è stata sicuramente ripagata. 

Detached from the Rest of Your è il disco più audace e immediato fino ad ora, ma conserva un approccio sfuggente ai generi, con un livello maniacale ai dettagli e un occhio pittorico per le sottili sfumature e le allusioni che a tratti ci hanno spiazzato piacevolmente. Il disco è infarcito da numerosi ospiti tra cui, sottolineiamo la cantautrice londinese di R&B sperimentale Tirzah che illumina il brano più interessante dell’intero disco: “Habits and Patterns” con la sua voce cristallina, mette in risalto i complessi contorni della produzione di un brano. È il momento più schiettamente bello dell’album e allo stesso tempo è il brano più complesso. Un disco sicuramente complesso ma di sottile bellezza. 

Giovanni Aragona


LEMON TWIGS – LOOK FOR YOUR MIND!
(jangle-pop)

Il rischio di pubblicare un disco che è “solamente” bello dopo due capolavori consecutivi e concerti stupendi in giro per il mondo, è che questa bellezza venga sminuita, perché, purtroppo, quando l’innovazione non è esattamente nella tua cifra stilistica, è difficile resistere alla tentazione di apporre il bollo della retromania a canzoni che piacciono ma non fanno saltare dalla sedia come quelle del 2023 e del 2024.

Per la prima volta, i fratelli D’Addario non sono gli unici a suonare tutti gli strumenti in studio, ma con loro ci sono due dei membri della loro live band, ovvero Reza Martin alla batteria e Danny Ayala al basso, più Eva Chambers dei Tchotchke, e questo ampliamento si traduce in un sound più ordinato, meno basato sulle armonie e nel quale ogni strumento ha un proprio ruolo ben riconoscibile e definibile.

Sarà forse questo aspetto a togliere quel senso di aura alle canzoni dei Lemon Twigs? Difficile dirlo, perché ci si può anche sforzare nel capire perché non si respira più l’aria del capolavoro, ma in teoria è tutto a posto e la sensazione rimane dalle parti delle cosiddette “intangibles”. Come detto sopra, però, sarebbe ingiusto cadere nella tentazione della stroncatura, perché queste canzoni, semplicemente, non se la meriterebbero. Sono brani ariosi, di alta qualità melodica e con un’interpretazione vocale impeccabile, destinati a fornire un’ideale colonna sonora all’estate che tra non molto arriverà, per cui non è che i Lemon Twigs si siano imbrocchiti di colpo, è solo che non hanno realizzato il terzo capolavoro di fila. Come se fosse facile.

Stefano Bartolotta


HAUNTED YOUTH – BOYS CRY TOO
(indie-rock)

Il belga Joachim Liebens sta sicuramente vivendo un sogno, quello di aver iniziato un progetto per conto proprio e, con i giusti tempi e senza fretta, averlo trasformato in una band che oggi pubblica un disco su un’etichetta prestigiosa come la Play It Again Sam ed è continuamente in tour (purtroppo senza date in programma da noi, per ora). Chi ha visto gli Haunted Youth nella loro unica data italiana al Bellezza di Milano il sabato di Pasqua di ormai tre anni fa si era reso conto della crescita del progetto, rispetto al disco di debutto, data dall’aver formato una band stabile.

Ora, tutti gli appassionati possono fare la stessa constatazione ascoltando questo splendido album che mette assieme schiettezza rock, raffinatezze shoegaze e onestà emotiva. Ognuno dei tre elementi si prende il proprio spazio e si integra alla perfezione con gli altri due, creando un risultato tanto organico quanto multi-sfaccettato. Liebens passa con naturalezza da un timbro vocale filtrato e distorto a uno incurante della forma e quasi selvaggio, le chitarre sciorinano riff di grande immediatezza e li sostengono con momenti dilatati e riverberati, le tastiere corroborano il muro sonoro all’occorrenza, la sezione ritmica ha la quadratura che serve perché non manchi mai la concretezza complessiva, sia quando spinge forte che quando, correttamente, ha dei toni più morbidi.

La qualità melodica è di prim’ordine e i testi mettono in mostra con disarmante chiarezza tutto il ventaglio di sensazioni a cui sono sottoposti i maschi che abitano su questo pianeta ma di cui si fa, ancora adesso, troppa fatica a parlare, tra voglia di sfogarsi e vulnerabilità. In definitiva, questo è un disco che certifica il nome degli Haunted Youth tra i talenti più fulgidi dell’Europa continentale e non solo.

