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Le migliori uscite discografiche della settimana | 9 ottobre

Prima settimana di ottobre contraddistinta da molti dischi in uscita. In questo numero vi raccontiamo del ritorno dei Metz, dell’EP degli Yo La Tengo, dei Future Islands, dei Touché Amoré, di Travis, dei Cut Worms e del disco solista di Andy Bell dei Ride. Per gli amanti dell’indie-pop ecco il nuovo disco dei The Very Most e l’interessante pubblicazione sfornata dai Drew Citron, mentre per gli appassionati hip hop ecco il nuovo disco di Papoose. Entrando negli inferi underground moltissima carne al fuoco: dai talentuosissimi Garcia Peoples, all’indie-rock dei Slow Pulp. Infine due dischi per palati molto fini: l’ambient di Mary Lattimore e l’avant-jazz targato Paradise Cinema.

13:38:38  – 09/10/2020

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Patrizia Cantelmo, Paolo Latini e Chiara Luzi



FUTURE ISLANDS – AS LONG AS YOU ARE 
(synth pop)

I Future Islands hanno, indiscutibilmente, dominato le scene in questi ultimi anni e dopo la pubblicazione dell’ottimo The Far Field del 2017, il ritorno in posta della band è estremamente positivo. Solito accattivante synth-pop centrifugato in un muscoloso assetto new wave immediatamente identificabile e completamente unico nel genere, fa di questo, uno dei migliori lavori della settimana.

I lisergici esperimenti alle tastiere di Gerrit Welmers, e i tappeti sonori costruiti da William Cashion, confezionano un disco di ottima fattura. Suoni molto introspettivi in un flusso sonoro sempre accattivante. As Long as You Are è il suono ringiovanito di una band che ha finalmente raggiunto una maturità da veterani del genere.
(G.A)


METZ – ATLAS VENDING
(alternative rock)

Dal Canada con furore e una buona dose di mestiere tornano i METZ col loro quarto album. Atlas Vending è un disco onesto, diretto, il caro vecchio screamo con i chitarroni oscillatesta che ora si tinge di grunge (“Blind Youth,” “No Ceiling”), ora di punk (“Sugar PIll”), ora di sfumature noise (“Hail Taxi”) . C’è una ricerca costante dell’anthem, ma a differenza di tante band chiuse nel loro status di poseur, i METZ quegli anthem li trovano senza mai sembrare affettati o pretenziosi. Dieci pezzi da cantare a squarciagola oscillando la testa a tempo.
(P.L)


SLOW PULP – MOVEYS
(indie-rock)

Non bastava la pandemia, Emily Massey, la front-woman degli esordienti Slow Pulp ha dovuto affrontare anche un morbo di Lyme e la morte improvvisa di entrambi i genitori, e tutto questo probabilmente ha consolidato ancora di più il songwriting di questo disco, prima album dopo un paio di ep che di quegli ep continua e solidifica le direzioni: un frullato di dream-pop, shoegaze, alt-country, con un tocco di indie-rock e una spoveratina di psichedelia: dalla My Bloody Valentinesca “Tracks,” allo strumentale “Whisper (in the Outfield)” fino all’outro hip-hop (!) della title track tutto gira per il verso giusto e Moveys è a tutti gli effetti un compendio della migliore nuova musica in circolazione fatta nel migliore dei modi possibili. Uno dei migliori esordi di quest’anno.
(P.L)


TOUCHE’ AMORE’ – LAMENT 
(post-hardcore)

Dopo aver confezionato l’ottimo – e sofferto –  Stage Four del 2016, che ha raccontato la perdita della madre del frontman Jeremy Bolm a causa di un cancro, i Touché Amoré hanno continuato, pezzo dopo pezzo, ad aggiungere sfumature ed emozioni al loro nuovo album in studio. Negli ultimi dieci anni i Touché Amoré hanno contribuito a ridefinire ed espandere il panorama post-hardcore, abbracciando la tradizione classica mescolata ad elementi progressive. In questa nuova scorribanda la band non ha minimamente perso stimoli e anzi, il gruppo è in splendida forma e ha ancora molto da raccontare. 
(G.A)


TRAVIS – 10 SONGS 
(pop-rock)

Nono album per il quartetto scozzese, che dopo il successo sempre crescente dei primi tre, non ha più allargato la fanbase, e, anzi, l’ha spesso divisa in occasione di dischi su cui si è detto tutto e il contrario di tutto. Per chi scrive, le cadute sono state giusto due, ovvero “The boy with no name” e “Where you stand”, ma so bene che in molti la pensano diversamente, soprattutto su “Ode To J. Smith”, disco più che mai controverso e che, personalmente, mi piace.

