Le Guess Who? 2019

Torno ad Utrecht per il secondo anno consecutivo, in cerca di conferme. Le ho avute. Il Le Guess Who? è un festival unico nel suo genere, un festival ‘adulto’ ma non vecchio, aperto al mondo e alle sue complessità, in una cittadina incantevole ricca di storia e di cultura.  Un festival pieno di pregi, con pochissimi difetti. Tra i primi l’organizzazione impeccabile, l’atmosfera rilassata, l’acustica perfetta, la bellezza di un posto come il Tivoli (un palazzo fatto di teatri), l’ampiezza e la qualità della line-up. Dovendo trovare il pelo nell’uovo, andrebbe forse ripensata la dislocazione degli spazi nella città, che finisce per penalizzare un po’ gli eventi al di fuori dal Tivoli, e andrebbero magari ampliati gli spazi ristoro e merchandising. Ma già così funziona benissimo.

Giovedì

Il primo è tradizionalmente giorno di viaggio e di assestamento. Il primo concerto che riesco a godermi è quello di Gruff Rhys. Il gallese ex Super Furry Animals ha un set minimale, solo chitarra e batteria, ma anche così il suo pop sofisticato e intrigante produce un benefico effetto rilassante.

La cura defatigante prosegue alla grande coi danesi Efterklang, che sono in 7 sul palco e incantano con le loro trame strumentali ricercate ma estremamente fruibili e con la voce suadente del leader Casper Clausen. Ampio spazio è dedicato al disco nuovo, ma non dimenticano classici come Modern Drift.

Venerdì

Il secondo giorno inizia all’Ekko, storico rock club sul canale, dove mi aspetta Erin Elizabeth Birgy, in arte Mega Bog. La ragazza del north-west americano ha già 5 album all’attivo, ma solo con l’ultimo, Dolphine, ha guadagnato l’attenzione che merita. La sua proposta musicale è un riuscito frullato di stili, ma l’influenza che si percepisce più chiara è quella di certo post-punk al femminile. La sua voce e la sua presenza scenica, infatti, ricordano una Alison Statton meno catatonica o una Linder (Ludus) meno frenetica, un’ottima sintesi tra le due. Concerto estremamente gradevole, in sintesi.

Torno al Tivoli dove mi aspettano i Deerhunter, con Bradford Cox in versione vagamente glam, con stivaletto e camicia blu elettrico. Fanno il loro con mestiere, nel complesso uno show senza picchi particolari ma gradevole.

Passo alle Raincoats e sono curioso. Loro mi piacciono molto, ma mi trovo davanti due arzille nonnette settantenni (più batterista e violinista giovani) che sembrano più adatte ad una serata di liscio che al punk rock. Beh, i miei dubbi vengono fugati all’istante non appena attaccano a suonare. Grinta, stile, autoironia, attitudine punk a pacchi. Gina Birch e Ana Da Silva rifanno il primo album, che compie 40 anni, come se avessero vent’anni e l’avessero appena inciso. Nettamente il momento migliore di tutto il festival.

Chiudo la serata incuriosìito da Ayalew Mesfin & Debo Band. Non lo conosco, ma ho un buon feeling con la musica etiope, anche se le raffinatezze jazzy alla Mulatu Astatke non gli appartengono. Lui fa un soul-funk in salsa afro più stradaiolo ed è un entertainer fenomenale. Vestito come il sindaco di Addis Abeba e con movenze molleggiate, gigioneggia a destra a manca, si gira tutto il teatro per salutare ogni spettatore, poi a un certo punto sparisce dichiarando che deve andare a pisciare. Torna dopo un paio di pezzi con un nuovo completo stilosissimo a scacchi e si guadagna gli applausi convinto di tutto il pubblico. Concerto divertentissimo, potere ai vecchi!

 

Sabato

Inizio con l’indie post-pavement dei Deerhoof, che ormai sono un’istituzione del genere. La cantante Satomi è adorabile e c’è il percussionista Tigue ad aggiungere colore ritmico ai brani, ma tutto sommato la performance scorre via senza suscitare grandi emozioni.

Mi sposto per seguire la quota ‘ripescato’ dell’anno, cioè quegli artisti che hanno la fortuna di riemergere dall’oblio. Doug Hream Blunt faceva l’insegnante di chitarra e ha inciso un disco che è rimasto chiuso nel cassetto per decenni, finché la Luaka Bop di David Byrne non lo ha scoperto e pubblicato. E bene ha fatto, perché lui è un artista soul-funk che scrive bene e sa stare sul palco, per cui ben venga la fama sia pur tardiva.

I Moon Duo hanno un set molto suggestivo, suonano in una specie di gabbia luminosa. La loro svolta pop/ritmica li porta in territori vicini agli Spacemen 3 di Recurring. Bravi, ma la ressa mi porta ad abbandonarli prima della fine.

Per Aldous Harding riesco a guadagnare un posto in prima fila, così mi gusto il suo concerto al meglio. Lei è una strana creatura, non la fatalona che appare negli ultimi video, è un po’ buffa e un po’ goffa, tra Vashti Bunyan, Beth Orton e Pj Harvey, ma ha un carisma abbagliante. Alterna i pezzi da sola con la chitarra a quelli con la band e fa tutto benissimo. Per me si è guadagnata un posto in prima fila nella griglia di partenza per il ruolo di cantautrice di riferimento degli anni 20.

Prima di andare a nanna c’è tempo per assaggiare una delle tante robe ‘strane’ del festival. I Minyo Crusaders mischiano la musica tradizionale giapponese coi ritmi cubani, indossando maschere grottesche. Non proprio la mia tazza di te, ma simpatici.

 

Domenica

E’ l’ultimo giorno e la stanchezza comincia a farsi sentire. La serata stenta a decollare, con una Nivhek (ex Grouper) china sui suoi attrezzi, che accoppia un canto quasi gregoriano con frattaglie rumorose. Non è quello che cerco per cui passo all’astro nascente della scena elettronica Holly Herndon, che sembra interessante e più pop di quanto mi aspettassi, ma la calca mi impedisce di approfondire.

A darmi la scossa ci pensano gli enfants du pays The Ex, che festeggiano i 40 anni di carriera con la loro miscela esplosiva di punk, impro e noise, con una batterista che è una macchina da guerra.

Dopo gli olandesi è tempo della gallese Cate Le Bon, una che è solita cambiare spesso pelle. L’anno scorso l’avevo vista in veste post-punk coi Drinks, quest’anno da solista indossa i panni della chanteuse sofisticata, con tailleur e stivaletto col tacco. Qualsiasi cosa faccia comunque le riesce bene, per cui è ampiamente promossa anche quest’anno.

I Tropical Fuck Storm sono quello che promettono di essere, una cazzo di tempesta tropicale. Selvaggi, feroci e sexy. Non resisto fino alla fine però, e vado ad omaggiare una regina, che suona in contemporanea.

Arrivo e Fatoumata Diawara sta finendo il suo show, ma faccio in tempo a vederla quando, al termine della cover di Sinnerman di Nina Simone, si scioglie i capelli e si lancia in una danza selvaggia e ancestrale, irresistibile, a ricordare a tutti chi siamo e da dove veniamo. Mi piace che questa sia l’ultima immagine che porto a casa dal Le Guess Who?, alla faccia di tutti i sovranisti, sperando di tornarci l’anno prossimo.

 

 

Gabriele Marramà 

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