27/05/2024
uscite discografiche luglio - www.infinite-jest.it
Caldissimo numero di uscite discografiche della settimana con, in cima alle nostre preferenze, gli album di PJ Harvey, Local Natives, ANOHNI, Julie Byrne e Alice Phoebe Lou. 

Caldissimo numero di uscite discografiche della settimana con, in cima alle nostre preferenze, gli album di PJ Harvey, Local Natives, ANOHNI, Julie Byrne e Alice Phoebe Lou. 

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Chiara Luzi e Cristina Previte



PJ HARVEY – I INSIDE THE OLD YEAR DYING
(indie-folk, art-rock)

I Inside the Old Year Dying è un’esperienza meravigliosamente coinvolgente, la musica ridotta a uno stato scheletrico che ricorda il recente lavoro di Nick Cave, lascia molto spazio ad Harvey che canta con l’intensità spettrale che sembra quasi nuova per lei. La sua visione della vecchia Inghilterra è vivida e affascinante. Harvey voleva creare un disco in cui ci si potesse “perdere” e ci è riuscita come sempre alla grande.

Tutto ebbe inizio nel 2022 quando Polly ha pubblicato una raccolta di poesie narrative intitolata Orlam. Ha usato il dialetto del Dorset del XIX secolo e ha seguito l’ascesa e la caduta emotiva del paesaggio dell’Inghilterra meridionale. Queste poesie diventano canzoni su I Inside the Old Year Dying. Il ciclo segue le stagioni. C’è una canzone per ognuno dei 12 mesi. I tamburi risalgono le colline e i pattern di chitarra acustica riverberati rotolano vertiginosamente. Le chitarre elettriche schiacciate dalla fisarmonica evocano lo strano rituale della danza Morris. I brani ti afferrano fin dall’inizio mentre Harvey apre l’album con lo spensierato canto natalizio “do-da-doo-do-do-doo” di “Prayer at the Gate“. La voce di Harvey trema e urla alla prospettiva della “vita che bussa alla porta della morte”. È tutto piuttosto oscuro.

Tracce  come “The Nether-edge” e “August” la vedono cogliere un nuovo trip hop e un’ingerenza folk tradizionale che suona, diversamente da qualsiasi cosa si sia mai sentito prima da parte sua. 

I Inside the Old Year Dying è piuttosto imperscrutabile. Richiede all’ascoltatore di sottomettersi al suo mondo coinvolgente – un mondo che, francamente, solo PJ Harvey avrebbe sognato di evocare in primo luogo – ma non è un problema. Come i boschi del Dorset che descrivono, I Inside the Old Year Dying è stranamente minaccioso, ma inebriante e in cui è facile perdersi.
(Cristina Previte)


ANOHNI AND THE JOHNSONS – MY BACK WAS A BRIDGE FOR YOU TO CROSS 
(songwriting)

Dopo sette anni di silenzio discografico, l’artista inglese di nascita e newyorkese di adozione torna con un disco vario, sorprendente e difficile da incasellare e da descrivere. Anohni, infatti, esplora ogni possibile sfaccettatura del proprio songwriting, e si impegna con uguale cura nell’accompagnare ogni idea compositiva con il sound più adatto. Si passa, così, da melodie immediate e compiute ad altre accennate e sfuggenti, da episodi secchi e concisi ad altri caratterizzati da uno sviluppo ampio e mutevole, dalla morbidezza acustica a sferzate elettriche, da arrangiamenti asciutti ad altri ben stratificati e basati sulle suggestioni delle armonie strumentali. Un tempo, la critica usava bollare questo tipo di proposte come troppo disomogenee e poco coerenti, ma per fortuna, questa mentalità non è più in voga, e si cerca di capire se il disco ha comunque una propria forza espressiva e comunicativa.

