27/05/2024
In questa settimana di uscite discografiche della settimana abbiamo ascoltato l'atteso ritorno dei National, l'EP dei Beach House, Susanne Sundfør, Indigo De Souza, l'ambient dei The Orb, i seminali Damned, Matt Maltes, JFDR e l'EP di Paolo Benvegnù. 

In questa settimana di uscite discografiche della settimana abbiamo ascoltato l’atteso ritorno dei National, l’EP dei Beach House, Susanne Sundfør, Indigo De Souza, l’ambient dei The Orb, i seminali Damned, Matt Maltes, JFDR e l’EP di Paolo Benvegnù. 

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Chiara Luzi, Cristina Previte e Flaminia Zacchilli 

12:17:39  –  28/04/2023



THE NATIONAL – FIRST TWO PAGES OF FRANKENSTEIN
(alternative rock, indie-rock, art-rock) 

Con “First Two Pages of Frankenstein”, The National suonano una ballata dal crescente trasporto emotivo, concentrandosi sul loro dramma collettivo sommesso.  Matt Berninger, per questo nono album, si ispira romanzo di Mary Shelley, Frankenstein, che ispira Matt ad esplorare la sensazione di disconnessione e mancanza di scopo che molte persone possono provare nella vita.

Naturalmente, le riflessioni mormorate di Matt Berninger sono poste in primo piano, eppure la band segue ogni sua pausa e sospiro, dando alla musica l’impressione di cavalcare un’onda. 11 canzoni che si immergono in atmosfere delicate e minimali. Racconti e immagini sincere che sono il riflesso dell’incapacità d’ispirazione di Matt e della rinascita creativa. Questa tensione emotiva, la si percepisce anche musicalmente in tutto il disco. 

Sufjan Stevens, punta di diamante

I primi venti secondi dell’iniziale “Once Upon A Poolside”, impreziosita dalla presenza di Sufjan Stevens sono sufficienti per lasciarsi avvolgere in un minimalismo potente e disarmante che vede la voce di un Matt Berninger, liberatosi da un potente blocco dello scrittore, in forma smagliante. Mentre Bridgers le troviamo con la sua delicatezza in This Is’t Helping e in Your Mind Is Not Your Friend. Taylor Swift ottiene la voce ospite più importante, e sebbene “The Alcott” non abbia una melodia forte, l’intelligenza muscolosa del suo fraseggio offre un nitido scatto di sfida al triste Berninger. 

Le differenze tra gli album dei National possono essere misurate in piccoli gradi, ognuno dei quali segna una distanza dal centro malinconico del gruppo.  Non riservano sorprese particolari a chi ha familiarità con loro, ma ne confermano e consolidano il valore.
(Cristina Previte)


THE DAMNED – DARKADELIC
(Punk rock, Post-punk, New wave) 

La storica punk rock band britannica dei Damned ha fatto uscire il loro primo album in studio dal 2018. Il nuovo album segna l’ingresso in formazione del nuovo batterista William Granville Taylor. Niente di nuovo nel loro sound, album fedele al loro stile, pieno di raffinatezza e fuoco, aggiungendo un’aggiunta di qualità alla loro eredità registrata.

L’album si apre con “The Invisible Man“, che è stata la prima uscita su YouTube e altre piattaforme. L’intera band è subito in forma e la canzone ha un ritmo straordinario. La band diventa più sognante e psichedelica con “Western Promise“. Dave Vanian dimostra ancora una volta i suoi talenti vocali e il fatto che non hai bisogno di urlare o ringhiare tutto il tempo. In questo album i Damned si sono sicuramente aperti ed hanno esplorato il suono che possono creare e Darkadelic cattura un’atmosfera tra la musica “garage” degli anni ’60 e un po’ di psichedelia.
(Cristina Previte)


BEACH HOUSE – BECOME
(Dream Pop, Neo-Psychedelia, Indie Pop)

Become è uscito il giorno del Record Store Day, ed è un EP contenente cinque inediti che Victoria Legrand e Alex Scally hanno realizzato durante le stesse session di “Once Twice Melody”. “Non pensavamo che si adattassero al mondo di Once Twice Melody, ma in seguito ci siamo resi conto che si adattavano tutti a un piccolo mondo tutto loro”, hanno spiegato i membri della band in una dichiarazione. 

Niente sul quale speculare, precisano: questi luoghi “sdruciti e riverberati” non sono quelli verso cui la formazione è diretta ma dove è stata. Infatti le canzoni sono delicate e sognanti, una piccola parentesi nel loro progetto che non si sa dove porta, ma che comunque è piacevole.
(Cristina Previte)


JFDR – MUSEUM
(songwriting, slowcore)

Jófríður Ákadóttir ha, ormai da tempo, associato anche un’attività solista a quella in progetti quali Samaris, Pascal Pinon e Gangly. Questo è il suo terzo disco e, come sempre, la Nostra usa questo spazio per mettere a nudo la propria vena più intimista, mettendo a segno un altro centro pieno grazie a un’espressività vocale da brividi, un tocco melodico di estrema qualità e un accompagnamento strumentale perfetto perché conferisce il giusto tasso di varietà e valorizza la forza emotiva dello scheletro delle canzoni.

