23/05/2024
Un 2023 pieno di grandi soddisfazioni musicali. Abbiamo ascoltato moltissimi dischi e la scelta non è stata facile. Ecco in allegato i migliori album di questi primi sei mesi dell’anno. Questi album si andranno a sommare ai 10 dischi della seconda metà del 2023. 

Un 2023 pieno di grandi soddisfazioni musicali. Abbiamo ascoltato moltissimi dischi e la scelta non è stata facile. Ecco in allegato i 25 migliori album di questi primi sei mesi dell’anno e dieci album italiani. Questi dischi si andranno a sommare ai 10 dischi della seconda metà del 2023. 

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Fabio Campetti, Matteo Cioni, Greta Esposito, Chiara Luzi, Gabriele Marramà, Nicolas Merli e Cristina Previte.

10:30:30  – 10/07/2023



1 – DAUGHTER – STEREO MIND GAMES
(art-pop-rock)

Il trio inglese aveva ampiamente spiegato che, con questo terzo lavoro sulla lunga distanza, avrebbe ampliato le proprie prospettive sonore e stilistiche, con un approccio più corale e un suono più vario. Le anticipazioni sono state puntualmente rispettate, e ora più che mai i Daughter sono una vera band e non un’emanazione delle idee di Elena Tonra. Ciò, significa, che innanzitutto c’è una presenza molto maggiore della sezione ritmica, e poi che gli arrangiamenti sono molto più dinamici e stratificati, con tante linee strumentali diverse che interagiscono tra loro in svariati giochi di rimandi e sovrapposizioni.

Il bello di queste canzoni è che l’anima dei Daughter non sembra affatto snaturata, da un lato perché la tipologia di suggestioni sonore è abbastanza simile al passato, e cambia solo che ci si arriva con modalità più varie e articolate, e dal’altro, la voce della leader e i suoi testi rimangono altrettanto fondamentali. Abbiamo aspettato sete anni per questo ritorno e possiamo dire che ne è valsa la pena: l’ampliamento spiegato sopra, infatti, rappresenta un ottimo modo di riproporsi perché non toglie nulla ai principali punti di forza dei dischi precedenti e allo stesso tempo conferisce un po’ più di facilità d’ascolto che non guasta.
(SB)


2- YVES TUMOR – PRAISE A LORD WHO CHEWS BUT WHICH DOES NOT CONSUME
(art rock, neo psych)

Giunto al suo quinto album in carriera, Yves Tumor riesce a confezionare uno dei migliori lavori di questo primo scorcio del 2023. L’artista, in questo quinto lavoro in studio, trova il giusto equilibrio tra gli stili più convenzionali che hanno dominato le recenti uscite mescolando il tutto a un approccio decisamente più diretto e meno strutturato e ingessato.

Il prodotto finale è un disco intriso di ansia emotiva e sconforto che trova potere emotivo nelle sue varie tavolozze sonore e nel lirismo di ricerca.Yves Tumor traccia una linea dal proprio passato in suoni sperimentali caotici attraverso i significanti del rock degli anni ’60, ’70, ’80, ’90 e persino ’00, incanalandolo attraverso la propria visione e identità. Il suo modo provocatorio e apparentemente narcisistico si pone talvolta al di sopra degli arrangiamenti (diventati più raffinati), ma alla fine, questo lavoro è una miscela tempestosa e provocatoria perfetta.
(GA)


3- DEPECHE MODE – MEMENTO MORI 
(new wave, synth rock)

Si sente la mancanza di Fletch, ma non in “Memento Mori” dove il suo tocco aleggia ovunque. Un album più introspettivo e personale, con suoni corposi e oscuri, con un ritorno all’elettronica. L’album vuole essere una raccolta di testi semplici accomunati dalla fragilità umana come in “Before We Drown”, e dal potere salvifico dell’amore in “Always You”.  La massima espressione viene, però, raggiunta in “Don’t Say You Love Me” e “Ghosts Again” in cui Gahan con la sua voce potentissima, piena, coinvolgente e struggente, incarna l’incalzare del tempo che inesorabile ricorda “Everybody says goodbye”.  

