25/06/2024
'To Bring You My Love è il quarto album in studio di PJ Harvey pubblicato il 27 febbraio del 1995.

 

14:48:56  – 27/02/2020

Polly Jean Harvey arrivò ad inizio ’90 come una tempesta. L’immagine di una impertinente piccola ragazza di provincia, ossuta e scura che gridava oscenità in una musica per metà punk e metà blues si incastrava perfettamente nell’immaginario collettivo di quel periodo dominato da quelle Riot Grrrls venute dall’America a rivendicare un’iconografia femminile rivoluzionaria, indecente, disturbante.

Nei fotogrammi del video di Man-Size idealmente rubati agli scatti di Francesca Woodman, la figura della Harvey ci proponeva un’ulteriore declinazione di quel girl power che si rifiutava di darsi in pasto alla rassicurante immagine di una donna maschio-centrica, creata per riprodursi e procurare piacere. Ora possiamo dire che ci sbagliavamo. O, almeno, non era solo quello, Pj Harvey. Nella sua giovinezza nel Dorset consacrata all’arte, con le sue fragilità non troppo dissimili da quelle delle sue coetanee di ogni latitudine alla ricerca di un’identità, stava solo mettendosi alla prova per assurgere inconsapevolmente a vera e propria divinità del rock. Quando crebbe la consapevolezza di se stessa, decise di puntare in alto e di fare sul serio, scegliendosi i musicisti con i quali collaborare (su tutti il bad sees Mick Harvey e il fido John Parish), lasciandosi alle spalle il trio con Rob Ellis e Stephen Vaughan, e mettendo in
campo un produttore, Flood, che l’avrebbe aiutata a tirarsi via di dosso quel manto di acerba ruvidezza che la circondava. E a strapparsi infine quella maschera che qualcun altro le aveva messo addosso, per iniziare a giocare con la sua immagine, a sfuggire agli occhi del mondo.

Fu così che arrivò To Bring You My Love mettendo a frutto tutta la sua passione per il blues e per la sua rilettura straniante secondo quanto appreso da uno dei suoi maestri, Captain Beefheart. Dalla copertina, emergeva dall’acqua come l’Ofelia preraffaellita di
Millais a indicarci i modelli a cui si ispirava. Non era, come dicevamo, solo una delle tante ragazze riottose di fine millennio, ma la sua ambizione e la sua urgenza era quella di declinare nella musica dei veri e propri archetipi femminili. Gli stessi che venivano da culture lontane, mitiche o descritte nei traditional del blues, come per l’inquietante filastrocca che chiude Down By The Water che si rifà non a caso alla rilettura di una folk song di inizio ‘900 ad opera di Leadbelly, Salty Dog.

“Spesso i testi che scrivo vengono intesi come autobiografici, ma non sono una persona oscura come i personaggi delle mie canzoni. Certi critici hanno preso i miei testi così alla lettera che all’ascolto di Down By The Water hanno davvero creduto che avessi dato alla luce una bimba e l’avessi annegata” (Spin, 1996). L’incedere sinistro e gotico del brano di apertura, la title track più blues e oscura che mai, con la voce della Harvey che sembra provenire dall’oltretomba, dà il la ad un’umanità dolorante e femminea, ad un nuovo archetipo che l’autrice del Dorset vuole esplorare: la donna prostrata dall’amore, declinato nel topos classico dell’eros e tanatos. Senza alcuna presa di posizione, senza alcun intento rivelatorio, ma con solo al centro una donna intrisa di umanità, svolta nei secoli, passaggio catartico e necessario all’affacciarsi nell’abisso dell’inevitabile dolore umano. Un blues femmineo e funereo dove al centro sta la voce della Harvey più sensuale e armoniosa che mai, più potente e consapevole di un tempo, mezzo espressivo simbolico del dolente incedere di questo blues. L’amore diventa la schiavitù della donna incinta che implora il ritorno del suo uomo (C’Mon Billy), di chi trova in esso la forza atavica nel trascinare sicura la propria esistenza secondo il suo disegno di redenzione (Workig for my Man), di chi piange la disperazione profana della mancanza (Teclo), di chi infine si spinge fino ad annegare la sua colpa in un fiume (Down By The Water).

La maternità viene dipinta in un quadro dalle pennellate nevrotiche declinato anche nel blues di I Think I’m a Mother laddove è il ruolo prescritto come naturale ad essere indagato sotto la luce chiaroscurale del disco. To Bring You My Love sarà il disco che la porterà in vetta alle classifiche, amato dai critici, chiacchierato dai media, desiderato dall’alternative di massa che cercava di codificare tutto sotto i canoni delle ceneri del grunge, per normalizzarne il furore. E sarà anche quello delle imprevedibili maschere della Harvey: rossetto sbavato, ombretto eccessivo, vestiti sgargianti da piccola vamp fuori luogo. Il suo modo sgangherato ma decisivo di affacciarsi nel mondo che la voleva cannibalizzare, capire, squadrare. Accadde l’esatto opposto, perché soprattutto ora, a 25 anni dalla sua comparsa, quest’album non è solo il primo vero disco delle hit dai videoclip smaglianti, ma rimane un capolavoro assoluto fuori da ogni moda. To Bring You My Love svela la sua essenza senza tempo, con quello sguardo potente sul dolore e sull’amore al quale non possiamo solo che dire “grazie”. Grazie Polly Jean, per averlo cantato come tutte noi avremmo voluto fare.

Patrizia Cantelmo

 

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