Stefano Bartolotta


COLA – COST OF LIVING ADJUSTMENT 
(post punk, art rock)

Sebbene i Cola possiedano due delle caratteristiche distintive degli Ought – il suono ammaliante e graffiante di Tim Darcy e le sinuose linee di basso di Ben Stidworthy – i due eccellenti album precedenti dimostrano come la collaborazione con Evan Cartwright, batterista degli U.S. Girls, una band parecchio distante dall’immaginario sonoro dell’ex band di Tim Darcy, si è rivelata più che fruttuosa. Con questo nuovo lavoro in studio non apportano sostanziali cambiamenti al suono plasmato nel corso degli anni, tuttavia, va detto che si prendono qualche rischio in più, senza cercare di strafare.

L’elettronica pronunciata che apre “Conflagration Mindset” o il ritmo sincopato della stranamente orecchiabile “Hedgesitting“, la voce laconica e il ripetitivo accordo di “Haveluck Country” sono tutte scelte coraggiose. Le restanti canzoni rispecchiano per lo più quanto fatto precedentemente, sempre con fare tagliente e accattivante. La cupa e tesa “Third Double” ha la stessa struttura chitarra/basso/batteria di molti altri brani di Cola, ma il basso è più incisivo e strati di chitarre distorte si sovrappongono man mano che il brano procede, creando un’atmosfera tenebrosa a metà strada tra i primi lavori più malinconici degli Strokes e un groove dissonante e lento dei Fugazi.

L’interazione tra elementi semplici rimane il fattore principale che rende le canzoni dei Cola così avvincenti. Alcuni dei brani migliori dell’album sono i più semplici, come “polished knives” in cui il movimento ripetitivo delle percussioni, delle linee di basso incisive e dei riff di chitarra danno vita ad un turbinio di emozioni semplice, ma altrettanto efficace. Si tratta di un altro album contraddistinto da sottigliezza e scelte compositive intriganti da parte dei Cola, che non reinventano affatto il loro sound, ma introducono qualche nuova idea per mantenere il tutto coinvolgente e spiazzante

Davide Belotti 


LAMANTE – NON DICO ADDIO
(alt-rock)

Dopo un debutto che ha da subito fatto colpo su un ampio numero di appassionati di musica in Italia, Giorgia Pietribiasi dimostra, con questo ritorno, di essere un’artista vera, che non fa calcoli, che non specula sul proprio successo e sui motivi per cui è arrivato, ma preferisce, semplicemente, pubblicare ciò che il suo istinto e la sua ispirazione le suggeriscono, anche se il risultato è tutt’altro che immediato o di facile ascolto, né tantomeno di semplice comprensione per il pubblico o di comoda realizzazione per lei.

Fa abbastanza impressione, conoscendo il funzionamento del mercato musicale di oggi, sapere che Lamante era così insoddisfatta delle registrazioni in studio con la band da spingere il produttore Taketo Gohara a proporre di riprovarci in una chiesa, con la scelta che è ricaduta su quella di Schio, nonostante sia stata necessaria addirittura l’approvazione dei testi da parte del Vaticano.

Questo aneddoto dice già molto di ciò che si deve sapere sul risultato finale, che è ricercato e scontroso ma che, al contempo, lascia da parte quasi tutta l’irruenza del debutto in favore di una proposta intricata, che sembra invitare l’ascoltatore ad allontanarsene, ma che poi si svela pian piano in un’emotività tanto composta quanto risoluta. Se qualcuno alla terza canzone dovesse decidere di smettere di ascoltare, farebbe una scelta a suo modo comprensibile, ma chiunque deciderà di aprire la mente e il cuore e immergersi nell’ascolto sforzandosi di trovarci una connessione emotiva e non solo un interesse musicale, arriverà alla fine e lo vorrà riascoltare altre decine di volte, perché l’impressione è che queste canzoni siano una fonte pressoché infinita di idee melodiche, ritmiche, sonore e vocali e di spunti di riflessione sulla vita, sulla morte, sul passato e sul futuro.

Stefano Bartolotta


BROKEN SOCIAL SCENE – REMEMBER THE HUMANS
(Indie Rock, Chamber Pop Post-Rock)

Breve ma importante prologo

Toronto alla fine degli anni Novanta era una città che stava cercando la propria voce musicale con un’urgenza che le città nordamericane di seconda fascia conoscono bene, quella sensazione di avere qualcosa da dire senza ancora sapere esattamente come dirlo. Kevin Drew e Brendan Canning fondarono i Broken Social Scene nel 1999 quasi per necessità ambientale, costruendo attorno a sé un collettivo che nei momenti di massima espansione ha contato fino a diciannove membri e che ha sempre funzionato meno come una band e più come un ecosistema, un luogo dove musicisti che appartenevano ad altri progetti, Feist, Metric, Stars, Apostle of Hustle, potevano confluire e produrre qualcosa che nessuno di loro avrebbe potuto fare da solo.