Con quest’album i Depeche Mode ci sussurrano all’orecchio “Ricordati che devi morire” come monito a vivere tutti i giorni al massimo senza risparmiarci. Si confermano gli dei sacri del rock, con una potenza nel messaggio intramontabile, e noi comuni mortali possiamo solo gustarci questa ennesima perla.
(CP)


4 – THE MURDER CAPITAL – GIGI’S RECOVERY 
(post-punk)

Gigi’s Recovery, nasce dallo squisito orecchio della band, influenzato dal meglio del pop degli anni ’80 e dell’indie rock degli anni 2000, per la melodia che emerge tra le righe. Un concept album involontario, questo secondo disco ha richiesto alla band due anni per scrivere e registrare, un tempo necessario per bilanciare la fretta con cui hanno pubblicato il loro debutto. Il risultato è una suite di 12 canzoni, ognuna tesa e urgente in un modo diverso, che scorre senza riempitivi e racchiusa tra l’apertura new age di “Existence” e la ballata acustica finale “Exist”.

“Sto avendo a che fare con una strana sensazione, non posso ammetterlo – sto perdendo la presa”, avverte McGovern sul pensieroso e triste paesaggio sonoro di apertura di “Existence”, prima che la torturata e stordita “Crying” lo veda chiedere “È questo il nostro modo di scappare? La nostra strada attraverso i cancelli che abbiamo costruito? È questa la nostra fine?” Da lì, l’album inizia un viaggio di introspezione, autoanalisi, scoperta e recupero, attraverso un’avventura nel suono.

Ci sono cenni a Tears from Fears, ammiccamenti a The Strokes, gomitate a Pixies e saluti a Interpol, ma soprattutto c’è la scoperta di un suono ideale, che funziona magicamente tra i quattro membri del gruppo e restituisce quella magia a l’orecchio dell’ascoltatore.
(CP)


5 – KING KRULE – SPACE HEAVY
(Art Rock, Singer-Songwriter, Art Pop)

Archy Marshall è un enigma. Nonostante il plauso della critica, rimane ancora una figura misteriosa, l’unico scorcio della sua psiche sono gli incredibili paesaggi sonori che ha mostrato al mondo. Ora, a quasi dieci anni dal suo straordinario debutto nel 2013, King Krule ritorna con “Space Heavy“, un mondo ambizioso di sogni, perdita e la cupa brutalità dell’universo. Scritto tra Liverpool e Londra nel corso di un paio d’anni, “Space Heavy” è tanto eclettico quanto coeso, è un lavoro dinamico e viscerale.

Marshall sembra piuttosto triste, come al solito, e questo sembra farlo arrabbiare, come al solito. Perennemente ostacolato dal sistema sociale o romanticamente preso a pugni da qualunque donna. “Flimsier” gira un lamento meraviglioso e scricchiolante per una relazione che si sta disintegrando. Mentre la sua malinconia si scontra con le richieste e le ricompense della paternità, Marshall sperimenta l’amore in “uno stato di fuga“, sentendosi “separato nelle più minuscole lacune di tempo e spazio“, mentre brontola su “Hamburgerphobia“. Il suo spostamento esistenziale si manifesta in una preoccupazione per lo spazio: canta di vuoti, pause intermedie; teste, petti e stomaci vuoti; il divario incomprensibile tra una coscienza e l’altra; il modo in cui l’amore dei genitori può chiuderlo. “From the Swamp“, una cartolina più solare della vita domestica, descrive una tentazione assillante, un palpito nostalgico, a cui finalmente resiste.

Un’interpretazione della  portata limitata di “Space Heavy” è che Marshall, sapendo tutto questo, è diventato diffidente nei confronti del pensiero del capolavoro e dell’ideale macho del genio torturato. Le sue canzoni sono sempre state vicine a casa, macchiate di carbone dal crepuscolo londinese e dalla cadenza notturna del jazz londinese. Su  “Space Heavy“, per la prima volta, anche le ambizioni del grande cantautore londinese si sentono locali.
(CP)


6 – YO LA TENGO –  THE STUPID WORLD 
(indie-rock, dream pop, noise rock)

Gli Yo La Tengo sono tornati. “Il loro 17° album in studio “”This Stupid World”” è un disco autoprodotto, per lo più registrato dal vivo, crudo ma allo stesso tempo tenero che riposiziona la band in cima all’olimpo indie.

The Stupid World è l’ennesimo ottimo tassello a una carriera mostruosa di una band che continua a divertirsi: gli Yo la Tengo sono tra i pochi a produrre così tanta musica genuina, creativa e coerente ,in questi periodi di magra, This Stupid World è un disco particolarmente introverso, che fotografa perfettamente la filosofia di questa immensa band.
(G.A)


7 – THE NATIONAL – FIRST TWO PAGES OF FRANKENSTEIN
(alternative rock, indie-rock, art-rock) 

Con “First Two Pages of Frankenstein”, The National suonano una ballata dal crescente trasporto emotivo, concentrandosi sul loro dramma collettivo sommesso.  Matt Berninger, per questo nono album, si ispira romanzo di Mary Shelley, Frankenstein, che ispira Matt ad esplorare la sensazione di disconnessione e mancanza di scopo che molte persone possono provare nella vita.

