USCITE DISCOGRAFICHE DELLA SETTIMANA| 16 febbraio 2024

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IDLES – TANGK 
(post-punk, post hardcore)

Con “Tangk”, quinto lavoro in studio nel giro di 7 anni, la band di Bristol cerca definitivamente di esplorare nuovi territori, lasciando da parte gran parte dell’aggressività che trasudava dai primi 3 dischi, per riagganciarsi a diverse soluzioni che iniziavano a trasparire nel precedente “Crawler”.Ad aprire le danze ci pensa “Idea 01” con il suo battito incessante su cui si innestano note di pianoforte e la voce disillusa di Joe Talbot. E subito pensi “ci siamo, è la svolta definitiva di questi ragazzoni”. E invece no, se non in parte, perché subito dopo arrivano “Gift Horse” e “POP POP POP”, pezzi che scimmiottano un po troppo gli idles di Ultra Mono (in particolare pezzi come War e Grounds).

 

Arriviamo cosi a tre delle migliori canzoni dell’intero lotto: “A Gospel”, sofferta ballata ricca di sfumature ed impreziosita dalla sapiente mano di Nigel Godrich (storico producer dei Radiohead), “Dancer” in collaborazione con James Murphy degli Lcd Soundsystem (e che mi aveva fatto ben sperare in una svolta dance punk della band) e “Grace”, manifesto degli Idles di oggi giorno con le sue invettive contro i reali d’Inghilterra e la celebrazione dell’amore sopra ogni cosa.

 

“Hall and Oates” suona come uno scarto di qualche disco precedente messo li per fare da spartiacque e ci riporta con i piedi per terra, mentre le 3 canzoni poste in chiusura al disco non aggiungono niente di nuovo e risultano scontate (“jungle” e “gratitude”) e azzardate ( la parte finale di “monolith”). Tangk parte con l’intenzione di consegnarci la band sotto nuove vesti e in fin dei conti ci riesce pure, ma a fine ascolto rimani con l’amaro in bocca perché le premesse erano altre. Bisogna riconoscere alla band di aver trovato il coraggio di rischiare. Lavoro quindi interlocutorio? forse è esagerato. In fondo, senza prendere rischi non puoi fare passi in avanti.
(Davide Belotti)

 


CRAWLERS – THE MESS WE SEEM TO MAKE 
(alternative rock)

A distanza di tre anni dal fulminante singolo “come over (again)”, capace di raggiungere 50 milioni di ascolti su Spotify, la giovane band di Liverpool è finalmente riuscita a dare alle stampe il suo disco d’esordio (e infilarci dentro anche il sopracitato singolone). Un lavoro che com’era prevedibile non si discosta più di tanto dai precedenti EP, ma che tutto sommato ci consegna un ottimo esordio.
L’album si apre forte con l’angosciante “Meaningless Sex” dove si intrecciano rock grunge e chitarre glitch. “Kiss Me” che segue subito dopo, è la classica canzone dei Crawlers dove i riff di basso e i pattern di batteria  trasudano passione.
E se “Hit It Again” è il pezzo forte del disco e sarà l’inno che dal vivo spingerà i fan a lanciarsi in scatenati mosh-pit, è l’adrenalinica cavalcata – ‘Would You Come To My Funeral’ – con il suo ritmo di batteria che si ispira ai Cure, il fulcro dell’album. Mentre “Kills Me To Be Kind” sconvolge con frasi ad effetto come: “Non hai bisogno di me, hai solo bisogno che io rimanga in vita”. Altre due canzoni ad alto tasso emotivo sono “golden Bridge”,  che con il suo pianoforte è probabilmente il miglior pezzo del disco e “call it love”, quest’ultima dedicata ad un amore tossico lasciato oramai alle spalle, e a detta della cantante, superato con gran difficoltà. 
A fine ascolto ad emergere è la sensazione di trovarsi di fronte ad una band che nel suonare trova più che conforto. I crawlers nelle loro canzoni esplorano con fare vulnerabile il concetto di relazioni tossiche e parlano onestamente dei propri traumi. Scrivere, suonare e cantare per la band di Liverpool è quanto di più necessario al giorno d’oggi per esorcizzare i propri demoni.


