10/05/2026
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Genesi Indie Rock

All’inizio dei Duemila il rock alternativo riaffiora e torna a dettare i gusti di una generazione, ma lo fa con un linguaggio diverso da quello degli immediati predecessori, seppur derivativo e non inedito: le diramazioni degli anni Ottanta e Novanta vengono archiviate per tornare a pescare a piene mani dal garage e dal punk colto degli anni Settanta newyorkesi, sia dal punto di vista musicale che estetico. Se nel decennio precedente il rock americano mainstream aveva virato verso versioni addomesticate di punk (pop punk) e metal (nu metal), incapace, dopo il grunge, di divenire un genere davvero centrale, e cedendo il passo a generi “nuovi” come elettronica e hip hop, oppure lasciandosi superare dagli inglesi (brit pop, trip hop) e relegando le chitarre più ruvide e crude a una posizione
sempre più marginale.

I Fattori socio-politici

La frattura arriva sostanzialmente in contemporanea con l’11 settembre. New York cambia pelle e quella trasfigurazione è anche una svolta estetica: una città più dura, più chiusa, in cui una nuova idea di rock prende forma come risposta istintiva più che come progetto programmatico. È il contesto che è stato ricostruito meravigliosamente nel documentario Meet Me in the Bathroom, dove quella stagione appare come un intreccio continuo e vorticoso di club, appartamenti e sale prove, senza una singola figura catalizzatrice, ma con una costante tensione creativa diffusa in tutta una generazione.

Un’estetica secca, urbana, immediata rimette il rock al centro del discorso, più come energia e approccio che come genere definito. New York non è solo uno sfondo, ma un acceleratore: un ecosistema in cui band diverse finiscono per condividere lo stesso momento senza necessariamente partire dalle stesse coordinate sonore. Una nuova linfa per un’idea di rock “underground”, più che un movimento coerente in senso stretto.

E infatti in un batter d’occhio il tutto si allarga e si ridefinisce, raggiungendo anche la terra di Albione: tra post-punk revival, indie e incursioni elettroniche, quella fase perde i contorni iniziali ma lascia una traccia precisa e ancora oggi riconoscibile a distanza di due decenni. Una stagione breve ma fondamentale, in cui il rock alternativo torna a dettare la linea e a intercettare l’immaginario tardo-adolescenziale come nient’altro. Purtroppo, forse, per l’ultima volta. Quella che segue è una lista dei 20 dischi fondamentali. Uno per band. Tutti usciti dal 2001 al 2007. Per chi c’era, buon tuffo nei vostri vent’anni.

Nicolas Merli


20. Silent Alarm – Bloc Party (2005)

Esordio della band londinese, tra chitarre nevrasteniche, ritmi spezzati, urgenza politica e sociale. Un debutto che cattura perfettamente l’instabilità del tempo in cui nasce. Banquet e Helicopter i due singoli indimenticabili.


19. Fever to Tell – Yeah Yeah Yeahs (2003)

Garage rock in salsa indie. La carismatica Karen O, una grandissima frontwoman, alterna furia e vulnerabilità con naturalezza disarmante. E credibilità. Non è poco.


18. An End Has a Start – Editors (2007)

Capolavoro del post punk revival degli anni Zero, il secondo disco della band capitanata da Tom Smith è la risposta britannica, forse leggermente meno genuina, ma altrettanto oscura ed emotivamente toccante, degli Interpol. Il lato A è da brividi veri.


17. Bows + Arrows – The Walkmen (2004)

Secondo album autoprodotto e vetta compositiva dei Walkmen. Little House of Savages e Whats in It for Me sono state entrambi incluse nella serie tv OC, che ha dato molto risalto alla band (così come anche per i Death Cab for Cutie). The Rat è uno dei capolavori del decennio.


16. Echoes – The Rapture (2003)

Un incidente ferroviario tra post-punk e dance. Tensione emotiva e danza, approccio cerebrale e sudore. Se si è parlato tanto di indietronica, lo si deve in buona parte a questi
quattro alfieri del genere e aloro capolavoro. Il brano eponimo e l’apripista Olio si stampano in testa e non ne escono più.


15. You Forgot It in People – Broken Social Scene (2002)

Un collettivo di art rock sperimentale canadese (capitanato dalla mente fervida di Brendan Canning e Kevin Drew) che suona realmente come l’idea di comunità. Poco meno di un’ora di canzoni che entrano ed escono da sé stesse, senza confini chiari di genere. Caos organizzato e stupendo.


14. Robbers & Cowards – Cold War Kids (2006)

Un esordio irregolare per il quartetto californiano, sporco, spigoloso ma elegante. Indie rock con venature blues, pianoforti sghembi, voce nervosa e conturbante. Insieme al
successivo Loyalty To Loyalty, costituisce una doppietta da sempre molto sottovalutata. Non perfetto, ma un capolavoro minore in perenne tensione, dall’incedere caracollante e spastico. Meraviglioso.


