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‘London Calling’ dei Clash: 40 anni fa il disco che sovvertì il punk


 

Ogni movimento culturale nasce fondamentalmente dalla necessità impellente della generazione che lo vive di rovesciare gli schemi, generando rotture che alimentano con nuova linfa la cultura e l’arte in ogni forma: visiva, scritta, sonora. Ogni movimento arriva ad un apice ed è destinato poi ad un declino, che però non segna la fine definitiva di un percorso ma porta ad un’evoluzione in qualcosa di nuovo. Quando nel 1979 i Clash si misero a lavorare al loro terzo disco in studio, avevano coscienza del fatto che il punk ormai si stava tramutando in qualcosa di diverso da sé. Questa lungimiranza portò alla nascita del loro album più emblematico che sancì il punto di superamento del punk: London Calling, uscito esattamente il 14 dicembre di 40 anni fa.

La sua genesi fu tutt’altro che semplice poiché la band iniziò a lavorare al disco in un momento complicato: avevano cambiato manager, non avevano più uno studio, era in corso un blocco creativo. Le apparenti avversità si rivelarono essere in realtà dei punti di forza, rendendo possibile una clamorosa svolta che partì proprio dal nuovo manager, Guy Stevens, i cui metodi poco ortodossi permisero al gruppo di trovare una nuova via creativa. Il nuovo studio, il Vanilla Studio, situato sopra un’officina (assolutamente punk), divenne il microcosmo in cui i quattro musicisti ritrovarono libertà di suonare ciò che volevano, fondendo sonorità jazz, reggae, ska, blues, rockabilly. La giustapposizione di questi generi non fu solo l’elemento di rottura con ciò che era stata la loro storia fino a quel momento, ma divenne il fulcro dei 19 pezzi che compongono il disco doppio.

London Calling racconta lo spaccato di una generazione angosciata e insicura, figlia di una società, quella Inglese, al tempo molto frammentata. Questa narrazione, al contrario di come ci si aspetti, non è animata da sonorità malinconiche e rabbiose ma è pervasa da ritmi quasi allegri, creando una sorta di paradosso che evidenzia ancora di più i contenuti seri dei brani. Trovano posto così la critica al consumismo, Lost in the supermarket, la denuncia del degrado sociale, Hatefull, che pur parlando di droga è disegnata da suoni coinvolgenti di chiare origini rockabilly. Così come spensierato è il tono di Rudie can’t fail, che costruita su ritmi reggae, parla della rivendicazione da parte delle giovani generazioni di vivere la vita in maniera libera. L’eco reggae/ska ritorna anche in Guns Of Brixton, forse il pezzo più scuro del disco, in cui si fanno forti l’afflizione e la disillusione sociale. Temi presenti anche in  London Calling e in Spanish Bomb, in cui i forti riferimenti alla situazione storico-politica descrivono uno scenario carico di inquietudine.

Il punto di forza di questo disco sta nella ritrovata coesione della band, i cui membri, al momento della registrazione, godevano di nuova potenza sonora. Liberi da ogni costrizione, realizzarono una delle loro migliori prestazioni sonore e compositive. Dopo 40 anni Londra, e l’Inghilterra, sono ancora piene di contraddizioni e divisioni. La generazione che vive questo presente storico è nuovamente smarrita e frammentata, anche se con modalità nuove e differenti. Dopo 40 anni il richiamo di Londra continua ad essere forte e tremendamente attuale, e i Clash sono ancora necessari per raccontare la contemporaneità. Perché in finale oggi come allora oggi ci sentiamo tutti simili e uniti nello smarrimento – I never felt so much alike –

Chiara Luzi 

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