(Davide Belotti)


GRANDADDY – BLU WAV 
(alt-folk, songwriting)

Per questo ritorno al formato album dopo sette anni, i Grandaddy hanno deciso di mantenere le cose semplici e proporre una raccolta di canzoni molto simili tra loro, tutte improntate su sonorità semi-acustiche e su sensazioni legate alla malinconia e alla tristezza. La cosa positiva è che, nonostante la mancanza di varietà, il disco scorre bene non stufa mai, segno evidente che la band ha fatto le cose col cuore e non certo per mancanza di idee. Se così fosse, infatti, ci sarebbe la chiara impressione di un lavoro scolastico e forzato, e invece si capisce chiaramente che Jason Lytle e soci sentivano intimamente di voler fare un disco così e hanno semplicemente assecondato questo loro sentire, anche perché se lo possono permettere.

 

Ciò detto, bisogna però ammettere che questo non sarà un disco che metterà voglia di ascolti frequenti, a meno di trovarsi personalmente in situazioni che è meglio non augurare a nessuno. C’è un po’ troppa uniformità, infatti, e verrà quindi troppo facile voler passare ad altro una volta appresa la strada che la band ha voluto intraprendere. Da un lato, quindi, massimo rispetto per i Grandaddy, non solo per il loro passato, ma anche per l’assoluta genuinità di questo presente; dall’altro, il rischio che questo disco finisce nel dimenticatoio è abbastanza alto.
(Stefano Bartolotta)

 


OMNI – SOUVENIR 
(indie-rock)

Tre album in quattro anni, il passaggio da gruppo noto solo ai cultori a esponenti della Sub Pop, e poi, di colpo, cinque anni di pausa dalle pubblicazioni per la band di Atlanta, prima di questo quarto lavoro, il secondo per la leggendaria etichetta di Seattle. Questo periodo è probabilmente servito al trio per raccogliere le idee e ripresentarsi in una chiave stilistica parzialmente rinnovata, ovvero meno influenzata dal rock n roll tradizionale e più dagli XTC di Alan Partridge.

 

La presenza della band di Swindon come fonte di ispirazione è sempre stata presente nella musica degli Omni, ma finora faceva parte di un cocktail che, come detto, comprendeva anche la tradizione del rock n roll e un pizzico di post-punk, nel modo in cui venivano usati gli strumenti e non per quanto riguarda la cupezza dei suoni.

 

Comunque, ora la devozione per gli XTC è stata chiaramente portata alla luce, e certamente dall’ascolto di queste canzoni si può anche intuire che ai tre non dispiacciano nemmeno i Devo, ma ciò non vuol dire che il disco sia meno originale e interessante degli altri, anzi, gli Omni dimostrano di essere arrivati a una fase di pieno controllo dei propri mezzi espressivi, e di capacità di trasformarli in canzoni sempre efficaci e incisive.

 

La loro lunghezza media è certamente basa (sono 11 per 30 minuti totali), ma al loro interno non manca assolutamente niente, e esse sono sempre in grado di mantenere alta l’attenzione e, allo stesso tempo, di intrattenere piacevolmente l’ascoltatore. Un ritorno, in definitiva, certamente ben riuscito.
(Stefano Bartolotta)

 

 

 


LIME GARDEN – ONE MORE THING 
(indie pop, indie -rock)

Una band tutta al femminile che debutta nel 2024 sulla lunga distanza con canzoni che amalgamano con naturalezza e armonia una buona varietà di influenze. Dove l’abbiamo già sentita questa? Naturalmente, in relazione alle Last Dinner Party. Ma non vi preoccupate, perché le Lime Garden, da Bristol, non ne sono affatto una copia, anche se, probabilmente piaceranno a chi sta già adorando il quintetto londinese.

 

Meno arty e ambiziose, ma con un ventaglio di riferimenti più ampio, queste quattro musiciste mettono subito in mostra una buona personalità e un’altrettanto valida ispirazione compositiva.

