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Le Guess Who? 2021 – Il nostro report

La parola chiave di questi tempi complessi è contaminazione. Si può rifiutarla, alzare muri e far crescere paura e ignoranza, o si può accettarla con le dovute precauzioni. Festival come il Le Guess Who? sono il vaccino culturale altrettanto necessario di quello sanitario. Con coraggio e ammirevole spirito di adattamento (regole cambiate in corso d’opera, che hanno imposto una laboriosa opera di restyling) gli olandesi hanno riaperto la loro finestra sul mondo e noi siamo stati felici di affacciarcici ancora.

a cura di Gabriele Marramà 

foto di Jelmer de Haas e Tess Jansen

09:36:11  – 22/11/2021



Giovedì

Arrivo presto a Utrecht per cui posso seguire i concerti dall’inizio. Comincio con una piacevole sorpresa. I King Hannah sono giovani, vengono da Liverpool e hanno all’attivo solo un EP, su City Slang. La loro proposta musicale però rifugge il post-punk imperante per andare a rispolverare il college rock USA  a cavallo tra gli 80 e 90, quello di Lemonheads e Buffalo Tom, con stile e competenza. La frontwoman Hannah Merrick è minuta ma carismatica e ha una voce ipnotica, affine a quella di Hope Sandoval. Piazzano anche una cover di Star Trooper del boss. Un buon punto di partenza.

Arriva uno dei momenti da me più attesi. I giapponesi Tenniscoats non hanno la fama che meriterebbero, ma appartengono alla stessa genia di Daniel Johnston e di Jad Fair, Pastels e Teenage Fanclub, con cui hanno collaborato. Anime pure, senza orpelli e sovrastrutture. A piedi scalzi, Takashi sta seduto alla chitarra, Saya suona le tastiere, canta, improvvisa buffe danze che inteneriscono. In alcuni pezzi Markus Acher dei Notwist, con cui hanno collaborato nel progetto Spring Life, aggiunge una batteria scarna. Uno show che ti lascia col sorriso stampato in faccia e la voglia di abbracciarli.

Ero curioso di ascoltare Arooj Aftab, autrice di uno dei dischi dell’anno, Vulture Prince. La pakistana trapiantata in USA non tradisce le aspettative. Formazione atipica, voce, arpa e contrabbasso, per una musica che trascende l’etnicità di partenza per farsi linguaggio universale. Delicata ma anche determinata, definisce le sue canzoni “songs of love, loss and intoxication” e si guadagna la meritata ovazione del pubblico.

Chiudo la serata con Phil Elverum, che del festival è uno dei curatori, che per l’occasione rispolvera la sigla The Microphones, con cui si era fatto conoscere a inizio millennio. Il concerto è tutto incentrato sull’ultimo lavoro The Microphones in 2020, un’unico brano dalla struttura ripetitiva in cui Elverum si racconta in maniera cruda e sincera. Solo 2 chitarre, momenti di intimismo stralciati da lampi noise, si rimane rapiti e conquistati.

Venerdì

Nel tardo pomeriggio passo a vedere Lucrecia Dalt, ma non ci resto a lungo. Ho molta stima per l’artista, anche curatrice, ma live si limita a stare curva sui suoi macchinari, con un faro rosso puntato sul pubblico che impedisce la visione, ed emette suoni alieni e vocalizzi filtratissimi più adatti ad un ascolto casalingo che a questo contesto. Decido poi di dare fiducia a Ichiko Aoba, che non conosco, che suona nell’incantevole scenario della Janskerk, una chiesa sconsacrata. Trentenne (ma ne dimostra 15), vestita da educanda, accompagnata solo da una chitarra alternata ad una tastiera. Ma quando inizia a cantare è magia pura, una voce da sirena che intona melodie fuori dal tempo e dallo spazio, una Margo Guryan ibridata con Julia Holter. La mia rivelazione del festival.

 

Resto in chiesa dove è il turno di Lael Neale, autrice quest’anno di un secondo disco acclamato dalla critica. Set minimale anche per lei, con un altro chitarrista ad accompagnarla, ma sufficiente a far emergere la qualità del songwriting, al livello di Weyes Blood e Aldous Harding, e la purezza cristallina della voce. 

