16/06/2024
Possiamo dirlo ad alta voce: è la settimana più ricca di questo primo scorcio di 2021. In questo numero vi raccontiamo del decimo album in carriera degli ormai seminali e fondamentali Mogwai, a seguire la talentuosa Tash Sultana, i Tindersticks, Indigo Sparke, Laen Neale e per gli appassionati di hip-hop ecco per voi Your Old Droog + Tha God Fahim. Infine prestate attenzione a due dischi pop: Spector e Oscar Scheller, al gioiello ambient di Pauline Anna Strom al Kraut dei Camera e all'EP firmato Rian Treanor. 

Possiamo dirlo a gran voce: è la settimana più ricca di questo primo scorcio di 2021. In questo numero vi raccontiamo del decimo album in carriera degli ormai seminali e fondamentali Mogwai, a seguire la talentuosa Tash Sultana, Indigo Sparke, Lael Neale e per gli appassionati di hip-hop ecco per voi Your Old Droog + Tha God Fahim. Infine prestate attenzione a due dischi pop: Spector e Oscar Scheller, al gioiello ambient di Pauline Anna Strom al Kraut dei Camera e all’EP firmato Rian Treanor

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Paolo Latini e Chiara Luzi



MOGWAI – AS THE LOVE CONTINUES 
(post-rock)

Come festeggiare al meglio i venticinque anni di carriera e il contestuale raggiungimento dei dieci album? confezionando il capolavoro che prende il nome di As The Love ContinuesIn questo nuova scorribanda i Mogwai portano il disco in una direzione leggermente  diversa rispetto al loro recente passato fatto di colonne sonore, calciatori e serie televisive. Nella prima parte il suono è molto più digitalizzato (Fuck Off Money) con sintetizzatori in primo piano che rendono questo brano uno dei tagli più interessanti del disco. Ma i Mogwai dimostrano di non aver rivali quando indossano le chitarre sgangherate e i tamburi pesanti combinando melodie, sogni a occhi aperti e sfrecciate post rock (Ritchie Sacramento è una delle canzoni più belle di una carriera). I Mogwai sono riusciti a scrivere l’album dal suono più tipico dei “Mogwai”, pur rimanendo fresco, eccitante, attuale e terribilmente originale. 

Dal primo accordo, è tangibile avvertir la forza e la decisione di un lavoro perfetto. Se sommiamo questa premessa al ritorno dello storico produttore Dave Fridmann, il gioco è fatto. I Mogwai sono diventati pienamente maturi facendo quello che vogliono (Drive The Nail ne è la conferma) e questo elemento è da 25 anni il punto di forza. Che questo idillio possa continuare ancora a lungo.
(G.A)


TASH SULTANA – TERRA FIRMA 
(soul, funk, indie-folk)

L’interessante Tash Sultana non poteva scegliere titolo migliore per racchiudere, al meglio, il suo secondo album in carriera nuovamente prodotto dalla sempre attenta Lonely Lands. La 25 enne si è trasformata in pochi anni da artista di strada a sopraffina musicista e dopo aver toccato il cielo con un dito pubblicando l’incredibile e fortunato esordio, aveva bisogno di tornare con i “Piedi per terra”.

Partiamo subito nel raccontarvi che, questo secondo album, è il meglio che potesse realizzare dopo l’esordio. Tash Sultana mescola abilmente melodie rilassanti su strati jam multidimensionali creando muri sonori meravigliosi fatti da soul, funk e ventate indie – pop. Un meraviglioso viaggio di 1 ora da gustare – e consumare – con estrema lentezza.
(G.A)


SPECTOR – NON FICTION
(pop)

Fred MacPherson ci aveva provato, nell’ormai lontano 2012, a realizzare un disco adattissimo al grande pubblico, con quella carica, quella pulizia sonora e quei testi arguti e in cui ci si può facilmente immedesimare che avevano tutto per consentire un ampio successo. Ma il consenso popolare in musica non è una scienza esatta, così gli Spector non hanno mai fatto il salto, e MacPherson ha fatto buon viso a cattivo gioco e si è divertito a fare semplicemente quello che voleva, finendo per costruire un piccolo ma devoto culto attorno alla propria band. Tre anni dopo, il secondo disco è introspettivo, malinconico e portatore di un suono retrò e non certo accattivante al primo ascolto.
Ora, il nostro ne ha fatti passare ben sei, di anni, prima di pubblicare questo terzo album, continuando l’evoluzione iniziata col lavoro precedente, nel senso che l’introspezione è sempre più al centro e assume spesso carattere malinconico, e il sound è sempre più fuori moda, con evidenti accenni a gente come Duran Duran e Wham!. Gli adepti al culto andranno in brodo di giuggiole, gli altri guarderanno con indifferenza, però, se volete davvero un esempio di un artista che se ne frega di tutto e espone senza problemi la propria personalità e il proprio gusto musicale, fareste bene ad ascoltare queste canzoni, che la cerchia non è chiusa ed è pronta ad accogliere nuovi proseliti.
(S.B)