 

Ritmi frizzanti ma mai troppo invadenti, melodie interessanti, un cantato all’altezza che non ha paura di usare, quando può dare un tocco estetico più interessante, il tanto vituperato autotune (del resto, lo stesso Paul McCartney ne ipotizzava un eventuale utilizzo da parte dei Beatles proprio in questi termini, se fosse esistito), un’ottima capacità di creare un’integrazione efficace tra chitarre e tastiere. Un disco davvero più che piacevole che farà certamente meritare alle Lime Garden un alto livello di attenzione da parte degli appassionati.
(Stefano Bartolotta)

 


SERPENTWITHFEET
(r&b, art pop)

Quasi ogni mese il serpente fa la muta, lascia lo strato ormai vecchio dietro di sé per affrontare una nuova fase della vita. Sarà forse complice il nome che Josiah Wise ha scelto come moniker per la sua carriera musicale, ma serpentwithfeet ci sta abituando a dei cambi di pelle che a ogni disco lo portano ad esplorare territori diversi, pur rimando ben radicato nel pianeta R&B. Se il debutto nel 2018, soil, era stato molto teatrale e complesso, con il terzo lavoro in studio, GRIP, serpentwithfeet decide di percorrere lo stesso tratto di strada intrapreso nel 2021 con DEACON, ma attuando un altro cambio di pelle. Questo album lascia ormai alla spalle la teatralità di soil e abbraccia sonorità morbide e fluide, Deep End, assorbendo influenze pop contemporanee.

 

GRIP è strettamente collegato a Heart of Brick, lo spettacolo teatrale incentrato sulla vita notturna Queer, che serpentwithfeet ha portato nei teatri europei e americani lo scorso anno. La dimensione dance è presente in maniera massiccia, a livello sonoro, in brani come Damn Gloves e Rum / Throwback, mentre il resoconto della vita notturna si spalma nelle liriche di tutti e dieci i brani, costruiti su sonorità soul, afrobeat e pop Safe World.

 

Pur raccontando una realtà dance, GRIP è un lavoro molto intimo, Lucky Me, a tratti malinconico, che abbraccia una dimensione musicale elegante e molto accattivante. Tra i featuring sono presenti nomi grandi come TyDolla $ign, Mick Jenkins e Orion Sun. Questa nuova muta ha condotto Wise su una effimera dancefloor che altro non è che la metafora della sua vita.
(Chiara Luzi)
 

 


NOUVELLE VAGUE – SHOUD I STAY, SHOULD I GO
(cover)

Settimo album in cassaforte per i Nouvelle Vague in venti anni esatti di discografia ufficiale, progetto pensato e creato da Marc Collin e Olivier Libaux, con l’intento, per chi non lo sapesse ancora, di rivisitare in chiave bossa, lounge, brani storici della new wave e non. Io francamente ho un piccolo debole per questo collettivo e sebbene sia lontano dal mio approccio uditivo prendere in considerazione le cosiddette cover, qui rivedo le mie posizioni.

 

Oggettivamente l’ensemble francese fa miracoli nel sapere reinventare certe canzoni rinfrescandole e rendendole quasi nuovamente originali, ed è, a mio avviso, un’impresa, anche perché la materia trattata è sempre di primo ordine in quanto a popolarità ed importanza, come dire: sfida ad alto coefficiente di difficoltà. 

 

Forse il loro cavallo di battaglia, certificato anche da milioni di views, è la l’eccellente versione di “In manner of speaking” dall’eponimo debutto del 2004. Anche il nuovo lavoro pesca titoli prepotenti e storici, canzoni a dir poi evergreen, e anche questa volta centrano il bersaglio, dando un’originale versione della materia, come detto sopra, aggiungendo un’ulteriore colore a questi capolavori.
(Fabio Campetti)

 

 


LAURA JANE GRACE – HOLE IN MY HEAD
(alternative rock, folk punk)

Laura Jane Grace torna in pista intelaiando un set aggressivo di canzoni rock ’50 nel suo secondo album solista in carriera affrontando l’invecchiamento, la sobrietà e la sua eredità. Mentre Stay Alive del 2020 si è sentito limitato dalla pandemia e dalla produzione (Grace stessa ha ammesso che Steve Albini “si sarebbe infastidito se [lei] avesse fatto più di due riprese”), Hole in My Head è un invito aperto a un gioco selvaggio attraverso la psiche dell’artista.

 

C’è qualcosa di piacevolmente autentico e puro in queste canzoni brevi, ma al contempo taglienti e liricamente aperte, poiché Laura Grace guarda sia dentro che fuori la sua identità. Un lavoro capace di catturare la bellezza nella sua semplicità e nell’onesta crescita di un’artista troppo spesso trascurata dalla critica.
(Giovanni Aragona)

 


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