24/06/2024
Settimana succosissima di uscite discografiche. Abbiamo ascoltato gli album di JAMES BLAKE, THE CHEMICAL BROTHERS, il postumo targato SPARKLERHORSE, ROISIN MURPHY, l'album solista di ROMY degli XX, JONATHAN WILSON, DEEPER, TIRZAH e GRAND DRIFTER. 

Settimana succosissima di uscite discografiche. Abbiamo ascoltato gli album di JAMES BLAKE, THE CHEMICAL BROTHERS, il postumo targato SPARKLERHORSE, ROISIN MURPHY, l’album solista di ROMY degli XX, JONATHAN WILSON, DEEPER, TIRZAH e GRAND DRIFTER. 

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Fabio Campetti e Chiara Luzi

15:20:50  – 08/09/2023



JAMES BLAKE – PLAYING ROBOTS INTO HEAVEN
(elettronica, art pop, dubstep, ambient) 

Forse è un bene, forse non lo è, ma James Blake è oggi forse più conosciuto come super-produttore dei grandi della musica che come innovatore post-dubstep. Le sue collaborazioni con Beyoncé e Travis Scott hanno forse messo in ombra i suoi EP e i suoi primi lavori, ma James Blake resta uno dei più talentuosi artisti di questa generazione sperimentale. 

I suoi due album precedenti, Assume Form del 2019 e Friends That Break Your Heart del 2021, erano pieni di songwriting molto più convenzionali, pieni di R&B di buon gusto rispetto al dubstep decostruito a cui ci ha abituati. Nel suo sesto album in carriera intitolato Playing Robots Into Heaven, il musicista vuole ricordarci che le sue radici sono quelle della pista da ballo e non a caso la scelta di organizzare una serie di eventi in esclusiva, per presentare il lavoro, cade a pennello. 
Attraverso Playing Robots Into Heaven c’è innegabilmente la sensazione che, “l’elemento tensione” che ci ha da sempre incuriosito nella musica di Blake, qui manca. Canzoni come “Burn The Editor”, “Asking To Break” e “Loading” sono tutte piacevoli ma mancano del graffio sperato. Il ritorno di Blake alla musica da club sembra una serata interrotta ma per niente cattiva. Non è il miglior album in carriera ma è sicuramente uno dei più interessanti. Prendere o lasciare insomma. 
(Giovanni Aragona)

SPARKLEHORSE – BIRD MACHINE
(songwriting)

A 13 anni dalla scomparsa di Mark Linkous, il fratello minore Matt si è occupato della pubblicazione delle registrazioni che il Nostro aveva realizzato per un ipotetico quinto album a nome Sparklehorse. Il fatto che fossero coinvolte personalità come Jason Lytle e Steve Albini lasciava presagire che ci fosse qualcosa in più rispetto ai poco più che demo tipici di queste pubblicazioni. E infatti, troviamo ben 14 canzoni ben compiute e che coprono tutto l’universo Sparklehorse, dal lo fi alle stranezze in alta definizione, alle rotondità, con un ventaglio di sensazioni diverse ma tutte accomunate dal sottile equilibrio fra amarezza e genuinità.

Inutile spendere troppe parole per questa raccolta: Mark aveva fondamentalmente rinunciato a evolversi artisticamente già dal 2001, con l’album del 2006 che risultava un riassunto del suo percorso su un livello qualitativo minore, seppur sempre alto. Qui, il risultato è migliore perché i dettagli sono messi a fuoco con più gusto e in modo più efficace, e le canzoni che sanno scavare in profondità e toccare le corde più intime dell’ascoltatore. E, ovviamente, un ascolto così oggigiorno, con tutti i cambiamenti che ci sono stati nella musica a tutti i livelli, emoziona decisamente.

(Stefano Bartolotta)


GRAND DRIFTER – PARADISE WINDOW
(Songwriting)

Terzo disco per il progetto del torinese Andrea Calvo, il secondo sotto l’egida dell’ottima etichetta sudafricana Subjangle. Queste sette canzoni mettono in scena un credibilissimo equilibrio tra gli ultimi Kings Of Convenience e l’indiepop tradizionale in stile Sarah Records. Nella musica di Grand Drifter si percepiscono chiaramente sia la morbidezza che la vivacità, sotto diversi punti di vista: gli arrangiamenti, con quei giri di pianoforte frizzanti e vellutati e quelle spennellate di chitarra precise e sbarazzine; le melodie, che uniscono mirabilmente la sfuggevolezza e la facilità d’ascolto, e la voce, tanto calda quanto leggera.

