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Il battito incessante di Third dei Portishead vibra oggi come speranza nel futuro

Third è il terzo album dei Portishead, pubblicato  il 28 aprile 2008 dalla Island Records in Gran Bretagna e il 29 aprile 2008 dalla Mercury Records negli Stati Uniti.

11:41:13  – 28/04/2021


I Portishead e i cambiamenti culturali 

Sono trascorsi tredici anni dal giorno in cui è stato pubblicato Third dei Portishead. Viaggiando indietro nel tempo ci si accorge di quante cose siano cambiate. La musica viene oggi fagocitata e poco descritta. Defunti (per fortuna) i tempi delle recensioni dettagliate, lagnose opere descrittive condensate da lisergici fiumi di chiacchiere tra orpelli semantici (pseudo) brillanti, e ricercati vocaboli da Accademia della Crusca per sedicenti navigatori dell’etere.


Nel decennio trascorso dall’ultimo album dei Portishead, il mondo è entrato in un nuovo secolo. Abbiamo visto il teen-pop, il rap-metal,  il garage-rock a corrente alterna, la trap, i talent show e Billie Eilish. Abbiamo inoltre assistito ad alcuni degli eventi politici più significativi e tumultuosi di un generazione, da Donald Trump all’avanzare delle destre in Europa, alla pandemia da Covid-19. In questo attuale scenario, Third dei Portishead non solo si incastra alla perfezione, ma sembra vivere pienamente questa epoca di incertezza. 

Il terzo disco in carriera dei Portishead è da considerarsi il più netto, il più snello e il più dissonante rispetto ai precedenti. Non ha sicuramente il tasso romantico di Dummy ed è sicuramente meno cinematografico rispetto all’omonimo secondo disco pubblicato nel 1997. I ritmi di Third sono più industriali e gli ambienti in cui si muovono le undici tracce sono futuribili.

Estetiche punk in scenari trip-hop 

L’opera finale è imperniata all’interno di una doppia spinosa e contrapposta prospettiva, capace di raffozarne l’efficacia narrativa anzichè indebolirla. Il percorso sonoro è sempre in bilico sul sottilissimo filo fra l’estetica del punk capace di coabitare nello scenario bristoliano del trip-hop. Bristol appunto, quella città così industriale e così affascinante resa famosa da un genere e dalla street art diventata nel giro di pochi anni brand di se stessa. I Portishead piuttosto che confezionare musica redditizia dal punto di vista commerciale,  (spesso legittimo progresso di artisti che invecchiano) con Third fanno l’esatto opposto: decidono di realizzare il disco più sperimentale di una carriera.  

Third, la tela Kafkiana dei Portishead

In Third ogni particolare è studiato sino all’ossessione, ogni frame sonoro soddisfa pienamente la ricerca di una perfezione. La musica non è una semplice colonna sonora a corredo di una storia, ma strumento portante per definire e completare i contenuti.

In questo turbinio di emozioni e immagini, Beth Gibbons è squisitamente cupa come sempre: dal ballo horror di “Hunter”, al loop ciclico synth-basso che addolcisce la seconda metà di “The Rip”, al gioiello del disco Magic Doors (probabilmente la miglior traccia di una intera carriera). Third è il disco mai realizzato da Public Enemy, perfetto nei profondi, inquietanti, cavernosi e atonali bassi che lo compongono. In 52 minuti Third racconta che, laddove Adrian Utley ha il dominio assoluto nella composizione dei brani, Geoff Barrow disegna parabole sonore.

Con questo terzo disco i Portishead sono riusciti definitivamente a trovare l’equilibrio tra far progredire il loro suono mantenendo l’intelaiatura esoterica. Third è un opera completa capace perfettamente di comunicare la noia esistenziale come elemento compositivo. L’effetto di straniamento che ne consegue circonda l’intero album di un’aura di “realismo magico”: in un contesto apparentemente reale e quotidiano viene calato un elemento piacevolmente inquietante. La metamorfosi diventa così per i Portishead la chiave di lettura dei mali dell’uomo contemporaneo ma al contempo, il suo incessante battito, è anche una fervida speranza in un futuro sempre più incerto.

G.A

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