You Forgot It in People, nel 2002, fu la sintesi di quel momento: un disco che suonava come una città intera che trovava finalmente la propria frequenza, denso, caotico, capace di essere allo stesso tempo intimo e grandioso in modi che la critica faticò a spiegare ma che il pubblico riconobbe immediatamente come qualcosa di necessario. Remember the Humans arriva venticinque anni dopo quella fondazione e nove dopo Hug of Thunder, ed è un disco che porta il peso della storia personale in modo più esplicito di qualsiasi altro lavoro della band.

David Newfeld, il produttore che aveva costruito il suono traboccante e sconsiderato dei loro due album migliori, torna dopo vent’anni di distanza in circostanze che rendono questa reunion qualcosa di più di un semplice ritorno professionale: sia lui che Kevin Drew hanno perso le loro madri durante la registrazione, e quella perdita condivisa attraversa il disco come una corrente sotterranea, nei testi di Drew che tornano ossessivamente sull’assenza e sul tempo che passa, nelle melodie che cercano un calore che sa già di rimpianto.

Geometrie e idee intatte

La band è tutta presente, Feist, Amy Millan, Lisa Lobsinger, Hannah Georgas, i corni, le chitarre sovrapposte, l’elettronica usata come texture più che come protagonista, e in certi momenti il disco ricorda perché i Broken Social Scene rimangono un collettivo unico nel panorama indie nordamericano. This Briefest Kiss costruisce una melodia che sembra esistere da sempre, Hey Amanda rompe le atmosfere più contemplative con qualcosa di quasi celebratorio, e l’apertura di Not Around Anymore stabilisce subito un tono di nostalgia lucida che regge per buona parte della scaletta.

Eppure il disco non riesce a essere tutto quello che prometteva di essere, e la ragione è produttiva prima che compositiva. Il mixaggio ha una pulizia e una standardizzazione che stridono profondamente con l’identità storica della band, un suono levigato dove dovrebbe essere rugoso, controllato dove dovrebbe traboccare, ottimizzato per le piattaforme di streaming dove dovrebbe sembrare sul punto di implodere. Newfeld era l’uomo che aveva capito che il suono dei Broken Social Scene doveva sempre sembrare troppo, sempre eccedere i propri margini, e quella comprensione sembra essersi smarrita in vent’anni di distanza o forse cedere il passo a un’idea di contemporaneità che alla band non appartiene. La capacità creativa del collettivo è ancora intatta, e si sente, ma è come guardarla attraverso un vetro appannato.

Conclusioni

Vale la pena dirlo chiaramente, perché il rischio di una critica produttiva è quello di far sembrare il disco peggiore di quello che è. Nel panorama indie contemporaneo, sempre più dominato da un’estetica omologata e da una commercialità che si traveste da indipendenza, i Broken Social Scene rimangono qualcosa di raro: una band che ha costruito un linguaggio proprio e che lo abita ancora con convinzione, capace di fare dischi che parlano di cose reali con strumenti reali e una densità emotiva che la maggior parte dei gruppi di oggi non si avvicina nemmeno lontanamente.

Ad averne, di collettivi così. Remember the Humans è un disco molto bello, e in un anno qualsiasi di quelli che stiamo attraversando basterebbe già questo. Ma il ritorno di Newfeld prometteva un incendio, e quello che abbiamo tra le mani è un fuoco tenuto troppo sotto controllo.

Emiliano Jatosti


USCITE DISCOGRAFICHE (ALTRO):


LYKKE LI – THE AFTERPARTY 
(indie pop, art pop)


MUNA – DANCING ON THE WALL 
(synthpop) 


ACTION BRONSON – PLANET FROG 
(East Coast Hip Hop)  


BASEMENT – WIRED
(alt rock) 


NARCADIAN – OGNUNO DI VOI E’ UN MIO NEMICO (EP)
(synth pop)


ANGEL NAMES – ANGEL NAMES 
(alternative rock, noise rock)


AGNOSTIC FRONT – ECHOES IN ETERNITY 
(hardcore punk) 


FIRE – TOOLZ – LAVANDER NETWORKS 
(Progressive Electronic, Post-Industrial)


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