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Wilco – ‘Ode to Joy’

 

 

Genere: alternative rock 
Etichetta: dBpm Records
Release:4 ottobre 
I Wilco chiudono il loro primo ventennio del nuovo secolo tracciando una netta linea di separazione con la recente produzione, licenziando un LP che nella sua forma più intima può essere visto come l’ideale lato B di Sky blue Sky, il loro ottimo e sottovalutato highlight di metà carriera (2006), con una sostanziale sottrazione della componente derivativa e strumentale. A discapito di titolo e dichiarazioni di circostanza, il disco è tutt’altro che frizzante e gioioso.

A meno che, da amanti dello spleen, non consideriate un certo tipo di crepuscolo come la forma più pura ed appagante di luce. Persino la bella e rockeggiante Hold me Anyway conserva un retrogusto amaro. Ode to Joy è concettualmente unitario, una sorta di disincantato flusso di coscienza, secco e dimesso come le migliori opere di destrutturazione, che generalmente si usa definire come “post-qualcosa”. E questo album è post cosa? Post Wilco, lo potremmo definire. Colonna sonora della contemplazione sullo scorrere inesorabile del tempo, una presa di coscienza dello stato delle cose impossibile da modellare a immagine e tempo, e somiglianza della immortalità. I suoni sono centellinati, la produzione poco appariscente ed il canto di Jeff è misurato, confidenziale, sussurrato, una sorta di chamber rock in salsa unplugged. La sola We were Luckypreziosissima gemma corale, ricorda alcune atmosfere di Star Wars (ma anche dell’immenso A Ghost is born), mentre se cercate un brano rappresentativo di tutto il lotto, provate con Quiet amplifier e Love is Everywhere (beware). Se avete presente i Fleet Foxes, questo può essere il “Crack up” dei Wilco senza le eccessive derivazioni strumentali del pur ottimo LP della folk band di Robin P., bensì in merito alla tipologia di svolta rispetto al recente passato.

Ode to Joy, dal punto di vista qualitativo, del classico “buono o non buono”, non sposta eccessivamente gli equilibri della band per quanto concerne la valutazione dei dischi successivi ad A Ghost is Born, vero grande metro di paragone subito dopo gli indiscussi capolavori precedenti. Restano anche intoccabili Sky blu Sky ed in parte il disco omonimo (che forse non è invecchiato bene tutto allo stesso modo); ma il dato incontrovertibile è che i Wilco tornano a fare un disco quadrato, che mantiene costante l’attenzione e che sicuramente li riabilita dopo almeno due mezzi passi falsi di fila. Ad ogni modo, la classe non è discutibile e con questo album sincero ed elegante i Wilco si avviano nel migliore dei modi verso la fase 3 della loro carriera.

A.B

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