Naturalmente, le riflessioni mormorate di Matt Berninger sono poste in primo piano, eppure la band segue ogni sua pausa e sospiro, dando alla musica l’impressione di cavalcare un’onda. 11 canzoni che si immergono in atmosfere delicate e minimali. Racconti e immagini sincere che sono il riflesso dell’incapacità d’ispirazione di Matt e della rinascita creativa. Questa tensione emotiva, la si percepisce anche musicalmente in tutto il disco. 

I primi venti secondi dell’iniziale “Once Upon A Poolside”, impreziosita dalla presenza di Sufjan Stevens sono sufficienti per lasciarsi avvolgere in un minimalismo potente e disarmante che vede la voce di un Matt Berninger, liberatosi da un potente blocco dello scrittore, in forma smagliante. Mentre Bridgers le troviamo con la sua delicatezza in This Is’t Helping e in Your Mind Is Not Your Friend. Taylor Swift ottiene la voce ospite più importante, e sebbene “The Alcott” non abbia una melodia forte, l’intelligenza muscolosa del suo fraseggio offre un nitido scatto di sfida al triste Berninger. 

Le differenze tra gli album dei National possono essere misurate in piccoli gradi, ognuno dei quali segna una distanza dal centro malinconico del gruppo.  Non riservano sorprese particolari a chi ha familiarità con loro, ma ne confermano e consolidano il valore.
(CP)


8 – CAROLINE POLACHEK – DESIRE, I WANT TO TURN INTO YOU
(art-pop)

 

Quello dell’ex Chairlift è uno dei nomi più discussi del momento, e c’era, quindi, grande attesa per questo secondo disco a proprio nome. Attesa, lo diciamo subito, ben riposta, grazie a un’ottima capacità di unire in chiave contemporanea un cantato di stampo classico con sonorità e ritmi che rimandano agli anni Novanta.

 

L’alta qualità melodica, la profondità dell’interpretazione vocale, la varietà stilistica il dinamismo degli arrangiamenti conferiscono al lavoro un fascino indiscutibile, e risulta molto appagante sia ascoltare il disco con la volontà di svuotarsi la mente e abbandonarsi in quel morbido vortice, che utilizzare questa proposta musicale per alleggerire qualunque attività fisica o intellettiva. Oggigiorno, si sente dire sempre più spesso, e in diversi campi, che c’è voglia di unire tradizione e innovazione: ecco, almeno nel campo musicale, abbiamo trovato finalmente un esempio concreto di un’espressione ormai abusata e che, per questo, rischia di sembrare vuota.
(SB)


9 – DANIEL BLUMBERG – GUT 
(indie-rock, slowcore)

La genialità di GUT, il terzo album da solista di Blumberg, risiede nei suoi numerosi contrasti. Un’opera che rende giustizia alla parola, qualcosa che canalizza emozioni crude e dice qualcosa di profondo sulla condizione umana.

L’album è ispirato dalla malattia intestinale che ha afflitto Daniel Blumberg negli ultimi anni, è molto più di un semplice riflesso della salute fisica, i sei brani interconnessi sono un’esplorazione del rapporto tra il corpo e l’anima attraverso ballate premurose e strazianti che catturano l’essenza del dolore, della frustrazione e della fatica. Sono stati registrati in una ripresa continua, con minime sovraincisioni e manipolazioni, le composizioni più libere e la natura improvvisata delle canzoni agiscono per intensificare la voce ferita, quasi simile a un lamento, il risultano è un’esperienza che è straordinariamente sincera riguardo al tumulto che rappresenta. 

Questo è un album dove luce e ombra flirtano continuamente tra loro contemporaneamente. In “BODY”, come in tutte e sei le tracce di GUT, c’è bellezza e brutalità, poiché diametralmente opposte a quei suoni disumani c’è la splendida voce cantata di Blumberg. “Doing my best with body”, canta, con la voce di un angelo, sopra un clamore diabolico. 

