Un sogno lucido tra distorsioni e melodia: ‘Nowhere’ dei RIDE

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L’ Inghilterra “che si guardava le scarpe”

A cavallo tra gli ’80 e i primi ’90, la scena musicale del rock alternativo inglese andava    stratificandosi sempre di più. L’indie-pop si mischiava alle chitarre jangle, alle suggestioni del post-punk  e del noise e alle sonorità del folk anni ’60. Le etichette nascevano, e tra queste, la Creation Records   avrebbe contribuito nel corso deli anni ad una trasformazione fondamentale per questi primi incroci sonori. Mentre i My Bloody Valentine nel 1988 con “Isn’t Anything” iniziavano a dare forma ai primi umori e alle tinte di un genere caratterizzato dall’uso di chitarre pesantemente effettate e voci piene di    riverberi, nello stesso anno quattro studenti universitari di Oxford decisero di mettere in piedi una band, i Ride.

La costruzione del suono

In origine c’erano Andy Bell e Mark Gardener, chitarristi e compagni di università che avevano già suonato in piccole band, ma a loro si uniscono ben presto il bassista Stephan Queralt e il batterista Laurence Colbert. Ad ospitare il gruppo nei primi tempi erano i garage dei genitori, ma poi la formazione inizia ad esibirsi nei locali di Oxford e nel 1989 Alan McGee della Creation Records dopo un live decide di proporre ai Ride un primo contratto.

 

La band non fa in tempo ad entrare in studio di registrazione che sforna ben tre Ep: “Ride”, “Play” e “Fall”. Già da queste prime produzioni è chiaro come il suono dei quattro trovi ispirazione dai feedback stranianti dei My Bloody Valentine, ma anche dalle melodie cristalline e sognanti dei Cure, dallo stile dei Jesus & Mary Chain e dalle vibrazioni rumorose dei Sonic Youth. Così, sulla scia di un nuovo corso che fa della sperimentazione il suo marchio di fabbrica, nel 1990 i Ride pubblicano “Nowhere”, un album che oltre a diventare un classico del genere shoegaze, riesce a conquistarsi una certa notorietà anche al di fuori di questa nicchia.

Vortici di chitarre, tempo, amore e morte nel suono Ride

Un’onda anomala che si forma nell’azzurro del mare e che sembra fuori dallo spazio e dal tempo. La foto scattata da Warren Bolster e scelta come copertina dell’album d’esordio del gruppo sembra descrivere alla perfezione la duplice natura del suono racchiuso nelle tracce del disco. Un chiaroscuro che alterna parti melodiche e distese, alla violenza delle chitarre che coprono e avvolgono: il tutto risulta dosato e mai lasciato al caso. “Seagull” si apre con un giro di basso impreziosito da distorsioni acide, che fanno da sfondo al ritmo ossessivo della batteria.

 

Una intro rumorosa che traghetta subito l’ascoltatore in un’atmosfera cupa e rarefatta, un canto stanco e sfinito che ha il sapore della perdita: “My eyes are sore, my body weak, My throat is dry, I cannot speak, My words are dead, falling like feathers to the floor”. I toni grigi del pezzo di apertura lasciano spazio alle schiarite più pop di “Kaleidoscope” e alla ballata melodica “In a Different Place”, un inno d’amore per i giorni di pioggia che culla con arpeggi malinconici e chitarre taglienti. L’atmosfera dreamy abbraccia “Dreams Burn Down”, con un tappeto sonoro di gelide chitarre che si alterna al noise più violento, mentre ad aprire “Paralysed” è un intreccio di chitarra acustica ed elettrica: il ritmo prima lento e poi concitato, sottolinea come sia proprio questa la particolarità di un disco che si evolve traccia dopo traccia, senza apparire mai piatto e banale.

 

“Polar Bear” è l’inizio dell’ascesa: qui il tremolo della chitarra disorienta, mentre le voci e il testo visionario fanno il resto, trasportando corpo e mente nel torpore di una dimensione lisergica. L’ascolto prosegue con “Vapour Trail”, un’immagine, semplice ma evanescente: una scia di vapore in un cielo blu profondo, qualcosa a cui vuoi aggrapparti ma sai che in fondo è destinato a svanire. Qui ancora una volta è la sezione ritmica ad essere la protagonista di un suono ipnotico che circonda, le voci non emergono, ma si armonizzano al tutto, entrano in testa e non si levano più.

 

 

La ciliegina sulla torta? La coda di archi che chiude il brano, quasi una schiarita naturale delle chitarre effettate. Se “Taste” fa ondeggiare sulla leggera voce di Mark Gardener, la cupa “Decay” con la claustrofobica batteria e il ritornello ricolmo di distorsioni lascia spazio ad un invito a cogliere ciò che riserva il presente, di fronte all’ineluttabilità della morte: “Live for the moment, not the past, Why do we always fall so fast”.

 

Conclusioni

Non importa se ti trasportano in un “posto differente” o ti fanno galleggiare nella nebbia di un non-luogo privo di identità e fuori dallo spazio e dal tempo. A distanza di 33 anni, le tracce di Nowhere ti avvolgono ancora come una calda coperta in pieno inverno, ti cullano sì con mezze voci impalpabili, ma ti stordiscono anche con la violenza del suono che diventa rumore. Lì dove l’onda dei Ride si forma, l’orizzonte shoegaze fatto di riverberi e distorsioni incontra la melodia e noi restiamo ancora qui a fluttuare, sospesi. 

 

(Greta Esposito)

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