AMERICAN FOOTBALL – LP4
(midwest emo, math rock)
Apriamo queste uscite discografiche di maggio con un ritorno importante – che giunge sette anni dopo LP3 e un decennio dopo LP2 – degli American Football di Mike Kinsella, che tornano sulle scene con LP4, un album che, più di ogni altra cosa, rappresenta una vera e propria riconnessione con le loro origini. Per una band che fa definito l’emo di fine anni 90 con il suo iconico debutto, questo progetto riesce finalmente ad unire quell’ eredità ed il sound affinato nel corso dell’ultimo decennio.
Sebbene il nuovo disco mantenga l’approccio atmosferico e raffinato dei loro lavori recenti, si percepisce chiaramente una maggiore affinità con lo spirito, ed il sentimento generale, del primo ed epico disco. La composizione dei brani appare più concreta, il tono emotivo più diretto e l’interazione strumentale più mirata.
I tre singoli spiccano fin da subito. “Man overboard” funziona benissimo come apertura lucida e potente, con le sue influenze post rock. “No feeling”, che vede la partecipazione di Brendan Yates dei Turnstile, cattura l’energia irrequieta del loro debutto meglio di qualsiasi cosa fatta dalla band negli ultimi 27 anni, mentre “Bad moons” si spinge verso la sperimentazione senza perdere sostanza, offrendo uno dei momenti più dinamici dell’album ed un finale, con le sue distorsioni al limite dello shoegaze, del tutto inaspettato. Tuttavia il vero nucleo emotivo del disco potrebbe essere “Desdemona”, un brano che trasmette un profondo senso di nostalgia senza risultare forzato. Senza ombra di dubbio il momento più toccante del disco.
Nel complesso questo nuovo disco dei nostri si presenta come la miglior dichiarazione d’intenti dal 2016 ad oggi. Perché ci consegna una band che piuttosto che limitarsi a proseguire l’era della reunion, si impegna ad affinare, e al contempo anche rinnovare, il proprio sound con un occhio al passato ed uno al futuro.
Davide Belotti
THE BLACK KEYS – PEACHES!
(Blues Rock, Garage Rock)
C’è un momento, ascoltando Peaches!, in cui ci si dimentica che si tratta di un disco di cover. Non perché Dan Auerbach e Patrick Carney abbiano stravolto i brani scelti (anzi, li rispettano quasi ossequiosamente) ma perché il materiale sembra scritto appositamente per loro, cucito su un suono che i due di Akron portano addosso da venticinque anni come una seconda pelle. Blues polveroso, chitarre che graffiano, batteria che spinge senza chiedere permesso. Il garage rock nella sua forma più onesta.
La genesi
Il quattordicesimo album in studio del duo arriva in un momento difficile. Auerbach ha registrato questi brani mentre si prendeva cura del padre malato, e si sente. Non nella forma di un disco cupo o introspettivo, ma nel contrario: nella ferocia con cui il duo attacca ogni traccia, nell’urgenza fisica di You Got to Lose, brano di Ike Turner, portato alla fama da George Thorogood and the Destroyers, che diventa in pochi secondi uno dei migliori singoli che i Black Keys abbiano mai inciso.
La musica come catarsi, nel senso più antico e letterale del termine. Peaches! è stato descritto come il disco più naturale del duo dai tempi di The Big Come Up, il debutto del 2002. Ma sarebbe riduttivo fermarlo lì. È piuttosto la summa di quello che i Black Keys hanno imparato in due decenni e mezzo: l’istinto grezzo del principio, la muscolatura di Brothers e El Camino, la consapevolezza di chi non ha più nulla da dimostrare e proprio per questo suona come se avesse tutto da perdere. Registrato dal vivo, quasi senza overdub, con una band in carne e ossa, il disco respira in modo che la maggior parte delle produzioni contemporanee non si può permettere.
La seconda giovinezza dei Black Keys
Vale la pena distinguerlo da Delta Kream, il disco di cover del 2021 con cui i Black Keys avevano già esplorato il blues tradizionale. Lì il tono era quello di una celebrazione, due musicisti che rendevano omaggio alle radici con l’agio di chi si sente al sicuro. Qui c’è qualcosa di più viscerale, meno reverenziale, più personale. Delta Kream era un atto d’amore. Peaches! è un atto di necessità. L’apertura con Where There’s Smoke, There’s Fire stabilisce subito le coordinate: riff di blues, la voce di Auerbach più ruvida che mai, Carney che trasforma il suo drumkit in un oggetto contundente. Il disco chiude con i suoi due brani più lunghi, Fireman Ring the Bell e Nobody But You Baby, un uno-due che dimostra come i Black Keys sappiano ancora gestire il respiro e la dinamica con una precisione che molte band più giovani si sognano.
Non è un dettaglio minore che Michael Carney, fratello di Patrick e autore delle prime dieci copertine della band, torni a disegnare l’artwork, costruendolo attorno a una fotografia di William Eggleston, lo stesso fotografo usato per Delta Kream. C’è una coerenza visiva e culturale in questa scelta che non è casuale: un mondo estetico preciso, radicato nel Sud americano, nella sua luce piatta e nei suoi colori saturi, in cui il duo sceglie consapevolmente di abitare.
Sei album dal 2019 ad oggi, in un’epoca in cui molte band della loro generazione hanno rallentato o si sono direttamente sciolte. I Black Keys sembrano aver trovato una seconda giovinezza, o forse più semplicemente hanno smesso di preoccuparsi di sembrare rilevanti, e proprio per questo lo sono diventati. Peaches! non è un colpo di coda. È un capitolo dentro una corsa che non accenna a fermarsi. Nel 2026, mentre il rock sembra oscillare tra nostalgia e irrilevanza, Peaches! è la prova che la tradizione del blues americano può ancora bruciare. Basta saperla maneggiare con cura.