Venendo a questo, il pollice rimane su come per il precedente “Everything at once”, in virtù di melodie valide, un Fran Healy mai sopra le righe ma molto espressivo, e la capacità di creare atmosfere nero seppia, introspettive ma non troppo intimiste e con momenti ben studiati all’interno della tracklist in cui l’intensità si alza. Un bel disco, quindi, che non cambierà le vite di nessuno e che continuerà a non allargare la fanbase dei Travis, ma che si lascia ascoltare più che volentieri, e non è poco.
(S.B)


THE VERY MOST – NEEDS HELP
(twee-pop)

Popkids di tutto il mondo, alla riscossa! Il nostro amato twee è vivo e lotta insieme a noi, e anche se ormai, in ambito DIY, ci si è spostati in massa verso influenze punk e post-punk, c’è ancora qualcuno a cui piacciono la delicatezza, i colori pastello e gli scenari da camerette adolescenziali. I Very Most, da Boise, Idaho, non si sono mai spostati da queste coordinate, nella loro particolare discografia che comprende, con questo, soli 6 album ma ben 8 EP, e hanno sempre cercato di nobilitare l’arte del twee-pop con un suono sempre molto curato e stratificato, con diversi strumenti e tanti giochi di armonie vocali e strumentali.

Citano Johnny Marr, Brian Wilson e i concittadini Built To Spill tra le proprie influenze e questo disco va soprattutto in direzione dell’ex leader dei Beach Boys. Suoni, melodie e parte vocale sono rotondi, ammalianti e avvolgenti, e ci si sente più che mai abbracciati e trasportati da questo bellissimo disco. Noi popkids siamo già prontissimi a guardare il soffitto con occhi sognanti, ma anche tutti gli altri appassionati troveranno motivi di interesse in queste canzoni confezionate alla perfezione con mano sartoriale.
(S.B)


CUT WORMS – NOBODY LIVES HERE ANYMORE
(alt-country/americana)

Doppio disco per il giovane talentuoso songwriter Max Clarke, che abbandona le influenze più indie dell’esordio per trasformarsi in campione dell’americana e della sua forma canzone più classica. Un’ora e venti per diciassette brani, di cui nemmeno uno brutto, che confermano la sua grande ispirazione e che passano via piacevolmente senza grossi scossoni quasi ad abbracciarci e cullarci, a proteggerci da un mondo ruvido e inospitale. Rimane da vedere quanto di questo prezioso compendio di genere ci rimarrà addosso col tempo, per quanto prometta decisamente bene.
(P.C)


GARCIA PEOPLES – “NIGHTCAP AT WITS’ END”
(psych-folk)

Dopo due ottimi dischi nel 2019, il secondo dei quali di sole due lunghissime tracce, la jam-band del New Jersey arriva a convincere pienamente con questo quarto lavoro. Un’ora scarsa per metà fatta di canzoni psych-folk strutturate in maniera classica con sprazzi prog, e per l’altra metà di una jam spezzettata in brani solo dai cambi di tempo, ma senza reale soluzione di continuità. Un impressionante viaggio sonoro nello spazio (cosmico) e nel tempo che recupera le radici psichedeliche trasfigurandole attraverso canoni contemporanei in un disco che colpisce fin dai primissimi ascolti.
(P.C)


YO LA TENGO – SLEEPLESS NIGHT – EP
(Folk Blues)

Dopo l’uscita qualche mese fa di We Have Amnesia, Yo La Tengo tornano con un Ep che potrebbe essere la colonna sonora perfetta di un film indipendente. Sleepless Night è realizzato con la collaborazione dell’artista Yoshimoto Nara che, oltre a curare l’artwork del disco e l’immagine del cofanetto speciale, ha aiutato la band nella scelta dei brani. Questo è sicuramente uno di quei dischi da ascoltare di notte, all’aperto davanti a un fuoco.

L’Ep è composto da 6 cover di brani rivisitati in maniera folk blues, resi quasi irriconoscibili grazie alla personale visione della band. Blue Stay Away ad esempio è una cover di un brano dei Delmore Brothers datato 1949. Troviamo inoltre una quasi irriconoscibile It Takes a Lot to Laugh, It Takes a Train To Cry di Bob Dylan che viene caricata di nuovo fascino: dilatatissima e onirica. L’unico inedito è la bellissima Bleeding, brano delicato e sospeso dalle tipiche vibrazioni a marchio Yo La Tengo. Ottimo ascolto per questo strano autunno.
(C.L)


PAPOOSE – ENDANGERED SPECIES
(Hip hop)

Esce oggi Endangered Species, quarto disco in studio di Papoose. La carriera del rapper di Brooklin è stata costellata sin dall’inizio ottime produzioni, autoproduzioni,e da collaborazioni di tutto rispetto. Questo nuovo Lp non fa quindi eccezione. In questo nuovo lavoro non mancano le suggestioni old school, il pianoforte è usato in quasi tutti i brani per le parti melodiche, come ad esempio la scala vagamente classicheggiante di Boxcutter. Ovviamente sono molti i riferimenti al rap old school, li troviamo nei sample, a volte ripetuti in loop come in Tribute, brano che tratta, inevitabilmente di questi tempi, della violenza della polizia. 