C’è anche la giusta dose di varietà, con canzoni più intimiste che si alternano ad altre dai colori vivaci e dal ritmo più marcato, e, anche se il tutto dura meno di 22 minuti, alla fine dell’ascolto c’è la sensazione che il viaggio sia stato completo e che non ci sia mancato niente. Davvero un ottimo lavoro e un perfetto esempio di come mettere insieme con gusto e personalità influenze diverse per creare qualcosa di riconoscibile e adatto al proprio tempo.

(Stefano Bartolotta)


JONATHAN WILSON – EAT THE WORM 
(Folk, Singer-Songwriter)

Tempo scaduto anche per il ritorno in pista di Jonathan Wilson, mancava dalle scene da tre anni, da quel “Dixie Blue” uscito nell’infausto 2020, successivo, per altro, al suo masterpiece “Rare Birds” che tanto gli aveva portato in termini di visibilità e considerazione, a sua volta dopo l’altrettanto significativo “Fanfare”. Carriera solista che va di pari passo al ruolo fondamentale in pianta stabile come braccio destro di Roger Waters, in una metaforica versione di un giovane Gilmour.

Oltre ad essere un musicista immenso, e lì non ci sono dubbi, sta portando avanti una carriera inattaccabile, di grande qualità e valore, lo testimoniano i suoi lavori in toto, compresa l’attitudine live da primo della classe. Il disco nuovo “Eat The Worm” non fa eccezione e conferma la regola, impreziosisce il percorso del songwriter americano, tra folk moderno e psichedelia coadiuvate da una scrittura autentica e di gran classe, totalmente fuori dagli schemi.

Suona gran parte degli strumenti, senza disdegnare collaborazioni eccellenti con musicisti preziosi, ad arricchire da Jake Blanton a C.J. Camerieri. Anticipato dalla, nemmeno a dirlo, lunga suite di “Charlie Parker” che tanto deve ai Pink Floyd, “Marzipan” uscito ancora prima, classico e introspettivo, con il pianoforte di Jonathan a fare da fondamenta. “The Village Is Dead” prende invece una piaga più barocca e ricca di dettagli, dalle mille inclinazioni. L’ultimo video, invece, nell’eccezione animata, del brano “Oh father time” che accompagna la pubblicazione di questo album, è una ballad secenties colma di psichedelia moderna  Mentre il mantra di “Hollywood Vape” quarta traccia in tracklist si alimenta a fuzz, degna delle migliori sessions. Difficile trovare punti deboli. Un disco prezioso, bentornato.

(Fabio Campetti)


TIRZAH – trip9love . . . ? ? ?
(elettronica, alternative soul)

Uscito quasi improvvisamente lo scorso cinque settembre in forma digitale, trip9love . . . ? ? ? segna il ritorno di Tirzah. Realizzato con il contributo della fidata Mica Levi, questo terzo album dell’artista inglese è un incantevole flusso sonoro di brani spesso cupi ma affascinanti. Tirzah ci conduce in un viaggio introspettivo attraverso le sfumature dell’amore, inteso come concetto supremo. Non c’è pretesa di arrivare a sciogliere i nodi gordiani che governano le relazioni amorose, questo album racconta storie, vere e inventate, che esplorano questo sentimento senza arrivare ad un giudizio finale.

Rispetto al precedente Colourgrade, 2021, spesso vicino all’astrattismo sonoro e non immediato nell’ascolto, questo lavoro è molto più caldo ed è subito percepibile l’inconfondibile impronta stilistica del duo Tirzah-Levi, ormai ben rodato. I brani sono perfettamente legati fra loro, specialmente i primi tre, F22, Promises, u all the time sembrano appartenere ad un unico corpo sonoro, disegnato da una tastiera delicatissima, che cambia leggermente movimento da un brano all’altro. Se la voce di Tirzah e la tastiera sono il filo conduttore della struttura dell’album, le variazioni ‘atmosferiche’ sono date da synth rudi e chitarre distorte, 2 D I C U V,  nightmare, capaci di regalare dinamismo sentimentale e sonoro ad un lavoro complesso per quanto immediato nell’ascolto. trip9love . . . ? ? ? è facile da apprezzare già al primo ascolto, in perfetta linea con i precedenti album (Devotion, Colourgrade ) mostra una crescente evoluzione artistica di Tirzah.

