24/06/2024
cco in allegato i migliori album di questi primi sei mesi dell'anno. Questi album si andranno a sommare ai 10 dischi della seconda metà del 2022. 

Un 2022 pieno di grandi album. Abbiamo ascoltato moltissimi dischi e la scelta non è stata facile. Ecco in allegato i migliori album di questi primi sei mesi dell’anno. Questi album si andranno a sommare ai 10 dischi della seconda metà del 2022. 

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Patrizia Cantelmo, Matteo Cioni, Chiara Luzi, Gabriele Marramà, Nicolas Merli e Flaminia Zacchilli 



1– FONTAINES D.C. – SKINTY FIA 
(post punk, alternative rock)

Se avete alle spalle anni e anni di ascolti, di riedizioni di ondate new-new-wave e post punk varie, di paragoni con i mostri sacri (sempre i soliti due, Joy Division e Fall) probabilmente avete guardato con diffidenza all’ennesima apparizione della nuova imperdibile band in questo folto paesaggio, come è stato per questi irlandesi Fontaines DC. Sembrano bravi, sì… ma quanto dureranno? Non sono meglio gli originali? Passata la sbornia iniziale da novità hype, possiamo ammettere di essere di fronte (ancora una volta) a molta sostanza, e questo terzo disco ce lo conferma ampiamente.

Per una volta lasciamo perdere i paragoni, godiamoci questo Skinty Fia, album che fin dal titolo ci suggerisce i temi affrontati: “la dannazione del cervo” è un’espressione irlandese che simboleggia una fase di passaggio, di cambiamento tormentato ma necessario, legato anche all’appartenenza alla loro terra d’origine. I ritmi si fanno più lenti, i dettagli sempre più curati, l’atmosfera piena di cupezza, quasi una potentissima malinconia: ascolto dopo ascolto emerge la particolarità di ogni pezzo, ognuno dei quali meriterebbe un’analisi a parte. Forse il loro disco più convincente, ma speriamo di dirlo anche al prossimo.
(P.C)


2– WILCO – CRUEL COUNTRY 
(americana)

Cosa può fare, per essere certa di un buon risultato, una band dalla carriera quasi trentennale e che ha esplorato, nel corso della stessa, diversi modi di fare musica? Una delle risposte può essere quella di riunirsi nel proprio studio tutti insieme e registrare live facendo quello che piace di più, senza farsi troppe menate. I Wilco hanno fatto esattamente così e dalle session sono emerse ben 21 canzoni per 67 minuti di musica, tutte improntate all’anima più autentica della band, quella legata alla tradizione statunitense.

Da molti anni i Wilco hanno voluto trovare modalità più moderne e talvolta sperimentali di esprimersi, invece qui se en fregano e si ripropongono in una veste che non era così tradizionalista dal secondo disco “Being There”. In realtà, le canzoni ricordano anche molto il lato più introspettivo del capolavoro “A Ghost Is Born”, ma lì, come sappiamo, c’erano molte altre cose, e invece qui i Wilco si sono “limitati” a questo. Scrivo limitati tra virgolette perché non sarebbe giusto voler trovare dei limiti in questo disco: certo, ha dei confini molto precisi e non troppo ampi, ma al loro interno c’è moltissimo.

Non si ha mai l’impressione di riascoltare la stessa canzone e si sente chiaramente l’equilibrio tra perizia, naturalezza e affiatamento con cui la band suona. Questo disco, in definitiva, è l’ennesimo ascolto di alto livello che i Wilco ci regalano. E se si sono dimostrati così in firma su disco, non osiamo immaginare su un palco, speriamo che arrivino in Italia presto.
(S.B)


3– ARCADE FIRE – WE
(indie-rock, alternative rock, chamber pop)

Dal primissimo accordo di questo nuovo lavoro targato Arcade Fire, percepiamo una piacevolissima sensazione. Quando la pandemia ha stravolto le nostre vite, la band era sul punto di entrare in studio per registrare il loro nuovo album e Win e Regine Butler hanno continuato a lavorare insieme su moltissimo materiale. Il risultato, è un conciso LP di 40 minuti che esplora l’esperienza di vivere una pandemia : il primo lato è emotivo e oscuro, venato di isolamento e paura; l’ultima metà più luminosa e celebrativa, sulla creazione di connessioni e relazioni. Il primo lato ansioso e preoccupato di WE è seguito dalla positività e dalla speranza che si trovano nel riconnettersi l’uno con l’altro. 

