USCITE DISCOGRAFICHE DELLA SETTIMANA| 12 gennaio 2024

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PAOLO BENVEGNU’ – È INUTILE PARLARE D’AMORE
(songwriting)

Erano ben 4 anni che Paolo Benvegnù non pubblicava un album di inediti e tra i fan c’era molta attesa, in virtù sia dell’ottimo EP dell’anno scorso che dei live nei quali l’artista gardesano ha potuto sfruttare il supporto di un gruppo di musicisti valido come da diverso tempo non gli capitava. Al primo ascolto, possiamo già dire che le aspettative erano ben riposte, e che Paolone, come il suo pubblico ama chiamarlo con affetto, ha fatto l’ennesimo capolavoro della sua sfavillante carriera.

 

La cifra stilistica di questo grande autore è sempre la stessa, e ogni aspetto è perfettamente riconoscibile e riconducibile a lui: melodie, interpretazione vocale, linguaggio, tematiche trattate nei testi, tipologia di arrangiamenti trasudano Benvegnù da tutti i pori ed è impossibile non capire che si tratta di un suo nuovo disco. Il bello è che tutto ciò non significa che l’artista si stia ripetendo o sia a corto di idee, anzi, l’ispirazione è più viva che mai e l’impatto di questo disco è indiscutibile, anche grazie a un suono ricco, ricercato e ottimamente bilanciato, certamente merito dei musicisti con cui Paolo si accompagna attualmente. Due canzoni in particolare sono tra le sue migliori di sempre, ovvero “L’Oceano” con Brunori e “Pescatori Di Perle”, i due rifacimenti dall’EP dell’anno scorso sono altrettanti miglioramenti, e gli altri otto brani sono tutti spettacolari. Davvero un ritorno riuscitissimo.
(Stefano Bartolotta)

 


SPRINTS – LETTER TO SELF
(alt-rock)

Il problema di quando una cosiddetta scena viene riconosciuta sta nel fatto che, a ogni nuova band che esce da essa, si tende a uniformare il proprio giudizio su ciò che si pensava delle precedenti. In questo caso, se già vi piacciono i Fontaines DC e/o i Murder Capital, probabilmente apprezzerete anche gli Sprints, e il rischio è che valga lo stesso anche se i due gruppi citati non rientrino nel vostro gusto. In realtà, questo non vuol dire che gli Sprints si limitino a copiare i loro predecessori, perché, invece, l’approccio di questi ragazzi è certamente meno legato ai canoni del post-punk e più basato su un modo di scrivere maggiormente tradizionale, nel quale l’importante è lo scheletro della canzone e l’accompagnamento musicale non si deve per forza prendere la scena.

 

E l’ascolto ci dice che gli Sprints le sanno scrivere le canzoni, eccome se le sanno scrivere, e sanno anche prendere le caratteristiche della Dublino musicale di oggi cum grano salis, ovvero sfruttandole per dare vitalità e intensità ai brani senza ostentarle. Per uno come me, che è sempre rimasto piuttosto freddo nei confronti dei Fontaines DC e apprezza moderatamente i Murder Capital, questo è stato un bell’ascolto e per ora non mi sbilancio eccessivamente, ma ho fondate speranze che la personalità degli Sprints sboccerà pienamente in futuro e sarà debordante. 

(Stefano Bartolotta)


SHED SEVEN – A MATTER OF TIME
(pop-rock)

Eroi del britpop senza mai essere riusciti a ottenere i riscontri di altri loro contemporanei fuori dal Regno Unito, ma sempre popolarissimi in Patria, gli Shed Seven hanno passato tantissimi anni a non pubblicare nuova musica ma a infiammare i live club di tutta l’isola con i loro concerti pieni di adrenalina e accolti con incredibile entusiasmo da un pubblico adorante.

 

Nel 2017, però, il quintetto è tornato a pubblicare nuova musica, e ora arriva anche questa nuova raccolta di canzoni. Questo è il settimo album di inediti per la band, e sicuramente è il più vario e colorato del lotto, il che ci dice che, da un lato, i cinque avevano molta voglia di fare e hanno realizzato questo disco perché è sgorgato loro dal cuore, senza alcun calcolo di tipo discografico, e dall’altro gli Sheds sanno che la loro gente ai concerti si vuole divertire e che, per ottenere lo scopo, era il caso di realizzare un lavoro come questo.

 

C’è tanta varietà nello stile compositivo, nella ritmica, nel modo di cantare, per un risultato finale che certamente manca un po’ di coesione e non sempre colpisce nel segno, ma se pensi che sono gli Shed Seven e sei stato una o più volte ai loro concerti, capisci che un disco così ci sta tutto, soprattutto perché, anche negli episodi meno riusciti, l’ascolto è sempre piacevole e rinfrancante.

(Stefano Bartolotta)


SOVIET MALPENSA – SEMBRAVA LA FINE 
(art- rock)

Questa band nata tra Milano e Varese aveva suscitato un discreto interesse nell’underground lombardo grazie a una buona capacità live e ad un valido disco uscito nel 2018. Poi, complice anche la pandemia, c’è stata una lunga pausa prima del ritorno nel 2023 con alcuni singoli che hanno anticipato il presente album. Rispetto al passato, la proposta della band è più concisa e dritta al punto, ma anche se la durata media delle canzoni è inferiore ai tre minuti, rimane il gusto per la cura dei dettagli e per uno stile compositivo che non si lega necessariamente alla forma canzone, ma ha bisogno di maggior libertà e quasi di dover prendere aria per non sentirsi costretto in schemi di sorta.