(Chiara Luzi)


ROMY – MID AIR
(elettronica, dance)

Negli ultimi anni c’è stato un proliferare di lavori ispirati alla dance e club culture anni ’90, ma nessuno di quei progetti è riuscito ad abbracciare realmente lo spirito profondo di quelle sonorità, rimanendo in bilico sulla patina glitterata più superficiale. Bisognava attendere Romy, The xx, per poter finalmente cogliere l’anima vera di un genere che ha segnato la cultura musicale di un’epoca. Affiancata da Stuart Price, Fred Again e dal suo compagno artistico Jamie XX, l’artista inglese ci consegna l’ottimo debutto solista, Mid Air. Seppur ispirato dalla morte dei suoi genitori, il disco è pura gioia sonora, celebrazione della club culture cara a Romy, che con voce eterea ricama su melodie upbeat versi delicatissimi e intensi, Loveher.

La capacità dell’artista inglese di rendere un lavoro dance così personale e intimo dimostra non solo quanto Romy ami e conosca la cultura dance, ma è indice di grande maturità artistica. I brani non sono mai banali, e non vengono usati vecchi campionamenti rinfrescati giusto per dare loro una nuova patina luccicante, questo album crea musica completamente nuova partendo da una profonda conoscenza della dance. Per questo pezzi estremamente contemporanei come One Last Try, Strong o Twice sarebbero stati perfetti se suonati in un club nel 1995. Mid Air è un disco paragonabile a una cascata di acqua fresca, rigenerante e liberatorio che invita a vivere liberi come se fossimo tutti su una gigantesca dance floor. ‘Enjoy your life’.

(Chiara Luzi)


ROISIN MURPHY – HIT PARADE 
(Art Pop, Neo-Soul)

Torna a farsi sentire anche Roisin Murphy, tra l’altro fresca di passaggio a Milano al castello sforzesco per la consueta rassegna estiva, giusto un paio di mesi fa.Disco nuovo dal titolo “Hit Parade”, che aggiunge un’altro tassello al mosaico del percorso in solitaria post Moloko. Di nuovo in pista, tre anni dopo il precedente “Roisin machine”. 

Anticipato da brani come “CooCool’, The Universe” o “Fader” il quinto lavoro sulla lunga distanza in uscita oggi per la blasonata Ninja Tune conferma la regola senza eccezione, riportandoci un’artista raffinata ed elegante che non bada a spese in termini di ricerca. Come da dogma, non c’è il ritornello easy listening, ma molto di più, elettro pop avanguardista, che richiede qualche ascolto approfondito per farselo proprio, quindi un album non facile, ma necessario per una carriera che ha superato le due decadi, ricca di soddisfazioni e quantomai inattaccabile.

(Fabio Campetti)


THE CHEMICAL BROTHERS – FOR THAT BEAUTIFUL FEELING 
(big beat, prog house)

E sul finire dell’estate ecco giungere uno dei migliori album del 2023: Vivido, viscerale, capace di trasportarti in universi paralleli, “For That Beautiful Feeling”cattura, con brillatezza, quella squisita sensazione totale immersione nella musica e al contempo ha però la robusta capacità di restare profondamente lineare in tutti i 47 minuti. 

‘For That Beautiful Feeling’ è incisivo dall’inizio alla fine, psichedelico dall’inizio alla fine, perfetto collettore di un’esperienza sonora scintillante. Disco impreziosito da illustri ospiti tra cui Beck che fa un ritorno dinamico per prestare la sua voce per una collaborazione con il duo sul propulsivo “Skipping Like A Stone”. Trascendentale, affermante ed esilarante, ‘For That Beautiful Feeling’ è un puro sovraccarico sensoriale per niente eccentrico. Di tutti gli atti elettronici degli anni novanta che si sono avvicinati oltre la soglia delll’underground per raggiungere il successo mainstream (The Prodigy, Leftfield, Orbital, Fatboy Slim ) solo Underworld ha davvero tenuto il passo con la coerenza dei Chemical Brothers. Signori, un disco enorme.

(Giovanni Aragona)


DEEPER – CAREFUL! 
(post-punk)

Partiamo da un presupposto:  un genere così ben codificato (e oggi anche troppo abusato) come il post-punk, ha poche sorprese da svelare e il terzo album del quartetto originario di Chicago, i Deeper, e il loro contestuale debutto su Sub Pop, ci danno ragione. Careful! è però un disco discreto che ti porterà in un ipnotico viaggio musicale che ti consumerà fino alla fine con affascinanti riff di chitarra, ritmi sintetici e voci inquietanti. L’atmosfera è molto ’80, ed è sempre un bene. 

(Giovanni Aragona)


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