Mi affretto a tornare al Tivoli per i Vanishing Twin, ma trovo una coda lunghissima e riesco ad ascoltare solo gli ultimi pezzi. Sufficienti comunque a confermarmi l’ottima opinione che ho di loro. L’unica vera alternativa agli Stereolab, davvero molto simili per proposta musicale, struttura dei brani e presenza scenica. Con un po’ di campanilismo si può affermare che il loro valore aggiunto è la batterista, l’italiana Valentina Magaletti, un mostro di tecnica e creatività, che sa anche darci dentro quando serve. La seconda serata per me si conclude con Mariee Sioux, che ricordavo come un nome minore della scena weird folk dei primi 2000 e così la ritrovo. Set piacevole, ma non ha la statura di una Marissa Nadler o di una Alela Diane, sembra più una Joan Baez fuori tempo massimo.

Sabato

Nella notte di venerdì arriva una mail dall’efficentissimo ufficio stampa che ci informa che, a causa delle nuove restrizioni imposte dal governo olandese, i concerti avranno luogo dalle 13 alle 18, con conseguente faticosa riorganizzazione di tutti gli shows. Mi avvio quindi di buon’ora e parto con gli Ice Balloons, supergruppo di NY guidato da Kip Malone dei TV On The Radio. 

Il concerto successivo è quello del Damon Locks’ Black Monument Ensemble ed è uno dei picchi di questa edizione. Ma è più di un concerto, è insieme atto di denuncia e celebrazione. Locks negli anni ha campionato atti di processi per discriminazione razziale e li ripropone con una musica che è un compendio di black music, dal gospel al jazz, dal funk al soul, con un gruppo di musicisti strepitosi che comprende tre strepitose cantanti e la matroneggiante Angela Bat Dawid, una che è arrivata all’accademia rimanendo coi piedi ben piantati nel ghetto. La standing ovation finale è più che meritata.

Ho voglia di Africa e mi avvio verso gli Etran de l’Air, ma trovo pieno e dal Maghreb devio verso la Tunisia di Ghalia Benali. Che è molto brava in quello che fa, canzoni tratte dal repertorio Sufi, ma un po’ ostica per il pubblico occidentale, per cui non riesco ad apprezzarla fino in fondo. Per l’ultimo concerto torno in chiesa dove mi attende Kiko Dinucci, uno dei migliori esponenti del rinascimento della canzone brasiliana. La sua musica attinge dalla tradizione ma si lascia contaminare dalla modernità, è contemporanea e urbana. Accompagnato dalla straordinaria cantante Juçara Marçal, Dinucci ammalia il pubblico e chiude al meglio la terza giornata.

Domenica

Altro cambio di programma: si arriva fino alle 21, ma solo posti a sedere. Qualcosa inevitabilmente salta, ma c’è comunque tanta roba da vedere. Inizio con i Bent Arcana, side project del curatore John Dwyer, con ‘prezzemolino’ Kip Malone. Fanno uno space rock psichedelico fatto di lunghe jams senza grosse strutture, che magari è divertente da suonare, molto meno da ascoltare e infatti li abbandono presto. Il concerto successivo è quello dei Faust, o meglio della parte dei Faust che ha tenuto il nome dopo la diaspora, guidata da Jean Hervé-Peron, con Amaury Cambuzat (Ulan Bator e italiano d’adozione) e un manipolo di giovani ma già molto capaci musicisti. Ripropongono per intero il capolavoro ‘Faust IV’ e confermano una volta di più che quel suono etichettato come kraut-rock è ancora vivo e attuale.

Trovo una fila infinita sia per gli OSEES che per i Sons of Kemet, per cui decido di chiudere con gli Aksak Maboul. La formazione belga guidata da Marc Hollander sta vivendo una seconda giovinezza, grazie all’ottimo disco dell’anno scorso, Figures. Non deludono le aspettative, anzi, grazie anche alla presenza della cantante Véronique Vincent, che oltre a cantare fa disegni che vengono proiettati sullo schermo. Un eccellente incrocio tra Canterbury sound e Stereolab che chiude degnamente un festival complicato da gestire ma pienamente riuscito.

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