27/05/2024
uscite discografiche - www.infinite-jest.it

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GIRL IN RED – I’ M DOING IT AGAIN BABY 
(bedroom – pop)

La norvegese Marie Ulven aveva colpito un po’ tutti con i suoi primi singoli sul finire degli anni Dieci e il disco di debutto uscito nel 2021, e ora si trova ad affrontare quella che oggi è diventata la difficile prova del secondo album (i più navigati si ricorderanno quando questo succedeva col terzo, ma la frenesia moderna ci ha portati a questo).

 

Ulven compie la missione brillantemente, e, soprattutto, con la massima scioltezza possibile, sfoderando un disco in cui si notano soprattutto talento e spontaneità, perché quando hai il primo, è sempre una buona idea puntare sulla seconda. La naturalezza di questa proposta musicale mette semplicemente voglia di essere ammirata e goduta, senza rifletterci troppo, perché ogni tanto è bello e necessario abbandonarsi alle sensazioni di pancia. Consigliamo caldamente questo ascolto perché, in una parola, è balsamico.
(Stefano Bartolotta)

 


THE REDS, PINKS & PURPLES – UNWISHING WELL 
(indie-pop)

Riuscire a pubblicare sei album negli ultimi cinque anni, senza mai variare troppo la propria proposta musicale e, allo stesso tempo, riuscendo a non stancare mai. Solo Glenn Donaldson, al giorno d’oggi, può essere capace di tutto questo, e, anche stavolta, l’ascoltatore si accosta all’ennesima raccolta di canzoni rossoviolarosa sapendo esattamente cosa ci troverà ma soprattutto volendo esattamente questo e rimanendone, ancora una volta, entusiasta. Come dice la presentazione del disco, nomi come Go-Beetweens, Smiths, Magnetic Fields e Felt sono ovvie fonti di ispirazione, ma quando le melodie continuano a essere così cristalline, i jangle di chitarra così conturbanti e il cantato così espressivo, la musica non stanca mai ed è normale volerne ancora e ancora.

 

Rispetto al passato, qui c’è un po’ di saturazione sonora in più in alcuni episodi e un senso melodrammatico più diffuso, per capirci più Smiths e meno Magnetic Fields, ma comunque, se vi è sempre piaciuta la produzione di questo talento cristallino da San Francisco, non potrà non piacervi anche questo nuovo lavoro. E se, invece, non vi piace, beh, non voglio nemmeno pensarci, perché nella classica utopia del mondo ideale, i Reds, Pinks & Purples piacciono a tutti.
(Stefano Bartolotta)

 


AGENT BLÅ – STAB!
(indie-rock, post-punk)

Tra i migliori esponenti della scena indie di Goteborg, gli Agent Blå hanno all’attivo due ottimi album usciti nel 2017 e nel 2019, ma poi si sono presi una pausa più lunga prima di questo terzo album. Nonostante la lunga assenza, comunque, il sestetto non solo non ha perso brillantezza, ma, anzi, ha fatto un chiaro passo avanti in termini di qualità compositiva e interpretativa. Le melodie, infatti, sono tutte validissime e impeccabili; gli arrangiamenti sono sempre interessanti e efficaci grazie alla compattezza d’insieme e all’ottimo uso di echi e riverberi, che arricchiscono il suono senza perdere di vista il ruolo centrale dello scheletro della canzone; la voce di Emelie Atatalo è più magnetica e carismatica che mai.

 

Le canzoni, pertanto, sono un eccellente esempio di grinta e decadenza, e non hanno nulla da invidiare a quelle dei ben più celebrati Desperate Journalist, e non dico questo perché non apprezzo la bandi di Londra, che, invece, adoro, ma solo per far capire cosa rischiate di perdevi se non ascoltate questo disco solo perché chi lo ha fatto è conosciuto esclusivamente dai più attenti. Fidatevi e non perdetevelo, mi ringrazierete.
(Stefano Bartolotta)

 

 


KAMA – DALLA CERTEZZA ALLA PUODARSITA’
(indie-pop, songwriting)

Ormai lo sappiamo, Alessandro Camattini non è esattamente il modello del cantautore prolifico, ma ogni volta che torna a farsi sentire sulla lunga distanza, lo fa con canzoni destinate a rimanere nella mente di chi le ascolta, capaci di far uscire allo scoperto sensazioni importanti. Dopo il debutto finto scanzonato del 2006 e un seguito di dieci anni dopo più votato all’espressione della propria maturità, sia musicale che narrativa, arriva questo terzo lavoro che è lo specchio di molte cose che stanno accadendo al giorno d’oggi, anche qui sia dal punto di vista musicale che delle tematiche.

