In Ricorrenze

Elliott Smith pubblica il suo omonimo album il 21 luglio ’95: la solitudine della modernità in musica

 

Il secondo album di Elliott Smith, pubblicato il 21 luglio del 1995, è un lavoro incentrato interamente sulla figura dell’uomo. Non vi è distinzione tra essere e dover essere: il corpo è espressione di un volere che lo precede e che lo costringe a relazionarsi con il mondo secondo parametri che sfuggono all’uso della ragione. Questo disco nasce dal bisogno di soddisfazione. E non parliamo di ampi consensi del pubblico, ma di soddisfazione intima e personale.

Esiste in ognuno di noi una volontà eterna e indistruttibile che ci costringe a desiderare sempre qualcosa e nessuno è in grado di spiegarsene il motivo. In questo disco, esiste una sottile linea di demarcazione che vive in un mondo fatto di repulsione e attrazione. Per Elliott Smith, vivere vuol dire desiderare qualcosa che non si ha, che non si possiede. Il desiderio fa soffrire; raggiungere un obiettivo diventa un monito di soddisfazione effimera e temporanea.

Il secondo lavoro dell’artista – per chi scrive, il musicista più importante della storia contemporanea – è una sorta di pendolo che oscilla tra dolore e brevi intervalli di piacere. Il percorso musicale di Smith è legato indissolubilmente all’arte, alla sociologia e alla filosofia. Riprodurre musica, suonarla, provarla, inciderla e proporla, per Elliott prevede la contemplazione di idee libere dai condizionamenti e dalle esigenze della volontà.

Analizzando l’album, il nocciolo di questo lavoro risiede in una sorta di ripetizione lo-fi che pervade questo inizio di carriera solista. Elliott Smith proveniva da un altro mondo musicale: la sua carriera era iniziata con gli Heatmiser, band post-punk vicina alla scena grunge di Seattle. Con la band, Smith confezionò tre album di cui uno pubblicato – addirittura – dalla Virgin. Un disco che rassomiglia tanto a un’opera d’arte drammatica, capace al tempo stesso di trattare le emozioni dei personaggi raccontati con una chiarezza che non permette di scadere negli inferi del vittimismo. L’analisi sociologica che Smith assembra in questa opera è un urlo nei confronti di un’umanità che porta con sé le naturali esigenze esistenziali dell’uomo.

Il merito di questo artista è stato quello di parlare dell’ “uomo” non soltanto in termini anatomici e fisiologici. Smith ha assistito alla violenza gratuita della società per sfogare la propria rabbia, avvalendosi del recupero dell’onestà, della dignità, della civiltà e dell’umanità.

Dodici canzoni di inaudita bellezza che non possono essere banalmente raccontate. Non ne abbiamo la capacità, non siamo musicisti, non abbiamo mai conosciuto Elliott Smith. Ci limitiamo a estrarre due canzoni elevandole a simboli e manifesti di questo lavoro: Needle in the Hay e SatelliteDue meravigliose perle esistenzialiste composte per regalare a chi le ha scritte, a chi le ha ascoltate, e a chi le ascolterà, l’elogio massimo della libertà. Potremmo concludere questo articolo dicendo che l’esistenza di Elliott Smith è stata contraddistinta dalla condanna della solitudine. Non è così.

Elliott Smith è stato uno dei più importanti sociologi contemporanei, e questo disco ne è la dimostrazione tangibile. L’uomo, il cui cervello è programmato per rispondere agli stimoli esterni, è sempre più distante dalla sua specie. Nonostante il nostro benessere sia legato inestricabilmente alla vita degli altri, riceviamo continuamente messaggi che ci dicono che avremo successo solo grazie al perseguimento competitivo dell’interesse personale e dell’individualismo estremo. Elliott Smith lo ha compreso e cantato in punta di dita: ascoltate il suono della sua mano sulla tastiera della chitarra e fatevi avvolgere da queste carezze. 

G.A

 

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