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‘Yankee Hotel Foxtrot’ dei Wilco diventa maggiorenne ed è già nella storia

 

10:03:30  – 23/04/2020

Yankee Hotel Foxtrot è uno di quei dischi sui quali sarebbe possibile scrivere fiumi di parole senza accennare minimamente al contenuto musicale. Questo vale soprattutto da quando Jeff Tweedy ha pubblicato la propria autobiografia un paio d’anni fa, visto che, grazie a essa, è ancor più facile apprendere i retroscena che i fan dell’epoca già conoscevano.

Le vicissitudini discografiche

La data di pubblicazione di “Yankeee Hotel Foxtrot” era originariamente prevista per l’11 settembre 2001 (e la copertina coi due grattacieli non avrebbe senz’altro aiutato), annullata perché la Reprise (sussidiaria della Warner), l’etichetta della band, non approvò il disco, e Tweedy e soci, che in precedenza avevano sempre provato a venire incontro alle esigenze della label, stavolta alzarono la testa e fecero in modo che il disco rimanesse di loro proprietà e che l’accordo con la Reprise terminasse in quel momento. Corollario della vicenda fu la decisione da parte dei Wilco di condividere il disco in Rete. Con questa strategia i fan avrebbero potuto ascoltarlo fino a quando non si fosse giunti a una pubblicazione canonica, che arrivò su Nonesuch il 23 aprile 2002.

Le uscite e gli ingressi nella formazione

L’altro tema forte al di fuori del contenuto musicale è quello della lineup, perché, per prima cosa, venne estromesso un musicista importante nelle dinamiche del gruppo come Jay Bennett, che Tweedy allontanò da se stesso più che dalla band, poiché gli presentava continuamente tentazioni troppo forti per la sua tossicodipendenza, e la scelta era o di morire, o di suonare senza di lui. È andata a finire che Jeff è ancora qui tra noi, mentre Jay, purtroppo, è deceduto per overdose non molti anni dopo. Il secondo evento fondamentale relativo a questo aspetto è l’ingresso di Glenn Kotche. Tweedy si trovò subito a meraviglia con il batterista iniziando così a costruire quella meravigliosa macchina da live che sono i Wilco attuali.

Le linee generali del contenuto musicale del disco

Per fortuna, comunque, il contenuto musicale è ben più meritevole di attenzione rispetto a queste vicende, seppur interessanti. Nella propria autobiografia, Tweedy racconta di essersi sentito più convinto che mai delle proprie qualità da autore. Ha raccontato di aver provato l’esigenza di allargare il più possibile i confini dello spettro musicale proprio e del progetto.

Non ne poteva più del fatto che i Wilco venissero ancora catalogati come alt-country dopo un disco spudoratamente pop come il precedente Summerteeth. Tweedy decise così di prendere strade diverse e ancor più distanti dai canoni della tradizione americana, ai quali ancora in troppi lo vedevano fortemente legato. Mise in campo tutta la propria passione per il kraut- rock e la musica sperimentale  fatta da rumori. Non ci riuscì nemmeno stavolta a togliersi quell’odiata etichetta. Di più non poteva fare, e la colpa è solo della pigrizia di critici e ascoltatori.

La concretizzazione delle linee generali negli episodi specifici

Il tasso di varietà e di imprevedibilità di Yankee Hotel Foxtrot è percepibile già dalla successione delle prime due canzoni. I sette minuti di I Am Trying To Break Your Heart rappresentano una costruzione complessa. Una prima metà è in equilibrio tra monolitismo e scorrevolezza e una seconda metà volutamente disordinata. Successivamente arriva Kamera, che dura esattamente la metà. La canzone è agli antipodi rispetto al brano precedente anche per quanto riguarda la facilità d’ascolto e il convenzionalismo dello sviluppo e della melodia. L’album vive di continue contrapposizioni e di continui andirivieni tra brani più sperimentali e altri, invece, più aderenti alle tradizioni. Il suo punto di forza è che gli episodi di queste due tipologie così diverse stanno benissimo gli uni accanto agli altri. Nei momenti più audaci hanno sempre e comunque un forte filo logico, e quelli più normali non sono mai piatti ma hanno sempre con sé tanti dettagli sonori. Tra le più belle canzoni dell’intera carriera della band, Radio Cure e soprattutto Jesus Etc. sono ulteriormente valorizzate dal contesto globale del disco.

Anche all’interno delle due tipologie la varietà è ampia. Può capitare che esse si mescolino, come Ashes Of American Flag e Heavy Metal Drummer, non a caso poste al centro del disco, come luogo simbolico per l’interazione tra i due mondi. E anche quando si arriva al quartetto finale, le sorprese non mancano, come una I’m The Man Who Loves You tra rock n roll primordiale e armonie glam, una Poor Places più che mai imprevedibile e impossibile da catalogare e la conclusiva Reservations che risulta la canzone più drammatica ed emotiva, perché per un disco del genere ci voleva un commiato particolarmente intenso.

Perché questo disco è il principale e il più rappresentativo punto di svolta nel percorso dei Wilco

Da qui in poi, i Wilco non hanno mai smesso di fare musica più eclettica rispetto a quanto comunemente si riconosca loro, e, negli ultimi 15 anni hanno mantenuto la stessa formazione e sono arrivati a un controllo della propria arte davvero solido e invidiabile. Eppure, se si dovesse scegliere un solo disco per rappresentare al meglio tutto ciò che ha saputo fare questa band straordinaria, “Yankee Hotel Foxtrot” appare la scelta più sensata, nonostante i sopra citati importanti cambi di formazione, nonostante il periodo difficile che stava vivendo il leader del gruppo e nonostante le vicissitudini discografiche. A pensarci bene, forse è stato proprio questo stato di cose a creare lo stimolo, tanto irrazionale quanto intenso e vitale, capace di ispirare la creazione di un’opera d’arte così valida. Quando il rischio che tutto vada all’aria diventa più concreto che mai, i grandi artisti reagiscono e mettono in campo il meglio di sé.

Stefano Bartolotta 

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