13. Elephant – The White Stripes (2003)

Riduzione all’essenziale: chitarra, batteria, niente di più. Blues e garage ad altissimi livelli di melodia e chitarrismo. Seven Nation Army, Ball and Biscuit e The Hardest Button to Button sono singoli killer, il video di I Just Don’t Know What to Do with Myself, con protagonista Kate Moss e diretto da Sofia Coppola, è a dir poco iconico.


12. Return to Cookie Mountain – TV on the Radio (2006)

Dopo il già ottimo Desperate Youth, Blood Thirsty Babies del 2004, i newyorkesi TOTR suggellano il loro capolavoro due anni dopo. Stratificazione continua, suoni che si incastrano senza mai saturarsi davvero. Un disco di indie rock colto e sofisticato, senza mai diventare noioso.


11. Transatlanticism – Death Cab for Cutie (2003)

Il capolavoro della band del nord ovest, con la sua visione quasi emo dell’indie rock. Distanze, attese, parole non dette. Un disco che si muove lentamente, accumulando tensione emotiva fino ad esplodere qua e là, senza mai troppo alzare la voce: non ne ha bisogno, per emozionare fino alle lacrime.


10. Yankee Hotel Foxtrot – Wilco (2002)

Capolavoro autodistribuito online dei chicagoani Wilco, capitanati da Jeff Tweedy, primo tra i tanti dischi splendidi partoriti sia con la band che in proprio. Uscito pochi giorni dopo l’11 settembre, incarna già lo spaesamento e la fragilità di un paese spiazzato e ridotto in ginocchio. Sperimentale e cerebrale, ma profondamente umano, tocca il cuore ancora prima del cervello.


9. Franz Ferdinand – Franz Ferdinand (2004)

Indie rock in versione geometrica e ballabile. Orecchiabile e mainstream ma insieme strutturato, con i suoi giochi ad incastri di chitarre e sezione ritmica. Uno dei dischi meglio invecchiati del lotto.


8. Up the Bracket – The Libertines (2002)

Nuovo romanticismo, amicizia e autodistruzione. Più che un disco, una testimonianza di fede alla brutalità e tossicità di una vita rock and roll. Il mito dei Libertines e di Pete Doherty nasce qui, tra slanci vitali e brusche cadute.


7. B.R.M.C. – Black Rebel Motorcycle Club (2001)

Rumore, riverbero e oscurità. Un altro esordio capolavoro che guarda al noise rock nella declinazione europea più che americana (poco Sonic Youth e molto Jesus and Mary Chain, per intenderci) trascinandola nel nuovo millennio. Il lato più dark e urbano della California.


6. Sound of Silver – LCD Soundsystem (2007)

Terzo album della band, che esordì nel 2005 con il capolavoro omonimo. James Murphy, uno dei geni compositivi più importanti della sua generazione, porta a compimento
definitivo la sua visione, ironica e insieme programmatica: che la si chiami indie rock elettronico, dance punk o in qualche altro modo poco importa: gli LCD Soundsystem tra il 2005 e il 2007 sono stata la band più figa del pianeta.


5. Boxer – The National (2007)

Ansia adulta, alienazione, relazioni fragili, sublime eleganza. La voce baritonale e i testi di Berninger diventano uno standard con cui tutti dovranno fare i conti. Dopo l’ottimo Alligator (2005), la consacrazione di una delle più importanti band post 11 settembre. Fake Empire un inno senza tempo.


4. Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not – Arctic Monkeys (2006) 

Esordio/evento della band britannica, con almeno 4 o 5 instant classic. Leggerezza, ironia, sbieco sguardo sociale. Rock and roll in purezza. Alex Turner scrive come se stesse già raccontando un’epoca passata, mentre la sta ancora vivendo. Diventerà uno dei migliori songwriter della sua generazione.


3. Funeral – Arcade Fire (2004) 

Esordio capolavoro della band canadese, che vira l’indie rock in direzione folk e barocca. Vita(lità) e morte che camminano a braccetto. Cori, crescendo, urgenza emotiva: Funeral è il suono, lancinante e insieme innodico, delle consapevolezze tardo adolescenziali di una generazione.


2. Turn On The Bright Lights – Interpol (2002)

Il fratello minore, e più dark, di Is This It, arrivato l’anno successivo. Estetica crepuscolare, una New York in cui la notte è ancora molto buia. Più Joy Division che Velvet Underground insomma. NYC è il requiem per una città che non esiste più.


1. Is This It – The Strokes (2001)

L’inizio di tutto. Un salto indietro di un quarto di secolo e New York rimessa al centro del mondo del rock. Chitarre secche, produzione sporca il giusto, melodie micidiali. Gli Strokes non inventano nulla, ma rimettono tutto al posto giusto in un momento in cui nessuno ci avrebbe più scommesso. Album epocale.


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