 

Il suono è una perfetta rappresentazione di quando si vive con una perenne tensione che magari non si manifesta pienamente e rimane un po’ nascosta ma abbastanza presente per crearci disturbo e farci percepire che non tutto è al proprio posto. L’ascolto scorre comunque bene, ci si sente proprio trasportati nello stato d’animo sopra descritto e si segue sempre con interesse ciò che viene narrato nelle singole canzoni, apprezzando la buona messa a fuoco di arrangiamenti e linee melodiche. L’unica cosa che manca è il cosiddetto “effetto WOW”, ma questo è un lavoro di tutto rispetto. 

(Stefano Bartolotta)


MARIKA HACKMAN – BIG SIGH
(indie, folk)

L’estetica del quarto album in studio di Marika Hackman, è resa perfettamente dall’ammaccato carrello della spesa disegnato in copertina da Brian McHanry. Quel carrello solitario, forse metafora del blocco dello scrittore che aveva paralizzato la linfa creativa di Hackman dopo l’uscita di Any Human Friends (2019), restituisce un senso di soverchiante malinconia che troviamo nei brani di Big Sigh. Sviluppati in maniera essenziale e struggente, eleganti e liberi da costrizioni, i dieci pezzi contaminano lo stile folk di Hackman con chitarre ruvide, impregnate da un’eco grunge, Bigh Sigh, o distorte, Slime, a cui è affidato il compito di restituire il senso di smarrimento e incertezza, vero nucleo di questo album.

 

La musicista inglese ha convogliato in questi brani le riflessioni sul suo essere artista nel momento di maggior confusione, ha condiviso con brillante scrittura le contraddizioni personali che ne fanno l’essere umano imperfetto che è. Big Sigh si sviluppa in maniera lineare e coesa, bilanciando sonorità quasi grezze ad atmosfere eteree e scarne, Vitamins, in cui il lato canatutorale di Hackman arriva al nucleo più puro e riflessivo. Ascoltando questo disco riusciamo ad entrare in empatia con quel carrello abbandonato, tutti prima o poi ci sentiamo ammaccati e soli, l’importante è non perdersi “Occupy your mind, don’t stay home Talk to all your friends, but don’t look at your phone”. 

(Chiara Luzi)


THE VACCINES – PICK-UP FULL OF PINK CARNATIONS 
(brit-rock)

Si rifanno sentire anche i The Vaccines, progetto mai troppo coccolato, forse perché dopo un esordio importante “what did you expect from the vaccines?” pubblicato nel 2011, hanno optato per scelte in altre direzioni, penso alle virate eighties di “English Graffiti”, per altro ben accolto dalla critica di settore, o al pop di “Combat Sports”, ma quel debut appena citato, era davvero pieno zeppo di canzoni, con una scrittura che faceva presagire ad una carriera ai piani altissimi.  

Trattasi di un mio modesto parere, ma se avessero continuato con quel tipo di contenuti, staremmo, probabilmente, parlando di qualcos’altro. Sia chiaro, hanno e stanno avendo comunque un’onesta carriera, suoneranno anche a Milano, per un’unica tappa italiana alla fine del mese, ai Magazzini Generali per esattezza, tra l’altro, evento andato ampiamente esaurito in pochissimo, a dimostrazione che non mancano i fedelissimi.

 

Il disco nuovo, “Pick-Up full of pink carnations” ci riporta il collettivo londinese, a metà strada tra le cose successive al succitato esordio e la stessa seconda parte di carriera, quella più di “Combat Sports” appunto, un sound che è l’esatto mix tra queste due anime. “Heartbreak Kid”, è anche il primo singolo, dritto e diretto, brano pop, senza grossi sussulti, ma carino e leggero, mentre “Sometimes, I Swear”, l’opening track è più riflessiva e sognante, ma anche diretta e incalzante, “Love to Walk Away” ha una buona scrittura da classic brit pop, mentre “Sunkissed” spicca per un certo gusto melodico agrodolce del ritornello, a mio avviso, il pezzo migliore del lotto, interessante anche la chiusura affidata a “Anonymous in los feliz” o l’efficacia di un altro dei singoli “Lunar Eclipse”.

 

Nel complesso un bel disco, gradevole e con qualche asso nella manica, forse non ancora così vicino a quegli esordi deputati come loro climax e punto di riferimento, a questo punto, anche poco replicabili, ma con la consapevolezza e l’idea di provare a riavvicinarsi. 

(Fabio Campetti)


BILL RYDER-JONES – ‘LECHYD DA’
(songwriting)

Il percorso di Bill Ryder-Jones dal progetto The Coral all’artista solista e produttore affermato è stato un percorso tortuoso di auto-riflessione. Ha sconfitto i demoni, ha iniziato ad affrontare un passato ingombrante, ha vinto la battaglia contro i problemi di salute mentale e la dipartita di un fratello. Quel viaggio lo ha portato in un luogo in cui, con nuova fiducia, è in grado di creare un corpo di lavoro come Iechyd Da (Welsh for good health), un album di tale profondità e qualità che ricorda immediatamente le lussureggianti orchestrazioni psichiche di Deserter’s Songs dei Mercury Rev.

 

Questo è il suono di un artista che porta la sua anima e ciò che si traduce veramente in un album che è personale eppure parla a ciascuno di noi, ci costringe ad ascoltare la voce dentro, quella che è spesso sepolta dal caos. Come Nick Drake e Elliott Smith prima di lui, Bill Ryder – Jones scava nell’intimo come pochi. L’anno è appena finito, il nuovo anno è appena iniziato, ma qui abbiamo già un capolavoro. 

(Giovanni Aragona)


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