In Interviste

“Non è importante solo vendere i dischi ma mettere la creatività al centro della propria vita”. A tu per tu con Corrado Nuccini dei Giardini di Mirò

 

I Giardini di Mirò hanno realizzato sette album in carriera. Different Times è l’ultimo lavoro pubblicato il 30 novembre 2018 per la 42 Records. La band sarà impegnata in un lungo tour che partirà  domenica 26 maggio al Je T’Aime Festival di Padova, per poi proseguire domenica 2 giugno alla Festa del Racconto di Soliera (MO), e martedì 11 giugno al Biografilm di Bologna. La band, accompagnata dai Massimo Volume, riprenderà il tour il 25 giugno al Teatro Romano di Verona, mercoledì 26 giugno al Castello Sforzesco di Milano, domenica 7 luglio a Villa Ada a Roma, il 12 luglio alla Mole Vanvitelliana di Ancona e il  27 luglio al festival Poietika di Sepino (CB).

Come nasce Different Times?

Nasce dopo un periodo abbastanza lungo in cui avevamo sospeso ogni attività della band. Eravamo impegnati in altri progetti: il chitarrista Reverberi ha fatto un tour e un paio di collaborazioni con Max Collini (ex Offlaga Disco Pax) e io ho fatto un paio di album insieme a Emidio Clementie quindi ci siamo fermati. Ho letto in giro: “ritornano dopo 7 anni di inattività”, ma in realtà non è vero. È vero che il nostro ultimo disco in studio è stato Good Luck del 2012 ma, nel frattempo, abbiamo fatto la colonna sonora di Rapsodia Satanica e un tour per i 15 anni del nostro primo album e, nel mezzo, altre cose. C’è stata questa pausa dal tour dei 15 anni e in quel momento sono scattate alcune cose: uno è desiderio di fare musica insieme che è tornato forte, e due il fatto di essere supportati da un’etichetta che ci ha trasmesso energia e ci ha dato ottimi strumenti per registrare il disco, una buona promozione, un buon ufficio stampa, tutti elementi che servono ad avere un ritorno di buon livello, ed è scattata la scintilla per metter insieme il disco nuovo.

Mi viene spontaneo chiederti: quanto è necessario oggi legarsi a una buona etichetta discografica e, contestualmente, a una buona promozione? A distanza di quasi 20 anni dal vostro esordio, è cambiato il modo di produrre un disco, pensarlo, strutturarlo, promuoverlo?

Alcune componenti sono radicalmente cambiate, quelle tecnologiche soprattutto. Ora è disponibile Pro Tools e le tecnologie sono cambiate. Si arriva a fare delle riproduzioni in casa con Ableton e programmi simili. Quello che invece non è cambiato è come si pensano i dischi. I dischi si pensano alla stessa maniera, nel senso che è sempre una grande idea creativa e sei mosso dal desiderio di entrare in contatto con gli altri e con tutti quelli che hai intorno. È mosso dalla passione e dal desiderio di condividere musica. Quello non è cambiato. Per quello che riguarda il live, invece, c’è una maggior richiesta di professionalità su tutti i fronti e una maggiore aspettativa del pubblico. La linea tra il mainstream e i prodotti alternativi, come c’era negli anni ’90, si è molto compressa al centro.

“Si è molto compressa al centro”molto interessante…

Negli anni ‘90 la musica non convenzionale si definiva alternativa, e i due mondi erano abbastanza opposti. I gruppi alternativi erano più diretti, molto spesso non avevano i tecnici luce, forse neanche il fonico, e suonavano nei centri sociali, negli squat, nei luoghi occupati. I gruppi mainstream giravano con le produzioni. Ora quei mondi si sono contaminati.

Sei pronto a tuffarti nella nostalgia degli anni ’90? Che bella scena quella con Giacomo Fiorenza, Paolo Benvegnù, Offlaga Disco Pax, Moltheni… oggi siamo sicuri che l’It Pop e la trap funzionino solo perché i giovani vivono di social? È mancato qualcosa a quei meravigliosi fine anni ’90?

