26/04/2026
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FRIKO – SOMETHING WORTH WAITING FOR
(indie-rock)

Apriamo queste uscite discografiche con il duo rivelazione del 2024 dei Friko, trasformati in un quartetto con un produttore importante come John Congleton e diversi appassionati in giro per il mondo che contavano i giorni che mancavano per arrivare all’uscita del nuovo album. In questi casi, la prima domanda che ci si pone è come la band ha gestito la pressione e la risposta data dal primo ascolto è inequivocabilmente positiva. Il disco precedente era caratterizzato dalla coesistenza di estremi, mentre questo cerca, e trova, la giusta interazione tra essi, mettendo in campo assieme, e non più separatamente a seconda delle canzoni, rumore e emotività.

E il bello è che questa maggior compattezza stilistica non va affatto a discapito della varietà, ma ognuna di queste nove canzoni rappresenta una modalità diversa di esprimersi all’interno dei confini entro i quali la band ha scelto di muoversi. Così, accanto agli echi dei Radiohead che già si notavano in passato, qui ci sono riferimenti al lato più epico dell’indie-rock canadese, quello di Arcade Fire e, ancora di più, Broken Social Scene. E se anche qualcuno dovesse storcere il naso per una proposta non certo figlia del proprio tempo, ma di un periodo che va indietro di una ventina d’anni, noi diciamo, con convinzione, chi se ne frega, perché un disco così intenso e che si lascia vivere e non solo ascoltare è sempre e comunque più che benvenuto. 

Stefano Bartolotta


RINGO STARR – LONG LONG ROAD 
(country rock)

Ringo Starr era un appassionato di musica country prima ancora che diventasse di moda. Lo dimostra la sua lettura di Act Naturally di Buck Owens, contenuta in Help! e il tocco di twang che portò nel White Album con Don’t Pass Me By. Lo dimostra soprattutto Beaucoups of Blues del 1970, il suo secondo album da solista: una raccolta di cover di classici country registrata a Nashville con i migliori session musicians della città, quando nessuno si aspettava che un ex Beatle si avventurasse così a fondo nel profondo Sud americano. Cinquantacinque anni dopo, con Long Long Road, Starr torna su quel territorio, e questa volta sembra non avere nessuna intenzione di andarsene.


I Brani

Secondo album consecutivo prodotto da T Bone Burnett dopo il sorprendente Look Up del 2025, Long Long Road è un’americana costruita su radici country, con una naturale permeabilità verso il rock e il soul. Al centro c’è sempre The Texans, la band convocata dal produttore per dare corpo e calore ai brani — Paul Franklin alla steel guitar, Dennis Crouch al basso, David Mansfield ai fiati — un ensemble che suona come se avesse vissuto insieme per decenni.

La tracklist si apre con Returning Without Tears, duetto con Molly Tuttle che porta subito alla mente (senza la stessa intensità emotiva) il rapporto Plant-Krauss di Raising Sand. Billy Strings porta le armonie alla Everly Brothers su My Baby Don’t Want Nothing, mentre Sheryl Crow appare sulla title track, che forse è insieme il momento più coraggioso e più sincero del disco. Tra gli episodi più riusciti c’è I Don’t See Me In Your Eyes Anymore, una cover di Carl Perkins trovata da Burnett come si trova un oggetto smarrito in una stanza che pensavi di conoscere. E Choose Love, rielaborazione di un brano del 2005 trasformato da St. Vincent in qualcosa di più oscuro e psichedelico, con un’anima R&B anni Sessanta che riporta Starr nel decennio in cui tutto è cominciato.

Ringo Starr e la scrittura

C’è però un elefante nella stanza che ogni recensione onesta di un disco di Ringo Starr è tenuta ad affrontare: la scrittura. Tra i Fab Four, Starr è sempre stato il songwriter più debole, e lui lo ha sempre saputo. Cresciuto all’ombra del genio compositivo di Lennon e McCartney, e della lirica sempre più matura di Harrison, ha continuato per la sua strada con una disinvoltura che rasenta l’autoironia, consegnando nel corso dei decenni una discografia solista fatta in larga parte di brani gradevoli e dimenticabili. Long Long Road non fa eccezione. T Bone Burnett co-firma ogni brano e garantisce una confezione impeccabile, ma la sensazione che rimane dopo l’ascolto è quella di un album che non sorprende mai, che percorre binari già noti senza deviare di un centimetro. Prevedibile nella struttura, prevedibile nelle dinamiche, prevedibile persino nelle sue ambizioni. 

Resta però una domanda più scomoda, che va oltre la qualità dei singoli brani. Ha senso, oggi, che un musicista inglese scelga il country come lingua espressiva? Il genere sta attraversando in America una crisi d’identità profonda, basti pensare alla tempesta culturale scatenata da Cowboy Carter di Beyoncé, che ha rivendicato le radici nere di una musica da decenni recintata da un pubblico prevalentemente bianco e conservatore.