Forse il più grande risultato di GUT, tuttavia, è che cattura un momento di vera umanità, mappando sia la bellezza che l’angoscia della vita, anche nei momenti più difficili. È un disco che ti invita a esplorare le profondità delle emozioni mentre ti poni la domanda se le cose che non ci uccidono ci rendono davvero più forti.
(CP)


10 – PROTOMARTYR – FORMAL GROWTH IN THE DESERT 
(Post-punk, art rock) 

Il sesto album dei Protomartyrsi apre con “Make Way“, un brano che oscilla tra il meditabondo e il ruggito di Casey “MAKE WAY!” nel ritornello insieme a qualche chitarra d’acciaio, ancorata dal riff figo di Ahee. La chitarra d’acciaio è uno strumento che non ti aspetteresti che questa band utilizzi, ma hanno Bill Radcliffe che la usa in diverse tracce qui. “For Tomorrow” richiama alla mente Iggy & The Stooges su Raw Power, una traccia viscerale e stridente. “Elimination Dances” è unternativwa musica più lunatica, accompagnata dall’eccezionale lavoro di chitarra di Greg Ahee. Suona minaccioso, in senso buono, ed è una delle tracce più forti qui. “Fun In Hi Skool” è puro terrore minaccioso. È tutta una minaccia avviata con voci strappate che sputano la prima sillaba e snobbano il resto della parola. L’impressione lasciata è di rabbia con urgenza. C’è una sensazione di leggerezza nella batteria di Alex Leonard.

I pezzi punk di “3800 Tigers” e “We Know The Rats” potrebbero essere un po’ faticosi da ascoltare, con Casey che suona più brutale che mai. Ma poi ascolti più attentamente emergono alcune linee di chitarra straordinariamente buone.

The Author“, la penultima traccia, dovrebbe essere il loro momento più tenero fino ad oggi. Spogliato di riferimenti esoterici, doppi discorsi o voci adottive, è un’ode alla madre ormai deceduta del cantante Joe Casey. Con un baritono incrinato e rauco, il cantante abbaia direttive per l’ascoltatore: siediti, celebra la vita di coloro che ci hanno creato e ama coloro che amiamo. Mentre la canzone si esaurisce, la band si contorce in modo nervoso e celebrativo.

La band di Detroit Protomartyr è una band complessa e a volte difficile. Raggrupparli nel post-punk rende loro un enorme disservizio, sono molto più complessi di così. Sono fornitori di rock intricato ma interessante, che combinano il grido del frontman Joe Casey con le linee di chitarra dure e tese di Greg Ahee.
(CP)


Ecco infine altri 15 DISCHI – pubblicati da GENNAIO a GIUGNO – che dovreste ascoltare:

11 – LANKUMFALSE LANKUM (indie-folk)

12 – GRIAN CHATTEN – CHAOS FOR THE FLY  (indie-folk, Songwriting)

13 – BOYGENIUSTHE RECORD (indie-folk, indie-rock)

14 – M83FANTASY (dream pop, indietronica)

15 – SQUIDO MONOLITH (art-rock)

16 – GAZ COMBEESTURN THE CAR AROUND (alt-rock)

17 – BAR ITALIATRACEY DENIM (post-punk)

18 – UNKNOW MORTAL ORCHESTRAV (alt rock, psych rock)

19 – BDRMMI DON’T KNOW (dream pop, post-rock, shoegaze)

20 – VEILSAND OUT OF THE VOID CAME LOVE (art-rock, songwriting)

21 – ITALIA 90LIVING HUMAN TREASURE (post punk, art-punk)

22 – THE NEW PORNOGRAPHERSCONTINUE AS A GUEST (power-pop)

23 – FIRE! ORCHESTRAECHOES (jazz-fusion, avant garde)

24 – BEACH FOSSILSBUNNY (indie-pop)

25 – XIU XIUIGNORE GRIEF (experimental, experimental rock)


I DIECI MIGLIORI ALBUM ITALIANI DA GENNAIO A LUGLIO 2023:

 

1 – LUCIO CORSI LA GENTE CHE SOGNA (pop rock- glam)

2-  STUDIO MURENAWADIRUM (jazzcore,crossover)

3-  VINICIO CAPOSSELA– TREDICI CANZONI URGENTI (musica d’autore)

4-  C+C= MAXIGROSS  – COSMIC RES (psych rock)

5- EMMA TRICCA – ASPIRIN SUN (psych rock, indie-folk)

6 – BAUSTELLE – ELVIS (pop-rock)

7- MARTA SALOGNI & TOM RELLEEN- MUSIC FOR OPEN SPACES (elettronica)

8 – DANIELA PES – SPIRA (art-pop)

9 – CATERINA BARBIERI – MYUTHAFOO (Progressive Electronic, Ambient, Post-Minimalism)

10 – EMIDIO CLEMENTI/CORRADO NUCCINI – MOTEL CHRONICLES (ambient, art rock)


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