OSCAR SCHELLER – BOYS CRY
(pop)

Cinque anni fa, un ragazzo londinese di nome Oscar provava ad affacciarsi alla ribalta musicale con un disco di debutto che cercava di far rivivere lo spirito del Beck più istrionico. Da lì, Oscar ha deciso di continuare non solo col proprio nome di battesimo, ma anche col cognome, e si è dato a un pop modaiolo di buona fattura, con la partecipazione di gente ben piazzata nei giri più cool della capitale inglese, come ad esempio Lily Allen.
Ora, per questo terzo lavoro, il Nostro rinuncia ai lustrini e alle collaborazioni, mantiene una certa pulizia pop nel proprio suono ma le dà sfumature più cupe e una maggior profondità, facendo in modo che questa veste sia la più adatta per esprimere concetti che sono già chiari da titoli come quello del disco e di altre canzoni chiamate “Famous Enough to Die”, “I’m Enough”, “Fuck It All”, “Murder”. Un disco orecchiabile messo in piedi per raccontare e puntualizzare realtà scomode, non certo una novità, ma senz’altro questo è un lavoro ben costruito e accattivante.
(S.B)

RIAN TREANOR – OBSTACLE SCATTERING – EP
(IDM)

Dopo aver pubblicato il secondo album in carriera lo scorso anno Rian Treanor da alle stampe questo accattivante EP di poco più di un quarto d’ora. IDM proposto un maniera chiara e raffinata, con suoni ben condensati che sfrecciano a ritmi vertiginosi sorretti da toni percussivi e sintetizzatori di plastica striduli. Anche se si ha spesso la percezione che i suoni stiano per volare fuori dalle cuffie l’album mantiene il suo punto focale anche nelle sue scorribande più ostili e a tratti industriali (Obstacle 2).

Il lavoro di questo musicista  è così particolare ma allo stesso tempo complesso e ingegneristico  che sarebbe appropriato solo per lui coniare un termine di genere completamente nuovo per descriverlo. Pensiamo all’IDM al sapor di Sci-Fi: Tetsuo di Tsukamoto incontra Treanor.
(G.A)


PAULINE ANNA STROM – ANGEL TEARS IN SUNLIGHT 
(ambient – new age)

È in atto un Rinascimento del Synth (basti vedere i recenti dischi di Eve Maret, Ela MInus, Kelly Lee Owens, Andrée Burelli), e questo rinascimento è già nella fase in cui se ne riscoprono i fondamenti storici: il bellissimo docu-movie Sisters with Transistors passa in rassegna le pioniere del synth, come Suzanne Ciani e, per l’appunto, Pauline Anna Strom. L’artista, non vedente dalla nascita ha saputo creare una musica mistica e visionaria per tutti gli anni ’80.  Lo ha fatto attraverso il progetto Trans-MIllenia Consort unendo un’approccio squisitamente californiano a una materia musica tanto occidentale quanto orientaleggiante.

A 74 anni, è riuscita a far dialogare quell’approccio del passato con un futuro tutto ancora da scrivere. Angel Tears in Sunlight doveva essere il nuovo disco di Pauline Anna Strom e soprattutto il disco con materiale nuovo a trent’anni dal precedente. Rvng Intl ha fatto appena in tempo a annunciarne la pubblicazione e la morte di Pauline Anna Strom lo scorso dicembre ha trasformato il suo disco nuovo nel suo primo disco postumo. La terra le sia lieve, come lieve e soffici sono gli intrecci di synth che cavalcano le nove tracce di questo canto del cigno.

Un lavoro diviso tra momenti più vicini alla musica cosmica (il singolo “Marking Time,” ma anche la più calma “I Still Hope”), momenti di ambient profonda e dilatata  (“The Eighteen Beautiful Memories”) e momenti in cui quell’ambient sembra quasi scivolare in territori new age. Il tutto condensato da velature di quartomondismo (“Equatorial Sunrise”), tropicali (“The Pulsation”) e rintocchi quasi nipponici  (“Tempe Gardens at Midnight”). Qui c’è la tradizione del kraut elettronico, le tendenze mai nascoste di ambient e new age verso l’oriente, musica del quarto mondo, e ci sono le nuove strade che portano da una parte verso i timbri bassi e profondi di KMRU e dall’altra verso le ariose melodie di Kaitlyn Aurelia Smith.
(P.L)