 

Sul primo versante, il suono ha una decisa componente elettronica e un’altrettanto evidente spigolosità, sia ritmica che proprio nei timbri strumentali, e anche le melodie sono certamente poco rotonde e risultano, invece, marcatamente appuntite; sul secondo, in perfetta assonanza con quanto appena detto, i testi espongono senza filtri quello stato di disagio più o meno strisciante che ormai accompagna le vite di molti di noi, se non di tutti, con i motivi di preoccupazione che non se ne vanno mai via del tutto e anche se si cerca di non pensarci, essi riescono comunque a rimanerci sottopelle, per emergere subdolamente quando meno ce lo aspettiamo. Con questo album, Kama ha trovato una maniera riconoscibile ed efficace di ritrarre la realtà odierna grazie a un intrigante equilibrio tra poetica e vivido realismo.

(Stefano Bartolotta)

 


BODEGA – OUR BRAND COULD BE YR LIFE 
(art punk, indie-rock)

Fin dal primissimo lavoro in studio il disprezzo per molte di quelle cose che definiscono la cultura moderna è da sempre al centro della musica della band newyorkese. E questo nuovo disco (che altro non è che una ri-registrazione del primo Lp del 2016, quando si chiamavano ancora “bodega bay”) mette ancora una volta alla berlina tanti dei problemi della società di oggi.  “Our brand could be yr life” è titolo che dice fin da subito tanto, tantissimo della band di Nikki Belfiglio e Ben Hozie: partendo dalla rivisitazione di uno slogan (“our band could be your band”) dei Minutemen, band post hardcore attiva negli anni 80, l’intento è più che chiaro: seguendo una filosofia di vita in tutto e per tutto simile a quella “DIY” (Do it yourself) tanto cara alla sopracitata ex band di Mike Watt e D. Boon, continuare a esportare i propri ideali e la propria musica lo-fi / art punk.
Se “Endless scroll”, prodotto da Austin Brown dei Parquet courts, era un concentrato di piccole gemme indie / lo-fi al fulmicotone, e “Broken Equipment” presentava canzoni più muscolari e rock, questo nuovo disco non è altro che il riassunto, riaggiornato con somma calma e riflessione, di tutta la musica proposta precedentemente. Le loro osservazioni sul mondo di oggi rimangono ironiche e taglienti, ed a farne le spese ci sono tra le tante tematiche: la sempre più dilagante mercificazione (“ATM”), il mondo delle Sex Worker (“GND”) e la gentrificazione dell’arte (l’epopea in tre parti “cultural consumer”). Mentre dal lato strumentale, alla sporcizia e gli spigoli ruvidi dei primi dischi, che in parte risultano leggermente smussati, vanno ad unirsi anuove componenti shoegaze e psichedeliche da un lato, smaccatamente pop dall’altro. 
Ennesima ottima prova dei Bodega. Conferma del fatto che siamo dinnanzi a una band, degna erede dei grandi nomi dell’art punk di 30/40 anni fa, il cui suono, a metà tra indie rock ’80 e slacker rock ’90, è diventato un vero e proprio marchio di fabbrica.
(Davide Belotti)


MAGGIE ROGERS – DON’T FORGET ME 
(indie pop)

Per le cose buone servono tempo e dedizione, a volte accade invece che l’ispirazione arrivi repentina e in quei casi è saggio coglierla immediatamente. Ne sa qualcosa in merito Maggie Rogers, che ha praticamente scritto il suo terzo disco in studio in soli cinque giorni, registrando quasi tutti i primi take. Queste sono sicuramente le principali ragioni per cui Don’t Forget Me suona così immediato e facilmente apprezzabile; i brani rimandano alle più classiche atmosfere di road trip, sono impregnati di influenze sonore che pescano dal pop ben fatto dei primi anni duemila, senza disdegnare suggestioni ‘80s, Drunk.

 

Le liriche sono molto personali, Rogers racconta con ironia e nostalgia esperienze personali in un perfetto bilanciamento tra classiche ballads, I Still Do, e brani più energetici, On & On & On. Maggie Rogers tiene insieme tutta la struttura dell’album grazie alla sua voce peculiare, che già avevamo imparato a conoscere nei primi due lavori ma che qui trova finalmente un’identità più definita. Don’t Forget Me è un disco godibilissimo, che segna una maturazione dell’artista americana.
(Chiara Luzi)

 


METZ – UP ON GRAVITY HILL 
(noise rock, post-punk)

Up On Gravity Hill è il primo album della band in quattro anni ed è molto evidente che la band ha davvero lavorato sul loro suono e lo ha evoluto in questa bella ma rumorosa serie di canzoni. Il suono dei Metz resta graffiante come lama affilata e sottile ma molti impeti sono magistralmente dosati e il lavoro risulta il più eterogeneo e maturo di un’intera carriera.

 

Tra le tante note positive da sottolineare la capacità du Alex Edkins di intensificare la sua timbrica vocale variando melodie in tutte le canzoni: una prova da grandissimo frontman diventato finalmente “completo”. Giunto al loro ottavo album, e con un ottimo album alle spalle (l’esordio omonimo del 2012) e un capolavoro (Strange Peace) pubblicato nel 2017, la band canadese inanella il terzo grandissimo disco di una carriera già brillantissima.
(Giovanni Aragona)

 


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