27/05/2024
An End Has A Start è il secondo album degli Editors, pubblicato dalla Kitchenware Records il 25 giugno 2007 e prodotto da Jacknife Lee.

An End Has A Start è il secondo album degli Editors, pubblicato dalla Kitchenware Records il 25 giugno 2007 e prodotto da Jacknife Lee.

11:35:24  – 26/06/2023



“Il nuovo rock” di Birmingham

A inizio del millennio una nuova ondata si impone dagli Stati Uniti all’Inghilterra, una new wave che prende in prestito le influenze dark dei Joy Division, per mescolarle all’indie rock e dargli nuova vita. All’Università di Stafford, vicino Birmingham, una band composta da quattro ragazzi si diverte a sperimentare con varie influenze. Il gruppo cambia diversi nomi, ma la formazione è sempre la stessa: Tom Smith, alla voce e chitarra, Chris Urbanowicz alla chitarra, Russel Leetch al basso e infine Ed Lay alla batteria.

Prima erano i Pilot, poi passano ad altri due nomi, The Pride e Snowfield (con questo nel 2003 autoproducono il loro primo Demo Ep). Infine, l’anno successivo decidono di firmare il primo contratto discografico per Kitchenware Records, questa volta usando come nome Editors.

Ricostruire dai pezzi rotti

L’esordio degli Editors vede la luce con The Back Room, un disco che rende subito riconoscibile il gruppo al pubblico, grazie al caratteristico timbro di Tom e al ritmo costante che richiama quella new wave che ha preso piede all’inizio del 2000 e che oltre all’esistenzialismo cupo alla Ian Curtis vede in band come gli Echo and the Bunnymen e i primi U2 alcuni chiari riferimenti. Dopo il primo successo che conquista il disco di platino, i quattro ragazzi di Birminghan, associati ben presto ai cugini newyorkesi Interpol, pubblicano An End Has a Start, quello che a tutti gli effetti può essere definito come il manifesto della maturità.

Se è vero che le tinte cupe fanno da sfondo a questa opera composta da 10 tracce, le chitarre incalzanti e la batteria a tratti soffocante schiudono un cuore melodico che diventerà la traccia distintiva di un disco ben saldo nella memoria collettiva di chi in quegli anni si nutriva di indie rock.

La luce non esiste senza l’ombra

La morte spaventa perché non la si può contemplare fino in fondo, ma quando qualcuno vicino a te sta lottando, le parole di una canzone possono esorcizzare la paura. Con “An End Has a Start” gli Editors partono dalla fine, dal dolore e dalla rabbia per offrire un nuovo inizio, fatto di luce che si intravede, una consapevolezza matura di ciò che inesorabilmente si perde ed è difficile ricostruire.

Basta il pezzo di apertura Smokers Outside The Hospital Doors per comprendere subito le tonalità emotive e sonore del disco, con quel ritornello catartico che grida la voglia di ricominciare, cancellando il passato: “Now someone turn us around, can we start this again?”. Anche la title track avvolge con le sue chitarre taglienti e la voce sofferta di Tom che nell’ angoscia della perdita intravede il riflesso di una speranza: “You’ll lose everything, but in the end, still my broken limbs, will find time to mend”.

Non si può vedere la luce se non in mezzo alla nebbia e in The Weight Of The World la voce malinconica di Tom accompagna una melodia a tratti quasi rassegnata, lì dove le chitarre stridono e si moltiplicano le domande sul significato della vita e delle relazioni: “Every little piece in your life, will mean something to someone?”.

Se la malattia e la fame di amore sono al centro di Bones, in When Anger Shows è la collera a parlare, di fronte ai sogni e ai ricordi di ciò che si è perso, una mancanza a cui ci si aggrappa anche quando tutto sembra vacillare come in Well Worn Hand, il brano che chiude l’album. Qui il coraggio viene meno e l’unica soluzione per far fronte all’angoscia sembra essere quella di non affrontare il mondo esterno, ma restare soli, nella sicurezza della propria solitudine: “We’ll never ever step outside, We’ll curl up in a ball and hide”.

Melodia e fragilità vissuta

A distanza di sedici anni dalla pubblicazione del secondo album degli Editors, l’autenticità di An End Has a Start ne fanno uno dei dischi più sinceri e riusciti del gruppo inglese. Dieci tracce che disegnano un percorso nell’abisso della fragilità umana e ti fanno fare i conti con la fine, perché è solo da lì che puoi partire per rimettere insieme i cocci rotti e intravedere un nuovo inizio, in un eterno ritorno dell’uguale.

Quello degli Editors è un manifesto esistenzialista, ma con un cuore pop che pulsa e ti rende il nodo in gola più facile da tollerare, ti sbatte in faccia la precarietà dell’esistenza e lo fa senza un briciolo di timore, insegnandoti anche che l’amore può sostituire la paura.

Greta Esposito


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