Emiliano Jatosti
NU GENEA – PEOPLE OF THE MOON
(Nu-Disco, Funk)
I Nu Genea non suonano come nessun altro in Italia. Non è un giudizio, è una constatazione geografica, biografica, musicale. Due napoletani a Berlino che costruiscono mondi sonori in cui il Mediterraneo non è un mare ma una lingua franca: napoletano, arabo, spagnolo, portoghese, inglese, tutti sullo stesso piano, tutti necessari. People of the Moon è l’album più ambizioso di questo progetto, e forse, proprio per questo, il meno a fuoco.
Il problema è che Bar Mediterraneo, il disco del 2022 che ha consacrato il duo a livello internazionale, aveva una coerenza rara: ogni brano sembrava necessario al successivo, il tutto teneva insieme come un pomeriggio che non vuoi che finisca. People of the Moon è più frammentato. Le influenze sono ancora più allargate, ritmi afro-cubani, tessiture anatoliche, highlife, flamenco, bossa nova levantina, e la sensazione, in alcuni passaggi, è quella di un disco che vuole essere troppe cose insieme.
Le collaborazioni non squilibrano l’identità
Le collaborazioni sono il punto dove questa tensione si avverte di più. C’è una nota di commercialità facile che stona con la ricerca musicale che da sempre distingue i Nu Genea, come se il duo avesse cercato nomi riconoscibili per allargare il pubblico, pagando il prezzo in termini di coesione. Tom Misch su Onenon è la presenza più naturale, fluida e mai invadente. Celinatique su Shway Shway, bossa nova levantina il cui titolo in arabo significa “piano piano”, è il momento più riuscito: la voce si adagia sul ritmo con una misura che sembra l’unica possibile.
Non tutti gli ospiti hanno la stessa fortuna. Quando il duo lascia da parte gli incastri e torna al centro di sé stesso, il disco ricorda perché i Nu Genea rimangono una realtà unica nel panorama italiano. Sciallà e la title track sono il cuore pulsante dell’album: synth vintage, delays senza controllo, melodia napoletana che si apre su strutture ritmiche che non appartengono a nessuna geografia precisa. People of the Moon non è un passo falso. È un passo laterale, ambizioso, curioso, a tratti splendido e a tratti dispersivo. Da un duo che ha dimostrato di saper fare cose straordinarie, è lecito aspettarsi che il prossimo sia di nuovo in avanti.
Emiliano Jatosti
KNEECAP – FENIAN
(Conscious rap, Grime)
Una lunga, politica, gestazione
Il trio irlandese dopo aver pubblicato una manciata di ottimi singoli alla fine degli anni dieci, partecipato ad un film semi-autobiografico e alla sua colonna sonora, pubblicato il potente “fine Art”, ed infine intrapreso un lungo ed estenuante tour che lo ha portato a sopportare il circo mediatico che ha iniziato a dipingerlo come il “nuovo che terrorizza”, giunge al suo terzo disco in studio.
Non solo politica e impegno
Non sorprende quindi che i loro problemi legali e mediatici siano un filo conduttore di “Fenian”. In effetti “Carnival” respinge esplicitamente le accuse di sostegno al terrorismo che han dovuto affrontare in tribunale. Mentre la psichedelica “Palestine” chiarisce che il trio non ha alcuna intenzione di cedere nelle sue opposizioni. Ma nel disco c’è anche spazio per tornare a guardare in casa propria, e nella fattispecie all’Irlanda del nord di oggi, nelle esplosive “An Ra” e “occupied 6”.
Poi ovviamente non c’è solo politica nel nuovo disco dei Kneecap, ma anche tanto divertimento, (“Headcase” e “Big Bad mo” sono entrambe travolgenti con i loro ritmi ed il rap velocissimo), e qualche riflessione alquanto personale (la stordente “ Cocaine hill”, come da copione, affronta gli inevitabili postumi del giorno dopo). Questo lavoro non scade mai nella vacuità e nella mancanza di anima, anzi, ha ancora molto da dire anche quando non affronta certi temi “scomodi”.
Davide Belotti
USCITE DISCOGRAFICHE (ALTRO):
TORI AMOS – IN TIMES OF DRAGONS
(Singer-Songwriter)
WEIRD NIGHTMARE – HOOPLA
(noise rock, indie rock)
BONNER KRAMER & THURSTON MOORE – THEY CAME LIKE SWALLOWS
(experimental)
LIP CRITIC – THEFT WORLD
(Digital Hardcore, Synth Punk. Electro-Industrial)
THE CLAYPOOL LENNON DELIRIUM – THE GREAT PARROT…
(Psychedelic Rock, Progressive Rock)
SEEFEEL – SOL.HZ
(Ambient Techno, Ambient Dub)
MAYA HAWKE – MAITREYA CORSO
(indie pop)
KACEY MUSGRAVES – MIDDLE OF NOWHERE
(country pop)
JESCA HOOP – LONG WAVE HOME
(indie folk)
JUMP SOURCE – FOLD
(Tech House, elettronica, Dub Techno)
ANA ROXANNE – POEM 1
(ambient)
LEGGI ANCHE ——-> USCITE DISCOGRAFICHE della settimana| 24 aprile 2026
LEGGI ANCHE ——-> USCITE DISCOGRAFICHE della settimana| 17 aprile 2026