14/06/2024
uscite discografiche - www.infinite-jest.it
Uscite discografiche della settimana con Jesus and Mary Chain, Adrianne Lenker, WAXAHATCHEE, STARSAILOR, JULIA HOLTER, ELBOW e altri

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THE JESUS AND MARY CHAIN – GLASGOW EYES 
(alternative rock, noise pop, shoegaze)

Non ci sembra corretto e/o plausibile trovare un pelo nell’uovo a una band che ha fatto la storia e che, con quarant’anni di carriera alle spalle torna in pista per quello che, di fatto, risulta essere l’ottavo album in studio. Buonismo? piaggeria? no, nulla di tutto questo, ma stima e rispetto, quello si.  Facciamo un passo indietro e torniamo alla rottura del 1998: in pochi pensavano che i fratelli Jim e William Reid avrebbero mai lavorato di nuovo insieme, figuriamoci poi se qualcuno avesse mai pensato che la band tornasse in pista con un album così coeso e sperimentale in epoca di produzioni musicali esagerate quasi quanto le baguette a Parigi al mattino. Glasgow Eyes è la testimonianza della loro creatività duratura, consolidata dal tempo e nel tempo, prodotta magistralmente per rafforzare al contempo lo status di icone del rock.

 

Dimenticate i pantaloni di pelle, dimenticate la fama degli anni ’80 e dei ’90, dimenticavi l’oscuro gioiello chiamato Psychocandy, Glasgow Eyes riflette una maturità stagionata e una raffinatezza musicale spesso trascurata da tanta critica. Il loro suono caratteristico è ancora presente, ma ora è infuso con l’inquietante thrum industriale dei Suicide mescolate alle pulsazioni robotiche alla Kraftwerk, e il viaggio non è oscuro come un tempo, ma intervallato di note meccaniche e avanguardiste. Glasgow Eyes cementa l’eredità dei Jesus and Mary Chain come pionieri influenti, ma è più di un semplice viaggio nostalgico. È una testimonianza della loro capacità di sorprendere, innovare e creare musica che risuona ancora anche in questa fase della loro carriera.
(Giovanni Aragona)

 

 


WAXAHATCHEE – TIGERS BLOOD 
(pop-rock)

Non dev’essere stato facile, per Katie Crutchfield, pubblicare, nel 2020, un disco come “Saint Cloud”, con il quale la musicista dell’Alabama metteva da parte la propria immagine di artista tormentata e infestata da demoni e dipendenze che le aveva dato notorietà. Per fortuna, quel disco fu un successo, così Crutchfield ha potuto continuare senza esitazioni con il proprio percorso, volto a sbugiardare del tutto la convinzione, purtroppo ancora molto diffusa, secondo la quale per fare musica interessante si deve avere una vita personale fatta di caos e tormento interiore. Waxahatchee va dritta per la propria strada e, di conseguenza, queste nuove canzoni si pongono sul solco di quelle del 2020 ma con una declinazione meno rock e più legata alle tradizioni del country.

 

Le canzoni sono ottimamente scritte e si sente molto che l’artista ha ormai una mano esperta in fase di composizione; anche l’interpretazione vocale è di primo livello e il sound è certamente più interessante e variegato rispetto al disco precedente, con un dinamismo negli arrangiamenti notevole ed efficace. Certamente ha giovato il fatto che al disco hanno collaborato musicisti di spessore come MJ Lenderman dei Wednesday, Phil Cook dei Megafaun e Spencer Tweedy, il figlio di Jeff, leader dei Wilco. In definitiva, questo è un grande disco, che va anche applaudito per come porta avanti un importante messaggio contro il cinismo dei tempi moderni.
(Stefano Bartolotta)

 


ELBOW – AUDIO VERTIGO 
(cinematic avant pop)

Agli Elbow ho voluto bene per diversi anni, poi, pian piano, senza che me ne rendessi conto, si è creata sempre più distanza tra me e loro e, col tempo, ho smesso direttamente di ascoltarli e il fatto che continuassero a pubblicare nuova musica non mi faceva né caldo, né freddo, erano proprio fuori dal mio radar. Penso che a qualunque appassionato sia capitata una cosa del genere con almeno una band, ed è proprio per questo che riporto la mia esperienza, per dire a tutti di non lasciar perdere a prescindere, che se abbiamo amato la musica fatta da qualcuno, ci dev’essere un motivo e se ce la perdiamo di vista, c’è la possibilità che, invece, ci sarebbe piaciuta.