Endangered Species è un buon lavoro, ha un ottimo flow che ne rende veramente piacevole l’ascolto. Come sempre è d’obbligo citare alcuni dei numerosi featuring: Conway the Machine, French Montana, Dj Premier.
(C.L)


ANDY BELL – THE VIEW FROM HALF DOWN 
(brit-rock, alt -rock)

L’ex bassista degli Oasis, e chitarrista dei Ride piazza un buon disco in una settimana ricca di album. In realtà non si tratta di un vero e proprio esordio solista visto che il musicista aveva già sfornato un lavoro con il moniker GLOK. Un lavoro che non lascia sicuramente il segno ma che offre, in maniera frammentaria, qualche spunto di pregevole fattura tra brit rock al cotone ed elementi sorprendentemente elettronici. Un disco da consigliare all’amico in pantofole rigorosamente fan del brit anni ’90.
(G.A)


DREW CITRON – FREE NOW
(indie-pop)

Già bassista dream-pop nei Beaverly, poi bassista e vero motore nella disco-punk fresca e divertente dei Public Practice di quest’anno, e ecco che Drew Citron se ne esce con un disco solista che ricorda un po’ il pop chitarristico zuccherino e gentile delle Vivian Girls in libera uscita La Sera o Frankie Rose: chitarroni iperarmonizzati (“White Noise”), un jangle sciolto e mai invadente  (“Dead on Arrival”), alcuni pezzoni strappalacrime (“Free Now” e “Summertime”) per un disco che Drew Citron ha scritto e registrato in un auto-isolamento dopo aver rotto col partner. L’ha fatto dov’è nata, nella California settentrionale. Cioè nella parte giusto della costa giusta. Delizioso.
(P.L)


MARY LATTIMORE – SILVER LADDERS
(ambient – neo classical)

Mary Lattimore è ormai una veterana, ha suonato anche in dischi di Thurston Mooore e di Kurt Vile, Silver Ladders è il suo settimo disco in sette anni nonché ritorno alla gloriosa Ghostly International dopo due anni, eppure non è famosa quanto dovrebbe essere e non è perché invece di suonare strumenti più o meno convenzionali ha scelto l’arpa. Questo album, registrato negli studi Newquay di Neil Halstead, è il sodalizio che forse mancava tra il mondo fatato dell’arpa di Lattimore e i synth di tanto immaginario hypnagogico, simbiosi perfetta per esempio su “‘Tl a Mermaid Drags you Under,” “Sometimes He’s in my Dream” si avvicina alla migliore Joanna Newsome, anzi la supera, mentre su “Chop on the Climbout” si aggiungono dei benvenuti toni più dark.  41 minuti di fate che ti baciano le orecchie.
(P.L)

PARADISE CINEMA – PARADISE CINEMA
(avant jazz)

Dopo aver realizzato forse il  miglior disco dei Portico Quartet (Memory Streams dell’anno scorso), Jack Wyllie è andato a Dakar in Senegal per registrare il suo nuovo progetto Paradise Cinema insieme a percussionisti senegalesi Khabim Mbaye e Tons Sambe. Ha un che di hypnagogico questo disco, pur con tutto il sassofono filtrato e effettato che porta alla mente gli esperimenti di Jon Hassel e la sua idea di musica del quarto mondo: anche su questo Paradise Cinema il jazz si sposa con l’elettronica futuristica e con le percussioni tribali che più che primitive sembrano essenziali, e basti ascoltare la nervosa “It Will Be Summer Soon,” o la avvolgente “Casamance” con quelle voci lontane lontane, appena percettibili. Un disco che viene dal futuro.
(P.L)


SUITOR – COMMUNION 
(indie-rock)

Primo disco per il nuovo duo nato da una costola degli Small Wood House di Cleveland, OH, ossia Suitor, formati da Emma Shepard e Chris Corsi, e rispetto al rock bucolico e psichedelico degli Small Wood House, gli Suitor vanno in direzione nettamente più di pop-punk soffice screziato di profumi west-coast, continuando per certi versi il trend dell’indie sbilenco che quest’anno sembra formare un filone abbastanza nutrito  (youbet, Corey Flood, Sweeping Promises, Dig Nitty e Lithics).
(P.L)

https://suitor.bandcamp.com 


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