In Ricorrenze

Il 1999 di ‘Surrender’ dei Chemical Brothers è un affresco “allucinato” che apre le porte a una nuova generazione sonora

 

Per chi come me è nato negli anni ’80 ed è cresciuto a pane, cinema, calcio e musica, il 1999 rappresenta l’anno della svolta musicale. Ah il 1999, quanti ricordi, tra una Lazio che vinceva il campionato e un Manchester United che ribaltava in finale di Champions il Bayern Monaco. Mi ricordo benissimo quell’anno, ricordo in particolare la diffidenza di mio padre nei confronti di un signore che venne nominato presidente della Repubblica: si chiamava Carlo Azeglio Ciampi e di lui conoscevo solo i suoi autografi sulle banconote.

Cinematograficamente parlando, fu un anno decisamente denso di capolavori: Matrix, Fight Club, Eyes Wide Shut e American Beauty. Di musica se ne consumava tantissimo, e un giorno, per caso, guardai un video: era Hey Boy Hey Girl e mi tolse letteralmente il fiato. Nel giro di pochissimi giorni, acquistai la mia copia di Surrender e probabilmente, da quel giorno, cambiò il mio approccio alla musica. 

La sensazione forte, mista a una forte incredulità, fu la seguente: possibile che un disco così elettronico, così pieno di hit, fosse capace di riempire e mescolare perfettamente le quote vocali e le sonorità in maniera totalitaria? Trovo sia banale, riduttivo e scontato ricordare e descrivere i vari pezzi del disco. Ma, sicuramente, quello che sembra poco scontato, è capire cosa ha rappresentato Surrender nel 1999.

In quel periodo, di musica elettronica se ne trovava moltissima ma, come tante cose, si faceva una gran confusione e tutti pescavamo da più generi, convinti di ascoltare “esperimenti sonori”. Come non ricordare i Radiohead, o come non focalizzare la nostra attenzione su quello che venne prodotto negli Stati Uniti con l’hip hop e il rap. Chi scrive non era un frequentatore di discoteche, ma di abituali frequentatori di luoghi danzerecci ne conosceva molti.

La cosa che colpì, proprio nel 1999, fu il radicale cambiamento di costumi, di selezioni e di playlist, nelle discoteche. La musiche techno, e in gran parte anche la musica house, stava letteralmente rottamando la musica dance. Venti anni prima, l’elettronica ruppe con il passato e decise di sconfinare in territori lontani (pensiamo al kraut rock). Nel 1999, invece, succede l’opposto: il rock, il post rock e l’indie rock cercano disperatamente il sostegno della musica elettronica. Le radici della musica techno, come l’uomo “Mosca” di Cronenberg, si dilatano così tanto da generare breakbeat e big beat.

Proprio il Big Beat fu quello che i Chemical Brothers riuscirono a portare ai massimi livelli con Surrender. L’album, pubblicato il 21 giugno del 1999, è infarcito di illustri ospiti provenienti da altre scene: dalla storia rock di Let Forever Be suonata con Noel Gallagher, a Hope Sandoval dei Mazzy Star passando per Bernard Sumner dei New Order, fino a Jonathan Donahue dei Mercury Rev.

Il potenziale di Surrender lo si percepisce oggi, venti anni dopo. I Chemical Brothers, così come i Prodigy, mettono in piedi un impianto sonoro perfetto. Il risultato finale è un affresco allucinato che non solo apre le porte a una nuova generazione elettronica ma, ancor più importante, al nuovo millennio sonoro.

 

G.A

 

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