Non voglio fare un requiem a quel movimento di artisti, né tantomeno pensare che loro non ce l’hanno fatta e altri sì. Sono giudizi a caldo, anche perchè non è vero che la scena attuale ce l’ha fatta e quella degli anni 2000 no. Anche in quel periodo c’erano situazioni più o meno emerse. Non è importante solo vendere i dischi ma anche riuscire a durare, fare un discorso coerente e mettere la creatività al centro della propria vita, riuscire a trasmettere qualcosa a qualcuno. L’importante non è solo vendere i dischi, questa è una mentalità che arriva adesso. Prima il termine sold-out non esisteva. Forse, a quei tempi, era meno performante. Il cantautorato attuale ha fatto una scelta di estrema contemporaneità, ha rotto con il passato nel linguaggio e nelle modalità. Ad esempio, il rap italiano di oggi ha come riferimento altri rapper italiani. La differenza è di rottura. La trap parla un linguaggio alle volte gergale, ma molto diretto.

Cos’è successo al cantautorato italiano di oggi?

Il mio gruppo canta in inglese e ha dei riferimenti oltralpe quindi, in queste vesti di critico musicale, ti posso dare una lettura mia e non per forza attendibile. Alcuni cantautori di rottura (Vasco Brondi, tra tutti) hanno iniziato a invertire un po’ la tendenza dell’epoca di fare musica in inglese. Ci sono stati tanti gruppi che avevano questo sogno utopico europeo. A un certo punto, sono arrivati alcuni cantautori e hanno riportato la lezione all’italiana. Mi ricordo una serata a Bologna dove hanno messo De Gregori vs Vasco Brondi, quindi c’era ancora un legame padre figlio tra i due mondi. Secondo me quel legame si è perso, poi chiaramente la musica non si reinventa totalmente. La nuova generazione avrà preso spunto da Lucio Battisti e Ivan Graziani, ma forse sono figli che non riconosco più i loro padri. Forse l’unica eccezione è Giorgio Poi, che ha fatto musica in italiano ma passando attraverso tanti riferimenti esteri, da Mac DeMarco a tanti che andavano a gamba tesa nell’indie e nella musica più ricercata. Gli altri hanno iniziato a fare una sorta di musica radiofonica con risultati buoni ma, a un certo punto, in un mondo di sfigati in cui nessuno vendeva un disco, dove i manager e le etichette non battevano chiodo, sono arrivate palate di soldi le dinamiche sono cambiate. Non sto dicendo che Benvegnù era uno sfigato perchè faceva concerti davanti a 100 persone e che invece 4-5 gruppi senza estro che fanno sold-out all’Alcatraz sono il nuovo. Giudichiamoli con calma magari tra 4-5 anni.

Different Time è il disco più maturo e completo dei Giardini di Mirò però, allo stesso tempo, riascoltandolo ho percepito una grande essenzialità e una grande dose di minimalismo. A differenza di Good Luck in cui i suoni erano molto più architettati, ingegneristici, concettuali e mentali.

Negli ultimi anni abbiamo fatto esperienze di altro tipo e siamo tornati con una modalità che ha tirato fuori il nostro vero suono, abbiamo ricominciato a rilavorare in una certa maniera, con un certo feeling e secondo me questo alla fine paga. È vero che nelle nostre intenzioni c’era quello di fare un disco che non fosse troppo arzigogolato ma che avesse una certa freschezza, per cui in sala prova abbiamo fatto 5-6 prove e tenuto le cose più belle, registrandole e mantenendo quella freschezza intuitiva non levigata fino in fondo. Questo concetto di minimalismo è in realtà una produzione ben fatta, che ti dà un’idea non caotica ma centrata di quello che ascolti.

La prima traccia del disco dura quasi 9 minuti. Poi ascolti Failed to Chart con Glen Johnson e i Giardini sembrano, per magia, due band diverse.