L’album si conclude con l’incantevole brano intitolato “WE”, che fornisce perfettamente la chiusura a quello che è un disco molto ben disegnato da trame e paesaggi sonori tipici della natura sperimentale di Arcade Fire e perfettamente armonizzato da un Nigel Godrich superlativo. Speravamo in un ritorno così importante e fortunatamente l’attesa ha mantenuto le promesse: WE è uno dei migliori dischi di questa settimana…e non solo…
(G.A)


4– THE SMILE – A LIGHT FOR ATTRACTING ATTENTION
(alternative rock, art rock)

Quando negli scorsi mesi iniziarono a circolare i primi estratti di A Light For Attracting Attention, l’esordio dei The Smile, nuova creatura di Jonny Greenwood e Thom Yorke, era già chiaro che ci saremmo trovati di fronte ad un disco complesso ed interessante. Finalmente oggi possiamo fugare qualsiasi dubbio a riguardo. Greenwood e Yorke, assieme a Tom Skinner dei Sons Of Kemet, hanno nuovamente saputo creare una piccola pietra preziosa. L’impronta dei Radiohead è in realtà molto forte, sono ben evidenti i punti che connettono A Light For Attracting Attention alle atmosfere a volte claustrofobie e cupe di KidA e Amnesiac.

Ma è con il più recente lavoro della band, A Moon Shaped Pool, che i contatti si fanno strettissimi. Le chitarre di The Opposite arrivano dritte da questo ultimo lavoro, così come gli elegantissimi ed eterei brani Pana-vision e Open The Floodgates sembrano usciti dalle medesime sessioni di AMSP. La variabile che rende questo album un lavoro diverso dalla produzione dei Radiohead è Tom Skinner. Il batterista infonde personali influenze jazz, gestisce magnificamente i ritmi sincopati della batteria dialogando facilmente con le chitarre nervose come in You Will Never Work In Television Again.

La versatilità dei tre musicisti permette di fondere influenze psych rock alla maestosa orchestra che Greenwood sa esattamente dove inserire. Non manca l’elettronica, capace di dar vita a brani intensi come la opener The Same. Non sappiamo se questo progetto andrà avanti nel tempo, al momento possiamo semplicemente goderci questo lavoro.
(C.L)


5- SHARON VAN ETTEN – WE’VE BEEN GOING ABOUT THIS ALL WRONG
(Indie Rock, Singer-Songwriter, Art Pop)

We’ve Been Going About It All Wrong, annuncia Sharon Van Etten sul titolo del suo ultimo LP – abbiamo gestito la cosa nel modo sbagliato. Tuttavia, se c’è qualcuno al mondo per cui la frase non si applica, quello è proprio lei. A tre anni dall’acclamato Remind Me Tomorrow, la regina (della notte) dell’alternativo sfodera nuovamente i propri cavalli di battaglia. Esercizio di inquietudine e instabilità, We’ve Been Going About It All Wrong si fonda sui buildup: tracce che iniziano sonnolente, trascinandosi poco sopra un soffuso silenzio, per poi riaccendersi di colori e violini quando il momento si fa propizio. È la formula Van Etten ed è collaudata, ma è l’ideale per salutare gli ultimi pomeriggi nuvolosi.
(F.Z)


6– KING HANNAH – I’M NOT SORRY, I WAS JUST BEING ME
(art-rock, alternative rock)

