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Nick Cave and the Bad Seeds – ‘Ghosteen’

 

 

Genere: Songwriting, Ambient, Spoken Word
Etichetta: Ghosteen Ltd
Release:4 ottobre 

Le più grandi opere della Storia letteraria sono quelle difficili da decifrare, e sono composte, sia nella forma che nei contenuti, da schemi narrativi impossibili da ripetere. In esse il tema del lutto è pressoché centrale: viene veicolato e rielaborato in risultati che fanno breccia nell’animo di chi ne fruisce. Ci riferiamo ad opere che aprono un varco all’irrazionale, come una via di fuga possibile, salvifica per ciò che i sensi colgono razionalmente nel quotidiano. Esempi possibili sono l’Eneide, la Commedia dantesca, l’Ulisse di James Joyce, e non saremmo in errore ad inserire nell’ipotetica lista Ghosteen.

L’ultimo album di Nick Cave chiude una trilogia e allo stesso tempo si separa, per grandezza, dai due album precedenti. Il primo di questi, Push The Sky Away, fu mestamente premonitorio della fase che si sarebbe aperta in seguito. Il secondo, Skeleton Tree, coinvolgeva l’artista in una lotta personale con la propria schiavitù emotiva, lasciando poco alla fantasia dei seguaci di Re Inchiostro. Ghosteen, diversamente, collega inesorabilmente i concetti di “fine” ed “inizio”, rivelandosi un’opera universale e piena di possibili interpretazioni future. Ciò che sembrava personale e intimo, si tramuta in un anello di congiunzione per gli uomini (accomunati dalla sofferenza). Poesie senza età ed etichette che donano un cielo sconfinato di amore per chi ha bisogno di rileggere le proprie esperienze in un’opera d’arte, anche solo per sentirsi compreso. La struttura dei dodici brani che compongono questo diciassettesimo album del gruppo australiano è scarna di elementi ritmici, ad eccezione delle fedeli linee di piano. Le atmosfere sono quasi sempre rarefatte e sospese, si rifugiano nell’ambient e nei vocalismi da gospel. Sono colme, nell’imprinting sonoro, di una pietas che varia di gradazioni, ma che rimane immutata e volta ad incorniciare un lavoro di songwriting da antologia. Due dischi che parlano rispettivamente di una creatura che ha passato una linea di confine e di esseri materialmente perduti.

Nella prima parte deve aspettare il treno delle 5.30 che riporterà il “buon figlio” da lui (Bright Horses). L’artista è Dio, nella misura in cui invoca e riconfigura la propria creazione. È in grado di dilatare le dimensioni dello spazio e del tempo, di trovare un punto di incontro col giovane spirito. Sa riconoscerlo tra centinaia di altri suoi simili che salgono verso il sole (Sun Forest). Aspetta con fervore il momento epifanico in cui lo spirito lo rassicurerà, dicendogli che sarà sempre dentro di lui e viceversa (Ghosteen Speaks). Il messaggio conclusivo è che ci sarà sempre un modo per continuare a darsi amore l’un l’altro.

Nella seconda parte l’artista torna nella sua finitudine: si prodiga per dare un messaggio di speranza all’altro angolo della familiare figura geometrica, descrivendo, in un flusso di parole che scorre a briglie sciolte, il precario stato d’animo di sua moglie. Si torna inevitabilmente soli e coscienti, anche se rimane la consapevolezza che non ci sia niente di male ad amare qualcosa che non si può
stringere fra le mani. “Noi siamo qui, e tu sei dove sei” (Fireflies). Come un narratore esterno ma consapevole del suo ruolo, è condannato a fornire la versione di sé più lontana dall’iconografia e dal fanatismo che circondavano la sua figura. Aspetta il momento fatidico in cui tornerà la pace (Hollywood), che sia in questa vita o dall’altra parte non è dato sapere. Quando tutto finisce, il dubbio di
cosa succederà poi diventa incalzante. Gesù, Buddha, così come ogni genere di idolo antropomorfo, si ridimensionano a mere metafore nel testo, marionette, coerenti mezzi gnoseologici per un uomo che ha bisogno di un varco per (ri)vedere letteralmente una parte di sé che non può fare più nient’altro che amare. Poco altro da aggiungere. Un modo molto azzeccato per assimilare Ghosteen potrebbe essere quello di ascoltare il disco senza lasciarsi limitare, evitando di prendere esageratamente in considerazione le amare note biografiche che fanno parte della sfera privata dell’artista. L’ideale sarebbe cogliere tutto per quello che è: un’opera d’arte per tutte le epoche, il punto di non ritorno, l’episodio in cui Cave (allievo) supera ineluttabilmente Cohen (il maestro). Imprescindibile.

Vincenzo Papeo 

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