Ebbene, questo lavoro ha entrambi i pregi in grande abbondanza, e ogni ascoltatore ch vi si approccia non può che sentire una scossa nella propria coscienza, visto il modo magistrale con cui vengono rese le diverse sensazioni che si alternano nel corso del disco. Che, poi, è così anche la vita, no? Un giorno ci sentiamo in un modo, e il giorno dopo proviamo emozioni opposte; questo disco ha una vitalità semplicemente pazzesca proprio perché è la stessa che porta con sé ogni essere umano dall’umore mutevole ma che sa e vuole vivere intensamente ogni momento.
(Stefano Bartolotta)


LOCAL NATIVES – TIME WILL WAIT FOR NO ONE 
(alt-pop)

Ammettiamolo: anche se sono sempre rimasti attivi, i Local Natives sono destinati a essere associati solo a un periodo di pochi anni, quello a cavallo tra anni Zero e Dieci, quando buona parte delle indie band di successo si basavano su una proposta ambiziosa e carica sia di energia che di intensità emotiva, con gli Arcade Fire nel ruolo di principali ispiratori. Ora che questo approccio stilistico è tramontato, cosa resta a chi ne era alfiere? Nel caso del quintetto californiano, resta la possibilità di fare canzoni mostrando al pubblico, e magari anche a se stessi, che, anche senza gli orpelli, si può fare qualcosa di buono se si hanno dei numeri dal punto di vista melodico e vocale.

Ed ecco qui questo disco, che, nei suoi 35 minuti di durata, non fa certo gridare al miracolo, ma rappresenta un ascolto soddisfacente se, appunto, si ha voglia di un suono senza pretese ma, semplicemente, di canzoni scritte e cantate bene. Dieci melodie limpide e accattivanti, interpretate al meglio da un Tayor Rice ancora in ottima forma vocale: questo disco non contiene nulla di più, ma soprattutto, nulla di meno, e, onestamente, avercene di songwriter e di cantanti così.
(Stefano Bartolotta)


ALICE PHOEBE LOU – SHELTER
(songwriting, indie)

Sin dagli esordi Alice Phoebe Lou ha saputo creare un sound peculiare che le ha permesso di distinguersi all’interno della sconfinata galassia indie. I suoi lavori possiedono un magnetismo che trova forza proprio nella semplicità e nella delicatezza di melodie sospese; non fa eccezione a questo pattern stilistico il quinto lavoro in studio, Shelter. Il disco, dalla durata di appena 30 minuti, nasce dall’esigenza dell’artista sudafricana di trovare un rifugio dell’anima, un luogo in cui poter iniziare una riflessione sul suo passato, nonostante la giovane età.

Chiunque entrerà in questo spazio protetto si sentirà immediatamente comodo, cullato dall’eleganza della voce di Lou e ipnotizzato da pattern uptempo e synth ben assestati, Loose My Head. Attraverso una scrittura suggestiva, Lou condivide il suo lato più intimo ma l’ascoltatore non si sentirà mai un intruso in questo universo sonoro dove il tempo scorre lento. Shelter è un lavoro apprezzabile, nuovo tassello che si incastra perfettamente nel percorso artistico che Alice Phoebe Lou sta costruendo.
(Chiara Luzi)


JULIE BYRNE – THE GREATER WINGS
(ambient pop, chamber pop)

Il terzo album della cantautrice americana squarcia il cuore. Le registrazioni per l’album sono iniziate nel 2020 e sono continuate gradualmente fino a quando il partner musicale e produttore di lunga data della Byrne, Eric Littmann, è morto inaspettatamente nel giugno 2021, spingendo quindi l’artista a mettere in un cassetto queste canzoni.

È per nostra fortuna che il lavoro sia stato ripreso, e The Greater Wings si unisce a Carrie & Lowell e Ghosteen di Sufjan Stevens di Nick Cave e ai Bad Seeds nei ranghi di album minimalisti ma multistrato, magistralmente realizzati che sono inconfondibilmente radicati nella perdita e nel dolore, ma alla fine trascendono le loro origini dolorosamente personali sbocciando in vita, bellezza e risonanza universale. Il miglior disco dell’artista e tra i migliori lavori di questi primi sette mesi targati 2023.
(Giovanni Aragona)


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