Che esordio cari amici lettori! Rilassatevi e ascoltate oltre gli ovvi confronti di Portishead, PJ Harvey e Nick Cave e scoverete qualcosa di curiosamente diverso sui King Hannah di Liverpool. L’album di debutto I’m Not Sorry, I Was Just Being Me sembra pronto per un viaggio nel deserto, con chitarre fragorose e tom profondi che si mescolano in suoni cupi e nebbiosi su testi impegnati tra esistenzialismi e gravidanze indesiderate. Un disco perfetto che riscrive i principi dell’art-rock. Complimenti a questi ragazzi.
(G.A)


7– HORSEGIRL – VERSION OF MODERN PERFORMANCE
(indie-rock, alternative rock)

L’album di debutto degli Horsegirl ha mantenuto le promessa dei primi ottimi singoli del terzetto. L’album è stato registrato dopo la loro firma per Matador con il produttore veterano John Agnello (Kurt Vile, Waxahatchee) e spazia dalla no-wave (“Live and Ski”) al rock a tutto gas (“Option 8”, “Dirtbag Transformation (Ancora Sporco)”). Nel mezzo, la band opera comodamente in una zona melodicamente disordinata che ricorda i loro riferimenti dell’età magica dei ’90: rumorosi come i Sonic Youth e pienamente strutturati come i Pavement.

Non ci sono tracce deboli in Versions of Modern Performance, e nel corso dell’album, il gruppo mostra di essere in grado di affrontare ogni tipo di territorio post-punk, indie-rock e alternative senza mai perdere la concentrazione sul valore di una band ben sincronizzata, affiatata e ben costruita. Promettenti, interessanti e smaliziati.
(G.A)


8 – KENDRICK LAMAR – MR. MORALE & BIG STEPPERS
(hip hop)

L’ultimo lavoro di Kendrick Lamar era datato 2018 e, nonostante le continue collaborazioni del rapper, la sua mancanza sulle scene era diventata assordante. Perché, diciamocelo, Lamar è uno di quegli artisti che fa la differenza, ‘one of a kind’ per dirla all’inglese. Per questo l’uscita di Mr. Morale & Big Steppers è una specie di evento. Il doppio album, l’ultimo per Top Dawg Records, non delude assolutamente le aspettative. In questo album Lamar si apre totalmente al pubblico, raccontando della sua infanzia, del successo, dei traumi personali, delle dipendenze, quasi come fosse nel bel mezzo di una seduta terapeutica. Per questo i continui cambi di registro, tipici dello stile del rapper californiano, hanno lo scopo di portare l’ascoltatore all’interno di un flusso di coscienza.

Già la splendida opener, United in Grief, segna la direzione del disco. In questo brano si passa dalla delicatezza di un piano jazz a ritmi frenetici su cui Lamar rima senza sosta. Si passa dalla morbidezza del groove di Father Time, in cui troviamo Sampha in splendida forma, alla violenza di We Cry Together in cui l’abuso viene raccontato da un altrettanto forte scambio di parti con Taylor Palage. Commovente è Mother I Sober, in cui un piano sospeso cuce in maniera impeccabile il fluire di rime di Lamar e la magnifica Beth Gibbonsdei Portishead. I featuring sono tantissimi, fra i tanti, oltre ai sopracitati, troviamo Tanna Leone, Ghostface Killah, Kodak Black. Con questo doppio album Lamar racconta con perfezione la furia e la resa a se stesso: ‘I chose me, I’m sorry’. Ci era mancato.
(C.L)


9 – PORRIDGE RADIO – WATERSLIDE, DIVING BOARD, LADDER TO THE SKY 
(art-pop, songwriting)

