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Nel 1984 l’esordio degli Smiths, Morrissey e Marr si rivelano al mondo

Pubblicato il 20 febbraio del 1984 dalla Rough Trade Records, The Smiths raggiunse la posizione numero 2 nella chart degli album più venduti in Inghilterra.

19:44:29  – 19/02/2021


These charming men

Lennon & McCartney, Partridge & Moulding, Mould & Hart, Forster & McLennan, il rock’n’roll è stato spesso affare artistico di coppia. Non fanno eccezione The Smiths. Con buona pace dell’altro duo Andy Rourke/Mike Joyce (che comunque dopo una lunga contesa giudiziaria hanno visto riconosciuto economicamente il loro contributo) Smiths è sinonimo di Morrissey e Marr, l’intellettuale col ciuffo e la sessualità ambigua e il ragazzo ribelle che viveva in simbiosi con la sua chitarra.

Tutto ha inizio un pomeriggio di fine primavera del 1982, quando Johnny (nato John Martin Maher), alla ricerca disperata di gente con cui mettere su una band, bussa  alla porta di una casa bifamiliare di mattoni rossi in 384 Kings Road cercando Steven Patrick Morrissey, aspirante giornalista amante dei New York Dolls e già in una band con Billy Duffy (poi nei Cult).

Tra i due scatta un’intesa immediata, Moz invita Marr a scegliere un disco dalla sua collezione di singoli Motown e lui mette su un singolo delle Marvelettes. Si salutano e il cantante consegna dei foglietti con su dei testi, che non vedranno mai la luce ma già 2 giorni dopo, a casa di Marr, prendono forma embrionale The Hand That Rocks The Cradle e Suffer Little Children (ispirata ad un tragico episodio locale, i Moor Murders).

Un futuro già scritto

“Il secondo giorno che ci vedemmo recitai un elenco delle cose che secondo me il nostro gruppo doveva essere e doveva fare. La prima è che il nostro disco di esordio doveva avere lo stesso nome del gruppo; poi dissi che il nostro primo singolo doveva avere l’etichetta blu scuro con le scritte argentate e tra parentesi, sotto il titolo della canzone, doveva esserci ‘Morrissey and Marr’.

Dissi che dovevamo firmare per Rough Trade e poi predissi che, anche se non faceva un disco da anni, avremmo scritto una canzone per Sandie Shaw. Non avevamo ancora un gruppo e avevamo solo due canzoni molto strane, ma nel nostro futuro vedevo tutte queste cose e sapevo che era solo questione di lavorarci su.” (dall’autobiografia di Johnny Marr, Set The Boy free)

Parentesi autobiografica

Nel 1984 ero un ventenne studente di giurisprudenza, già ossessionato dalla musica. Rockerilla era la mia bibbia e seguivo con attenzione la rubrica dei singoli curata da Beppe Badino, che magnificava ogni mese gruppi sconosciuti che stavano cambiando il corso della musica, coniugando sonorità ispirate ai sixties con l’urgenza espressiva della new wave.

Tra i nomi che più mi avevano incuriosito c’era quello degli Smiths, che avevano già pubblicato 2 singoli incensatissimi, Hand In Glove e This Charming Man. Ma non c’era modo di ascoltarli, nella provincia profonda in cui vivevo. Quella sera, credo fosse gennaio, ero in cucina alle prese con quel mattone di diritto privato, con la radio a volume basso a seguire Rai Stereonotte.

Il conduttore (non ricordo chi) ad un certo punto annuncia il nuovo singolo della band di Manchester, What Difference Does It Make?. Mi pongo all’ascolto e rimango folgorato. Il riff asciutto e micidiale della chitarra, la batteria che pompa e i gorgheggi del cantante che narra di amori adolescenziali tormentati. E’ amore a prima vista, un amore che è sopravvissuto ai deliri senili del Moz e alla discontinuità della carriera solista di Marr.

Gli Smiths e l’omonimo album 

The Smiths esce il 20 febbraio 1984 su Rough Trade, prodotto da John Porter, con in copertina una immagine di Joe D’Alessandro, attore feticcio della Factory di Andy Warhol. Non è un disco perfetto (nessuno dei loro lo è, preferirne uno agli altri è questione di gusto e sensibilità) ma è sicuramente un esordio clamoroso. Un lavoro che afferma con forza la propria poetica e conquista loro un posto di riguardo nel panorama musicale degli eighties.

Gli elementi distintivi della band ci sono già tutti: la Rickenbacker di Marr e la sua capacità di costruire canzoni che attingono ad una classicità sixties ma con la consapevolezza di chi è nato col punk, il crooning melanconico di Morrissey, cantore di un’umanità ferita e inquieta, ma che rivendica con orgoglio il proprio stare al mondo, contro tutti i benpensanti: “Yes, we may be hidden by ‘rags’ but we have something they’ll never have” (Hand In Glove).

Ci sono episodi meno riusciti, tipo Miserable Lie o The Hand That Rocks The Cradle, ma ci sono anche alcuni dei classici eterni della band: la torbida love story di Reel Around The Fountain (“slap me on the patio”), quell’inno all’eterna insoddisfazione che è Still Ill, la pallottola volante di What The Difference Does It Make? che anticipa i double-decker bus e i ten-ton trucks successivi, il patto col diavolo nella campagna inglese di This Charming Man, che nella versione originale che avevo era uscito separato in un 45 giri. Avevo, perchè lo comprò mio fratello minore e se l’è portato via quando traslocò. Ma what difference does it make?, il disco ce l’ho tatuato da qualche parte tra cervello e cuore.

Gabriele Marramà

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