Sì, ma quel pezzo ha una genesi tutta sua, è l’unico che è stato portato come base strumentale, praticamente. Nasce come una mia idea di renderlo l’intro del disco ma poi abbiamo preferito un altro più di impatto, quindi è rimasto un pezzo abbastanza atipico in cui, nella composizione musicale, c’è quasi solo la mia mano. Negli altri c’è tutto il gruppo. Abbiamo cercato di mettere in scena tutta la nostra gamma sonora, dai pezzi piu pop alle ballate e alle tracce più strumentali. L’opener omonimo del disco mette in scena un tipo di musica che riprende le nostre radici musicali e le porta a un altro livello.

A distanza di quasi 20 anni ancora sento molti addetti ai lavori accostare i Giardini di Mirò ai Mogwai…

Credo che sia una questione dettata da alcune scene musicali. Pensa al nostro paese con l’italo disco e alle colonne sonore, alla Germania con il kraut rock, alla Francia con i Daft Punk. La musica ha una sorta di pedigree che permette alle band di uscire da una scena. Da noi queste scene musicali non hanno mai avuto una grande credibilità se pensi che spesso, ancora oggi, si oscilla tra rock italiano alla Litfiba e Afterhours fino ai riferimenti rock più particolari, che possono essere i Giardini di Mirò o gli Zu. Esiste una sorta di volontà di semplificare i discorsi.

Prima hai accennato alla traccia realizzata insieme a Johnson dei Piano Magic. Sei stato sempre uno sperimentatore. Penso alle tue vecchie collaborazioni con artisti della scena hip hop. Oggi potresti sposare nuovamente quelle sonorità?

Sì assolutamente, ho sempre amato i ritmi ipnotici, quindi mi sono sempre piaciuti l’hip hop e la techno. All’epoca, avevo più entusiasmo per la vita e per fare cose anche diverse. Mi sono però accorto che quegli esperimenti non piacevano ai puristi dell’indie e della scena rap, quindi è finita lì.

A proposito di collaborazioni. Glen Johnson, Apparat e Any Other. Con chi andresti in viaggio?

Apparat è un depresso e Glen pure… [ridiamo]. Any Other è più giovane di me, non lo so. Sincero? In vacanza andrei con i miei bimbi. La collaborazione che più ha sposato il nostro modo di concepire la musica  è stata quella con un personaggio come Glen Johnson. Con Apparat è stata una collaborazione molto prestigiosa, anche nata dal fatto che lui era un fan del gruppo. Ci venne a sentire a Berlino e da lì siamo diventati amici ed è stato un bel percorso musicale insieme. Poi lui è cresciuto sempre più ed è schizzato in altri universi! Però è stata una bella pagina musicale.

Raccontami  l’episodio più buffo di questi venti anni di carriera.

[Ride] Senti questa: dopo le prove nella nostra Cavriago, [N.d.a. siete riusciti a far diventare Cavriago come una piccola Seattle!] mentre passeggiavamo alle 11 di sera, si accosta una macchina e ci dice: siete i Giardini di Mirò? Sì, siamo noi. Ci hanno tirato una secchiata d’acqua e sono scappati. Sì, Cavriago è la Seattle d’Italia!

Il futuro di Corrado e della band?

Il futuro è inquieto [ridiamo]. Portare avanti un discorso musicale è meraviglioso, ma credimi è dura, però ci siamo accorti che ci viene ancora bene scrivere. Faccio alcune cose, registro, ma non ho mai avuto una carriera da solista. Mi confronto con artisti di altri settori (pittori, registi). Sai, il musicista è un performativo e le mie collaborazioni sono fatte per capire se posso essere un musicista. Questa forma di ricerca del sé è una cosa che, nella ricerca musicale, mi ha sempre affascinato.

Non ci resta che vederci ai piedi del Castello Sforzesco.

 Assolutamente sì!

 

G.A

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