In Recensioni - Album della settimana

Iggy Pop – ‘Free’

 

 

Genere: spoken words, noir-wave
Etichetta: Caroline International
Release: 6 settembre 

La copertina di Free raffigura la sagoma di un uomo, probabilmente lo stesso Iggy Pop, che si accinge ad entrare da solo in un mare parzialmente calmo. Sullo sfondo dell’immagine riusciamo a scorgere, in lontananza, il filtrare di pochi significativi raggi luminosi che fuoriescono dal manto corposo di nuvole: sembra l’orario dell’alba. Out of the Blue, and into the black, come avrebbe sintetizzato al meglio qualcuno. L’ultima fatica musicale del leggendario artista fa senz’altro rima con questa fotografia, estratta da un corto che uscirà a breve e che vede protagonista lo stesso Iggy, ed è lontana anni luce dall’immaginario visivo che Iggy Pop ha saputo costruire, fin dal lontano 1969, l’iniziatore del movimento punk.

Questo lavoro si rivela unico nel modo in cui ci riesce a donarci la versione più vera, umana, e matura di James Osterberg. A distanza di tre anni da quel clamoroso album che fu Post Pop Depression, la cui produzione a cura di Josh Homme aveva già contributo a spogliare Iggy Pop di gran parte degli orpelli che avevano caratterizzato la sua mitologica parabola artistica, ci ritroviamo alle prese con un lavoro che ha il peso di una gemma oscura, e su cui erroneamente non avremmo puntato molto. È come se Post Pop Depression si sia, in un attimo, trasformato in Post Tour Depression: Iggy sentiva il bisogno di staccare la spina dopo l’ultimo tour mondiale, e di buttarsi alle spalle l’ansia da prestazione che l’ha tormentato continuamente, durante il corso della sua vita artistica.

L’occasione di dare voce (più che corpo) alle parole di altri, prima che alle proprie, si è rivelata propizia per la riuscita di questo disco. Parole, quelle che incontriamo nelle liriche di Free, che calzano a pennello perfino ad un artista che si è sempre mostrato in pubblico in semi-nudità, senza esserlo davvero prima di oggi. Il peso delle composizioni, e in parte dei testi, è poggiato per lopiù sulle spalle di Thomas Leron: il quarantenne trombettista jazz ha disegnato trame sonore noir, malinconicamente minimal, che rimandano mestamente all’ultimo album del compianto amico Bowie. In questo senso, rientra a pieno regime, anche sul piano concettuale, un brano dalle sfaccettature metropolitane come Sonali. Ma non solo: se nell’impianto sonoro l’associazione di senso più immediata è con Blackstar, la voce di Iggy ha assunto i connotati specifici per non sfigurare con il baritono immortale di Leonard Cohen, e da qui vien facile il parallelismo con l’ultimo album del canadese You Want It Darker. All’Iguana bastano poche parole, come quelle della opener (I Wanna Be Free), per riempire di significato lo spazio di una artificiosa gabbia di effettistica ambient-wave.

Così come sembra bastare il suono severo della tromba di Thomas Leron per accompagnare l’interpretazione solenne di un componimento dell’amico Lou Reed (We Are The People), che risuona così attuale, altrettanto riuscito è il lavoro di Sarah Lipstate (la bravissima Noveller, controparte attiva nelle composizioni dell’album con Leron) quando arricchisce di oscura mestizia sonora l’interpretazione di Do Not Go Gentle Into That Good Night di Dylan Thomas. Insieme a queste perle ci sono momenti più ritmati che aiutano a reggere l’impatto di un album che, altrimenti, avrebbe lo stesso sapore di un moderno De Profundis: lo scanzonato giro di basso inesauribile in James Bond, così come la latineggiante tromba che apre all’acidissima Dirty Sanchez (che ha il pregio di riportare a galla l’oscenità, in Free pressoché esclusa dal giro, insita nell’Iguana); ma anche nella sfrontatezza strumentale che fa da contorno ad un brano follemente disperato come Love Missing

La nostalgica The Dawn ha l’onere di chiudere il lavoro: brano-parto della nostalgia di Iggy, si riflette direttamente nell’impossibilità di annullare il buio, se non con l’aiuto delle poche rimembranze dalla funzione lenitiva che hanno reso felice una esistenza. Free è senz’altro un capolavoro denso di significato e di passione (nell’accezione più sofferente del termine), in cui Iggy Pop si è riscoperto monade: unico sopravvissuto alla vita tra i suoi amici, in grado di rendere noi beneficiari, più o meno consapevoli, di tutto ciò che può voler significare questo arduo passaggio. Grazie ad una sintesi notevole e per niente scontata, scorre via piacevole e lasciando le proprie orme impresse nell’animo dell’ascoltatore. Alla fine di questo viaggio onirico ci si sente virtualmente accanto all’uomo presente nell’artwork del disco, pronti ad entrare con lui e ad essere fagocitati dal blu oceanico. Il peso dell’essere iconici non rappresenta più, finalmente, il più grande dei limiti.

Vincenzo Papeo 

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