Nel frattempo la musica britannica vive un nuovo splendore, fatto di sperimentazioni, contaminazioni e ibridazioni che raramente guardano oltre Manica per cercare ispirazione. In questo contesto, Long Long Road suona non solo prevedibile musicalmente, ma anche fuori tempo rispetto alla conversazione che conta. In questo contesto, Long Long Road suona come un disco che non sa dove si trova, né geograficamente, né culturalmente. Trentadue minuti che scorrono senza attriti e svaniscono con la stessa facilità.”

Emiliano Jatosti


METRIC – ROMANTICIZE THE DIVE
(alt-pop)

Da più di vent’anni, i Metric sono in grado di unire con costrutto brillantezza melodica, espressività vocale e un sound accattivante ma mai commerciale. Onestamente, non è facile farsi venire in mente altri progetti musicali che al decimo album suonino ancora freschi e coinvolgenti come se fossero al debutto, ma intanto questo quartetto canadese continua a riuscire nella difficile impresa di proporre ogni volta canzoni dotate del giusto nerbo e di un impatto ragguardevole, sia sonoro che emotivo.

Questo avviene anche grazie all’arsenale ormai molto ampio di cui la band si è dotata nel corso di una lunga e prolifica carriera, tra ganci di chitarra assassini, riff di synth micidiali e la voce di Emily Haynes che unisce splendidamente maturità e versatilità.

Aggiungiamoci un’invidiabile costanza anche a livello melodico, ed ecco serviti 43 minuti che, per gli amanti del pop fuori dagli standard ma non altezzoso e che pretende di risultare “arty”, rappresenteranno un rifugio sicuro per mesi e mesi. Non si può prevedere se questo disco finirà in molte classifiche di fine anno, ma c’è una ragionevole certezza che apparirà spessissimo tra le cose più ascoltate nei riepiloghi che verranno pubblicati a dicembre dalle piattaforme di streaming. 

Stefano Bartolotta


FOO FIGHTERS – YOUR FAVORITE TOY 
(Alternative Rock, Post-Grunge) 

Continuo a pensare che, nonostante idee e creatività, i Foo Fighters non riusciranno mai più ad eguagliare i meravigliosi primi tre album della loro ormai trentennale carriera. Vero, paragonare il periodo compreso tra il 195 e il 1999 a questo non è neanche corretto, ma ci si aspetta sempre qualche slancio importante da Dave Grohl.  Your Favorite Toy è la prima pubblicazione dal 2023, anno di uscita di But Here We Are , e segna il debutto del batterista Ilan Rubin. Il disco anticipa il loro tour negli stadi del 2026 con i Queens Of The Stone Age e arriva dopo un periodo turbolento per la band, rappresentando una sorta di ritorno sulle scene per un gruppo che ha trascorso gran parte degli ultimi due decenni come forza apparentemente inarrestabile del rock moderno.

Vi diciamo subito che, le prime due tracce d’apertura sono le migliori e le restanti otto tracce faticano a replicare i livelli di eccellenza raggiunti nei due brani d’apertura. Certo, il riff sinuoso di “Window” è molto anni ’90 e “If You Only Knew” è caratterizzata da uno dei ritornelli più potenti dell’album, ma la maggior parte di Your Favorite Toy risulta essere un pelo anonimo. Nonostante ciò, i Foo Fighters hanno fatto un ottimo lavoro per tracciare un percorso distintivo nel loro repertorio con questo ultimo album. Oltre ai brani d’apertura, spiccano “Spite Shine” e il singolo di lancio, “Asking for a Friend”. 

Nonostante ciò, Your Favorite Toy è un album molto prudente che sfoggia i migliori elementi solo in parte, per poi tornare a una comoda posizione di compromesso. Sogno il giorno in cui i Foo Fighters si abbandoneranno davvero alle loro canzoni più pesanti, alternative e ambiziosamente punk. Ciononostante parliamo di un buon disco, che stabilisce una nuova direzione per la band.

Giovanni Aragona


USCITE DISCOGRAFICHE (ALTRO):


THE REDS, PINKS AND PUPLES – ACKNOWLEDGE KINDNESS 
(Indie Pop, Jangle Pop)


CARLA DAL FORNO – CONFESSION 
(Minimal Wave, Ethereal Wave)


ANGELO DE AUGUSTINE – ANGEL IN PLAINCLOTHES 
(Indie Folk, Singer-Songwriter)


JULIA CUMMING – JULIA
(indie pop, power pop)


IRMIN SCHMIDT – REQUIEM 
(ambient, experimental)


NOAH KAHAN – THE GREAT DIVIDE 
(indie folk, folk pop)


TV STAR – MUSIC FOR HEADS 
(shoegaze, dream pop) 


ATSUKO CHIBA – ATSUKO CHIBA 
(post rock, experimental rock)


FRANKIE HI-NRG MC – VOCE E BATTERIA
(hip hop) 


ADULT MATTERS – THE SPELL IS OVER (EP)
(indie rock)

 


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