CAMERA – POSTHUMAN 
(krautrock)

Chi sono i Camera? Innanzitutto sono tre ragazzi di Berlino Michael Drummer, Alex Kozmidi e Tim Schröder, e sono al loro quinto disco. In realtà questo Posthuman è una nuova versione della band, che nasce come duo formato dal batterista Michael Drummer e dal chitarrista Timm Brockman. Qui l’unico rimasto della formazione originaria è Drummer, che per l’occasione ha reclutato Tim Schröder, già collaboratore della band in viste di performer e video-artist e il chitarrista Alex Kozmidi, che aggiunge una buona dose di sperimentazione. 
Accostati subito al krautrock, perché tedeschi e perché,  be’, fanno effettivamente del krautrock, ma la cosa più sorprendente è che a sentirli li metteresti subito sullo stesso piano degli alfieri del krautrock degli anni ’70, i Neu!, i Can, certamente, ma anche Klaus Schultze, e li metteresti anche tra chi quel kraut riesce a re-immaginarselo e modificarlo in modo creativo e personale.
Posthuman inizia con una fanfara con tanto di synth morbidi, caldi ma in un certo modo aggressivi, ma già alla seconda traccia, “Alar Alar,” subentra un’ossatura quasi reggae e sulla lunga e cangiante “Posthuman/Apptime” quello stesso reggae in levare resta uno sfondo lontano lontano mentre in superficie synth e basso tessono una bella partitura quasi kosmische. “Überall Teilchen / Teilchen Überall” si avvicina all’elettronica dei Neu!, con tanto di rumori trovati, voci salmodianti e riff ipnotici e “Freundschaft” e “Schmwarf” si insinuano in territori quasi no- e  new-wave, “A2” ritorna al motorik, e “Harmonite” chiude tutto con una vibrazione quasi anni ’80.  Insomma, qui tutto va per il verso giusto, il kraut non è mai stato così multiforme, variegato e avvolgente, e soprattutto non è mai stato così attuale, almeno nella sua variante più rock e meno elettronica.
(P.L)

LAEL NEALE – ACQUAINTED WITH NIGHT
(folk pop)

Lael Neale è una di quelle artiste a cui basta poco per creare melodie incantatrici. Non le occorre molto per dar vita ai suoi componimenti poetici. Un omnichord e la sua voce sono infatti più che sufficienti per dar vita ai dieci brani di Acquainted with Night.

Il suo secondo disco, il primo per l’etichetta Sub Pop, è un delicatissimo racconto di un mondo fatto di piccoli gesti e semplicità. I brani sembrano la colonna sonora di un tempo passato, in cui le immagini sono ovattate dai colori ormai completamente virati a causa del tempo. Ascoltando questo disco è inevitabile non pensare a Joni Mitchell, oltre che nell’aspetto Leal Neale la ricorda nel modo in cui a volte usa la voce, aggraziate e vibrante di forza. È un disco lento questo, manca forse un po’ di slancio ma è un pregevole secondo lavoro.
(C.L)


INDIGO SPARKE – ECHO 
(indie-folk)

Australiana, affascinante e già ben decisa. Indigo Sparke giunge al debutto coprodotto da Adrianne Lenker dei Big Thief, con tutti i “pronostici” della critica a suo favore. Un EP di esordio nel 2016 e l’album di inizio carriera targato Sacred Bones, a suggellare un bel salto in avanti.

Ha frequentato una scuola superiore di arti dello spettacolo, seguita da una scuola di recitazione e la musica sembrava solo un piacevole hobby. La teatralità è presente nei testi, mai banali e pregni di significato: si va dalle dipendenze, alla guarigione e ai momenti (pochi) di gioia. Il tutto è saldamente sorretto da una notevole vena creativa che tanto ricorda Marissa Nadler. Indigo Sparke non sembra debuttare ma sembra varcare le scene da anni. Notevolissimo esordio.
(G.A)


YOUR OLD DROOG, THE GOD FAHIM – THA YOD FAHIM
(hip hop)

Squadra che vince non si cambia, per questo dopo aver pubblicato qualche settimana fa Tha Wolf Of Wall Street la coppia Your Old Droog e The God Fahim torna di nuovo insieme. Tha YOD Fahim è la definitiva conferma della grande alchimia fra i due artisti underground che vanno realmente a canestro sfondando il tabellone.

Ottimi beat, eccellenti campionamenti dall’atmosfera vintage su cui i due rimano fluentemente con grande feeling. I rapper, coadiuvati anche da fuoriclasse del calibro di  Pharoe Monch, giocano un’ottima partita piena di tiri da tre punti. A noi non resta che sederci a bordo campo e goderci il gioco.
(C.L)


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