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Tra la forma e l’essere, i Libertines erano punk

 

I Libertines furono, loro malgrado, antesignani della corrente alt-rock più abusata dei noughties in terra d’Albione. Il brit-pop era ormai al capolinea, infatti la maggior parte delle band del 2002, coeve o successive ai Libertines, avevano perlopiù la peculiarità di rimodulare selvaggiamente canoni stilistici del punk e del garage rock. È innumerevole l’elenco di band che anteponevano di default il prefisso “The” di fronte ad un sostantivo o a un aggettivo.

La band di Pete Doherty e Carl Barat fu una grande intuizione di Mick Jones. L’ex Clash seppe valorizzare, in Up The Bracket e nel controverso secondo album, un gruppo dal potenziale immenso, destinato ad essere inquadrato, negli anni, in una duplice veste: come una meteora, senza dubbio, ma anche come una band a suo modo seminale. Pochi anni più tardi le band emergenti britanniche si sarebbero separate in due categorie: chi voleva emulare le gesta dei Libertines, e chi voleva fare il verso ai Joy Division. L’esordio che qui celebriamo è la ricetta perfetta, nella forma e nel contenuto, per un ritorno di fiamma del clima tossico e sovversivo che aveva già portato periodicamente alla ribalta gruppi, in Gran Bretagna, come Kinks, Sex Pistols, Clash, Smiths e Stone Roses. Era l’anarchia, assieme alla dipendenza dall’eroina, l’ingrediente vincente della formula.

Up The Bracket rimane saldo nella memoria collettiva, anni e anni dopo, perché riascoltandolo continua a rievocare ai sensi la puzza dei locali occupati, la sfrontatezza del’atteggiarsi a mods levigati, le rivolte metropolitane pilotate anche solo per rompere due o tre auto di lusso. L’amicizia fu il vero e proprio motore del sodalizio tra due (!) frontman che non avrebbero potuto coesistere nello stesso gruppo, ma tanto ai tempi non lo sapevano. Uno (Doherty) dandy raffinato dal ghigno autolesionista, l’altro (Barat) chitarrista solido schiacciato dalle proprie influenze musicali. Si ritroveranno soli e “falliranno” entrambi, seppure in maniera diversa. Up The Bracket, tuttavia, fu un sussulto. La rinascita musicale di una terra ferita, messa in scacco da una scena newyorkese difficile da fronteggiare. Gli epigoni dei Libertines avranno vita breve (qualcuno si ricorda dei View? Dei Pigeon Detectives? Degli Enemy, forse?) e, tra tutti, di quella scena rimarrà sulla cresta dell’onda chi saprà discostarsi dagli esordi garage (vedi Alex Turner e soci).

Tra l’inizio tentacolare di Vertigo, l’incedere irascibile di Horrorshow, le chitarre taglienti così catchy alla base di un manifesto generazionale come Time For Heroes, il ritornello trascinante di Boys in The Band, e la spinta prorompente della traccia eponima, si compongono via via i tratti distintivi di una tracklist dal mordente sempre acceso e pulsante. Tra copertine di NME e posti di assoluto rilievo nelle classifiche degli album del decennio trascorso, i nostri hanno vissuto di gloria riflessa; perfino quando sono tornati da un “tranquillo soggiorno thailandese”, con il pregevole album del 2015 Anthems For Doomed Youth: abbastanza maturo e riflessivo per dare al mondo la conferma che la stoffa e il talento c’erano davvero, al di là di tutto ciò che ha spinto il fenomeno Libertines a capitolare su se stesso prematuramente. Il talento, come insegnarono a un certo George Best, è un fattore che puoi nascondere, soffocare, ma prima o poi riaffiora. L’epitaffio sulla loro tomba recita solennemente: “Tra la forma e l’essere, i Libertines erano punk”.

Vincenzo Papeo 

 

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