 

Ora, non so se succederà lo stesso con il resto della produzione degli Elbow che ho lasciato per strada, e che ora mi riprometto di recuperare, ma almeno questo “Audio Vertigo” è assolutamente un disco splendido, e meno male che l’ho ascoltato. Gli Elbow formato 2024 risultano vincenti perché non hanno paura di confrontarsi con la tecnologia contemporanea, e quindi non mancano effetti sulla voce, suoni digitali, ritmiche serrate che rimandano alle tendenze musicali più in voga. Così, non c’è alcun rischio di sembrare ampollosi e ripiegati su se stessi come un gruppo di vecchi barbogi che si guarda l’ombelico mentre fa musica, ma le qualità compositive e interpretative della band vengono veicolate in un modo che le rende accattivanti e coinvolgenti.

 

Le idee, quindi, sono molte, sotto ogni punto di vista, e risultano concepite bene e declinate al meglio, con scelte azzeccate e quasi mai prevedibili. Non ve lo perdete, davvero, è un consiglio spassionato e sono certo che mi ringrazierete.
(Stefano Bartolotta)

 


STARSAILOR – WHERE THE WILD THINGS GROW
(pop rock)

Il ritorno sulle scene della band capitanata da James Walsh probabilmente non farà cambiare a nessuno l’idea che aveva della band, nel senso che, dal punto di vista dell’attitudine sonora, si pone nel solco degli ultimi lavori e propone un sound decisamente più pesante e elettrico rispetto a quello dei primi e più celebrati lavori di ormai vent’anni fa. Se non avete mai abbandonato il quartetto, quindi, il vostro apprezzamento nei loro confronti si rinnoverà all’ascolto di queste nuove canzoni, mentre se non vi sono mai piaciuti, o non avete apprezzato l’irrobustimento nato col terzo disco, difficilmente vi ricrederete.

 

In realtà, rispetto alle prove più recenti, l’ascolto può risultare più interessante proprio per il lavoro molto maggiore sugli arrangiamenti, con la presenza di molti più strumenti e molte più armonie, anche vocali. Inoltre, appare esserci una maggior continuità qualitativa a livello melodico e si percepisce una band più ispirata in fase di songwriting. Ovviamente, non mancano i momenti di quiete e introspezione, e anche essi risultano ben scritti, interpretati e prodotti. In definitiva, l’ascolto è piacevolissimo e questo disco ha tutte le carte in regola per essere considerato il migliore dopo i primi, irraggiungibili, due.
(Stefano Bartolotta)

 


JULIA HOLTER – SOMETHING IN THE ROOM SHE MOVES
(art pop)

Nel raccontare il suo nuovo album in uscita oggi, Julia Holter spiega che l’ispirazione principale arriva dal corpo, dalle sue complessità e dalla sua capacità di trasformarsi; in effetti ascoltando Something In The Room She Moves sembra di vedere i due corpi disegnati sulla cover muoversi in maniera fluida e perpetua, cambiando forma quasi fino a diventare solo macchie di colore. Questo lavoro, che arriva a distanza di sei anni da Aviary (2018), è complesso ed estremamente toccante: Holter è riuscita a creare un piccolo microcosmo sonoro in cui i dieci brani sono perfettamente legati fra loro, pur muovendosi tra ascesi, Meyou e Ocean, e martellanti ritmi ripetitivi,Spinning.