Dopo che il procedente “Every Bad” ha aumentato esponenzialmente la notorietà del progetto guidato da Dana Margolin, questo disco, sulla carta, avrebbe potuto mettere sotto pressione l’artista di Brighton, e invece questo terzo lavoro a nome Porridge Radio rappresenta un altro centro pieno e un probabile ospite fisso nelle Top 10 di fine anno.
Margolin e i suoi, infatti, continuano a mettere in mostra un’esplorazione delle dinamiche relazionali lucidissima e senza filtri e, rispetto al passato, la forma musicale sempre più ordinata non toglie nulla all’intenso realismo di questa fantastica proposta musicale. La combinazione tra la parte musicale, il timbro vocale e i testi è sempre più centrata e micidiale, e per l’ascoltatore è impressionante assistere al modo in cui qualcun altro racconta senza fronzoli e con tremenda efficacia cose che probabilmente ognuno di noi pensa di aver provato solo nel proprio intimo e che nessun altro possa capire.
Ma siamo tutti esseri umani, e, così come sorridiamo quando vediamo gli adolescenti che cercano di essere più furbi di noi adulti, dimenticandosi che abbiamo avuto quell’età prima di loro, allo stesso modo, con diversi anni in più sulle spalle, non capiamo che è inutile tener segrete delle cose che, probabilmente, hanno provato anche tanti altri. Dana non tiene segreto nulla e noi rimaniamo a bocca aperta domandandoci “… ma quindi, anche lei…” e arrivando alla conclusione che, se anche lei ha passato e sta passando certe cose, probabilmente sta succedendo a moltissimi altri membri della razza umana.
(S.B)

10 – ALDOUS HARDING – WARM CHRIS
(songwriting)

Quarto disco per la cantautrice neozelandese, uscito dopo ben tre anni dal quel “Designer”che l’ha consacrata, “Warm Chris” non delude le attese e anzi sembra confermare ulteriormente il sospetto che siamo di fronte a un’artista dal talento cristallino e dalla personalità magnetica. Dieci canzoni in cui la Harding continua a portarci su terreni diversissimi, come ampiamente testimoniato dalla poliedricità della sua voce, vera e propria protagonista di tutta la sua produzione, strumento centrale su cui innestare canzoni che paiono scarne e semplicissime, ma che lasciano intuire una cura del dettaglio maniacale. Niente sta lì per caso, senza perdere di vista la qualità di composizione e scrittura: quasi dei piccoli classici travestiti a volte da divertissement. Un disco su cui tornare con grande attenzione.
(P.C)


Ecco infine altri 15 dischi – pubblicati da Gennaio a Giugno – che dovreste ascoltare:

11- SIROM – THE LIQUIFIES THRONE OF SEMPLICITY (avant folk)

12- PAUL DRAPER – CULT LEADER TACTICS (alternative rock)

13- FKA TWIGS – CAPRISONGS (art pop)

14- YARD ACT – THE OVERLOAD (post-punk)

15- BIG THIEF – DRAGON NEW WARM… (indie-folk, indie-rock)

16- BONOBO – FRAGMENTS (downtempo) 

17- NILÜFER YANYA – PAINLESS (indie-pop)

18- TIM BERNARDES – MIL COISAS INVISIVES (chamber pop)

19- SAY SUE ME – THE LAST THINGS LEFT (indie-rock)

20- SAULT – AIR (neo-soul)

21- BEACH HOUSE – ONCE TWICE MELODY (dream-pop)

22- SPOON – LUCIFER ON THE SOFA (indie-rock)

23- CATE LE BON – POMPEII (art-pop)

24- BLACK COUNTRY, NEW ROAD – ANTS FROM UP THERE (post-rock, art-rock)

25- KAE TEMPEST – THE LINE IS A CURVE (Uk Hip hop)

 

I CINQUE MIGLIORI ALBUM ITALIANI DA GENNAIO A LUGLIO 2022

1 – C’MON TIGRE SCENARIO (electro-jazz)

2- MARTA TENAGLIA – GUARDA DOVE VAI (indie-pop, soul)

3- CALIBRO 35 – SCACCO MATTO AL MAESTRO VOL.1 (colonna sonora)

4- ALESSANDRO FIORI – MI SON PERSO NEL BOSCO (songwriter)

5- MARIO PIGOZZO FAVERO – MI COMMUOVO, SE VUOI (songwriter)


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