15/06/2024
Murmur dei R.E.M è stato pubblicato nel '83 ed è ancora considerato come una delle pietre miliari dell'alternative rock degli anni ottanta.

Murmur dei R.E.M è stato pubblicato nel ’83 ed è ancora considerato come una delle pietre miliari dell’alternative rock degli anni ottanta.


Alla periferia del rock

Aprile 1983: quella che sarebbe diventata una delle più grandi band del pianeta arriva a compiere l’agognato primo passo (dopo l’EP Chronic Town del ’82di un cammino che nessuno di loro avrebbe mai lontanamente immaginato di percorrere. In un posto improbabile come Athens, la “classic city” universitaria della Georgia lontana anni luce dai centri nevralgici del rock, i destini incrociati di quattro talentuosi musicisti compongono una sorta di favola del rock che ormai molti conoscono a memoria e il cui passaggio cruciale vede quel commesso di un negozio di musica che risponde al nome di Peter Buck imbattersi in un fenomeno stralunato e magnetico che si aggira timidamente nel negozio che si chiama John Michael Stipe.

Un connubio peculiare

Stipe e Buck formano un connubio dalle caratteristiche diversissime e in qualche modo complementari. Il primo rappresenta il lato più razionale e solido, quasi più maschile degli R.e.m. da catalogatore e fine conoscitore di musica, appassionato dell’avanguardia new- wave d’importazione a cui può accedere grazie al suo lavoro.

Il secondo, invece, quello più femmineo ed emotivo, in qualche modo morbido e dalle velleità più smaccatamente artistiche, la cui conoscenza musicale poteva andare per paradosso da Patti Smith a Patti Smith, sua grande musa ispiratrice, senza cambiarne di un millimetro il talento cristallino. A completare il quadro due altri cavalli di razza senza cui la band non sarebbe mai stata la stessa come Mike Mills (basso e seconda voce) e Bill Berry (batteria).

L’importanza dell’insieme

Data l’alta qualità dei membri assoldati, gli R.e.m. avrebbero funzionato benissimo musicalmente anche senza Stipe, forse. Ma non sarebbero stati quella band dotata di una personalità che pochi altri possono vantare. Testi pari a poesia da stream of consciusness, sparigliati da tecniche come il cut up, spesso imperniati su temi sociali e/o politici camuffati da ballads o singoloni dai ritmi irresistibili. Tanto che ancora oggi molti pensano a questa band come melensa o pop, quindi “mainstream” o di scarso spessore, ingannati dalle melodie, dalla capacità unica di creare canzoni dal formidabile impatto emotivo e mediatico.

Un suono rivoluzionario

A quasi quarant’anni dai loro primi dischi e il successivo impatto sulla musica a venire, è difficile immaginare ora quanto questo lavoro potesse essere rivoluzionario per l’epoca. La band di Stipe e soci ha influenzato così tanto l’immaginario alternativo che siamo ormai abituati a questi suoni, ma quando gli R.e.m. mossero i primi passi non c’era veramente nessun altro che mischiava così magistralmente ascendenze lontanissime fra di loro come la new wave e il jangle-pop, i Gang of Four e i Troggs conditi dal lato morbido dei Velvet Underground creandone dei singoli killer come era successo per “Radio Free Europe” pubblicato poco prima dell’uscita di Murmur vendendo un buon numero di copie e trasformando la band di Athens nel nome di punta delle indies di allora.

Murmur dei R.E.M, ’indie esce dalla nicchia

Ma soprattutto nessuno era mai riuscito ad affacciarsi nel mondo “mainstream” con la loro integrità, non cambiando una virgola della propria attitudine, ma riuscendo lo stesso nell’impresa impossibile di allargare la platea della musica alternativa.

Murmur, uscito per la semi-indipendente IRS di Miles Copeland (dopo che la band rifiutò l’interessamento del colosso RCA) divenne disco dell’anno per Rolling Stone e il mondo intero si accorse che c’era vita oltre il mondo patinato delle major e persino che il rock’n’roll non era più solo un affare confinato ad un passato glorioso.

Quel mormorio ambiguo

L’esordio degli R.e.m. rimane uno dei più convincenti debutti della storia, tanto che può tranquillamente essere considerato il loro miglior disco senza far nessun torto ai restanti, fenomenali, titoli pubblicati dalla band di Athens. Come suggerisce anche la copertina, sicuramente è il loro disco più oscuro, pur contenendo dei pezzi micidiali in quanto a ritmo e melodia. 

Il titolo del disco fu scelto a detta di Stipe in quanto parola più facile da pronunciare dell’intero vocabolario inglese: eppure ci sembra nascondere un altro significato, legato proprio allo stile del frontman. In Murmur il cantato, infatti. appare spesso confuso e in secondo piano, le parole finiscono per non distinguersi facilmente, creando ambiguità e lo stesso significato risulta del tutto indecifrabile: sarà questo uno dei tratti caratterizzanti la loro intera produzione, mentre la voce di Stipe piano piano diventerà sempre più centrale.

L’importanza di saper scrivere canzoni

L’apertura come detto è micidiale, con quella Radio Free Europe che li aveva già consacrati poco prima. Ma il totale dei dodici pezzi contenuti nel disco sono un distillato di arte e talento senza soluzione di continuità, le cui tematiche risultano tutt’ora non facilmente intellegibili. A dispetto della loro forma accattivante più che dei messaggi chiari e codificabili, i testi servono a delineare un’atmosfera evocativa, a tratteggiare immagini dai contorni sfumati. Il pezzo di apertura, ad esempio, parrebbe riferirsi alla radio con cui gli americani trasmettevano nei paesi oltrecortina, ma non è chiaro in che termini, se davvero possa considerarsi un pezzo “politico” o se non si tratti piuttosto di una metafora per altro.

Pop songs perfette al gusto nonsense

Il nonsense per lo più caratterizza molti degli altri brani, come per l’altra pezzo trascinante del disco. la meravigliosa “Sitting Still”. In alcuni casi vengono sparigliate le carte fra senso apparente ed equivoco, come per la passione non certo amorosa cantata nella velvettiana “Talk About The Passion”. Questo sottintendere sempre qualcosa oltre la superficie è volutamente un gioco a cui Stipe non si sottrarrà nemmeno in seguito, quasi per spingere la sua platea ad andare oltre il velo delle cose: è il senso di certe sue immagini religiose tratteggiate anche in “Pilmgrimage” o degli inquietanti riferimenti al mito di Laocoonte in “Laughing”.

O degli scenari sfumati ed onirici del Perfect Circle o di un’infanzia perduta in Catapult e Shaking Through. Evocare, suggerire, provocare dubbi e interrogativi.

Sembra essere questo il trait d’union di testi che senza voler esagerare assurgono al rango di poesia messa in musica. Ogni singolo pezzo meriterebbe di essere sviscerato ma Murmur funziona benissimo anche e soprattutto nel suo insieme: un concentrato di tecnica sopraffina, armonie chitarristiche, linee di basso d’ispirazione wave e ritmi forsennati al servizio di un talento compositivo stratosferico. Un debutto da capogiro, un disco che senza ombra di dubbio finì per essere epocale.

Patrizia Cantelmo 

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