 

Tutto fa parte di un discorso musicale più ampio in cui fiati, basso elettrico e melodie vocali hanno il compito di reinterpretare a livello sonoro lo scorrere vitale dei nostri corpi, mentre pacate influenze jazz, che colorano i toni del brano omonimo, avvolgono l’ascoltatore in maniera rassicurante. Holter è riuscita a creare un disco caldo in cui scorre fragorosa la vita. Something In The Room She Moves è squassante ma lento e introspettivo, cresce piano, solo ascoltandolo più volte è possibile cogliere le tante sfumature che l’artista statunitense ha creato con estrema dedizione. Possiamo azzardare nel dire che questo sia forse il disco migliore di Holter, sicuramente quello più maturo e completo.
(Chiara Luzi)

 

 

 


ADRIANNE LENKER – BRIGHT FUTURE 
(singer, songwriting, indie-folk)

A quasi otto anni di distanza dal suo debutto con i Big Thief, e dopo una svariata carrellata di dischi solisti, penso sia arrivato il momento di fissare il nome di Adrianne Lenker nell’esclusiva lista dei migliori cantautori del 21 secolo. E “Bright Future”, una raccolta delicata, essenziale e quasi impeccabile di dodici ballate folk, ne è grande conferma.
Registrato interamente su un registratore, questo nuovo lavoro in studio è pervaso più che mai da un’ intimità del tutto nuova e questo processo permette alle canzoni di sembrare più concrete e fluide di quanto sarebbero state altrimenti, cosi che “Bright future” risulti ancor più accogliente di qualsiasi disco precedente. Tuttavia, le circostanze in cui è stato concepito il disco sono state altrettanto importanti nel forgiarne l’atmosfera, perché Adrianne non aveva nemmeno intenzione di uscire con un nuovo disco,quando ha iniziato a lavorarci. E contrariamente alla natura conflittuale del classico modo di scrivere canzoni della nostra, le parti strumentali di questo album appaiono molto più calme e riflessive.
Mentre la distanza considerevole tra lei e i suoi strumenti, permette loro di prosperare e di sfruttare lo spazio lasciato aperto. “Bright future” è un disco ìn cui Adrianne guarda al passato, buttandosi con fare autobiografico in un viaggio che dalle sue prime canzoni scritte già a 8 anni conduce all’adolescenza con annessi primi amori e prime delusioni, ed è impreziosito da canzoni tra le migliori mai scritte dall’artista nativa dell’Indiana (“sadness as a gift”, “Fool”,  “Free treasure” e “Ruined”).  Era difficile riuscire a superare gli ottimi dischi precedenti, eppure la nostra ci è riuscita alla grande. E mentre rimane la certezza che di essere fronte al suo miglior disco solista, bisognerà aspettare per metterlo a confronto con i dischi a nome Big Thief.
(Davide Belotti)

EMPRESS OF – FOR YOU CONSIDERATION 
(synth pop)

Come fosse un metronomo dalle sembianze umane, il respiro ritmico dell’artista honduregno-americana influenza tutto il suo nuovo lavoro in studio e questi piccoliaccenni danno la sensazione che la musica sia un organismo vivente, e che sappia respirare. In qualita di produttrice del disco Lorely Rodriguez, Aka Empress of, si è ispirata alsuo timbro vocale per utilizzare aspetti della sua voce e creare ritmi e linee di basso che vanno a rimpinguare i già densi paesaggi sonori. Mentre la voce in se e per sè, fluttuando tra inglese e spagnolo, trasuda sicurezza, ma al contempo anche una discreta vulnerabilità. 
E se da un punto di vista dei testi, questo nuovo disco è una ampia riflessione sulle dinamiche del potere e dell’industria dell’intrattenimento e sui vari aspetti degradanti delle relazioni tra di essi, e tra la musica proposta che vengono fuori i maggiori pregi del disco. Un disco protagonista di nuove interessanti collaborazioni con Rina Sawayama e le MUNA. Quest’ultime con cui la nostra ha registrato “What’s love” il pezzo che chiude il disco: una ballata pulsante resa espansiva da sintetizzatori e voci ipnotiche; Degna conclusione per il lavoro più coeso e ambizioso di Empress of fino ad oggi.
(Davide Belotti)

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