L’ascoltatore più razionale forse penserà che, nel corso dei tre dischi, non si nota alcuna evoluzione significativa, ma chiunque, invece, preferisce farsi trascinare dalle emozioni date dall’ascolto, se ne fregherà di questo aspetto e adorerà perdersi nei meandri di queste canzoni impeccabili e profondamente coinvolgenti.
(Stefano Bartolotta)


PAOLO BENVEGNÙ – SOLO FIORI EP
(songwriting)

Riecco il Paolone nazionale, una vera e propria istituzione della canzone indipendente italiana, che spezza un silenzio di tre anni che iniziava a mettere un po’ di preoccupazione addosso ai fan. In attesa di poter testare il suo stato di salute dal vivo, l’ascolto di questa manciata di brani nuovi risulta convincente, perché è vero che, in quattro di questi cinque episodi l’autore si appoggia al proprio stile più consolidato, senza cercare strade nuove, ma è anche vero che sono tutte canoni di gran livello.

In particolare, il singolo con Malika Ayane, messo a metà tracklist, è sublime, e le due successive sono poco al di sotto di questo capolavoro. Il brano iniziale è, probabilmente, il meno convincente, ma è comunque valido, mentre la successiva “Our Love Song” è l’unica nella quale Benvegnù fa qualcosa di diverso rispetto al solito, con un’insospettabile ma ben riuscita atmosfera synth-wave e un richiamo a “This Is Not A Love Song” dei PIL. Un ottimo ritorno in definitiva, adesso non vediamo l’ora dei concerti e di capire se da parte ci sono altre canzoni belle o bellissime come queste.
(Stefano Bartolotta)


SUSANNE SUNDFØR – BLÒMI 
(chamber pop)

La regina del pop scandinavo Susanne Sundfør fa ritorno sulle scene con un concept album il cui titolo – blómi, “sbocciare” in Norvegese – allude appropriatamente a un universo che si dischiude dinnanzi all’ascoltatore, promettendo un mondo migliore o la distante vista dei suoi confini.

La tradizionale combinazione di ballate ed eccentricità, di lenta atmosfera e potenti immagini, prosegue imperterrita e dà luce a un’esperienza di bellezza. I temi sono quelli classici: famiglia, eredità, introspezione, radicati nelle culture e nei sound romantici, freddi e tradizionali sui quali Sundfør ha fondato la propria consapevolezza di sé. Lo arricchiscono criptici monologhi che spezzano il ritmo dell’album, come a riportare al raccoglimento, e una performance vocale cristallina.
(Flaminia Zacchilli)


THE ORB – PRISM 
(Ambient House, Ambient Dub, Electronic)

Per conoscere pienamente la storia degli Orb bisognerebbe partire da molto lontano. Il duo è frutto della sapiente collaborazione iniziale tra Alex Paterson e Jimmy Cauty e che ha visto successivamente visto come unico membro permanente Alex Paterson, capace nel corso degli anni di mettere a segno ben sedici album in carriera. Approcciarsi a un disco degli Orb equivale a conoscere bene sia la discografia dei Pink Floyd, tanto quanto le scorribande musicali di Jean-Michel Jarre.

Prism suona molto delicato ed è piuttosto inghiottito in una forma di musica retrò che ti porta in un viaggio nello spazio interiore.  Il tutto è ben condensato da suoni silenti, risonanze dub e fasce di sintetizzatori sensuali. Prism è “L’alice delle Meraviglie” della scena ambient. Mica poco.
(Giovanni Aragona)


MATT MALTESE – DRIVING JUST TO DRIVE 
(Singer-Songwriter, Indie Pop, Pop Rock, Soft Rock)

Da quando è emerso per la prima volta con “Bad Contestant” del 2018, Matt Maltese è stato da subito etichettato come il “giovane saggio” dell’indie pop contemporaneo, capace di raccontare le lotte quotidiane della vita con arguzia e saggezza in egual misura. Su ‘Driving Just to Drive’ – il quarto disco del prolifico musicista in cinque anni – questo fascino fondamentale rimane, con l’aggiunta di nuovi spunti di interesse. La sua forza resta sempre quella di aver mostrato, ancora una volta, di essere un compositore da camera sopraffino.
(Giovanni Aragona)


INDIGO DE SOUZA – ALL OF THIS WILL END
(indie rock)

È intraprendendo un personale discorso in bilico fra la memoria e il flusso di coscienza che Indigo De Souza riflette sul senso della vita. Il titolo del suo nuovo album, All Of This Will End, è un mantra che lega tutti gli undici brani in cui la musicista americana prova ad individuare il reale senso delle cose. Se tutto prima o poi è destinato a finire è importante vivere il presente nel migliore dei modi. Questo terzo lavoro in studio custodisce due anime: se nella prima parte le chitarre e la voce di De Souza sono ruvide e chiassose, nella seconda è la morbidezza dei suoni a prendere il sopravvento.

L’opener, Time Back, ci investe con una potenza che si propaga fino a metà disco quando la title track apre le porte di un ambiente più accogliente ma non per questo privo di energia. Il percorso introspettivo si conclude con Younger & Dummer, brano che racchiude tutti gli stilemi della ballad perfetta garantendo una chiusura senza la minima sbavatura.

Nonostante il tono malinconico dato anche dalle lunghe riflessioni sul passato, sulla mortalità e il senso di comunità, questo lavoro è carico di ottimismo, merito anche delle suggestioni che sembrano pescare da sonorità pop-rock dei primi duemila . De Souza è riuscita a confezionare un album diretto, immediato e pieno di speranza continuando a percorre una via creativa interessante e per niente banale.
(Chiara Luzi)


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