In Ricorrenze

‘Unknown Pleasures’: una meravigliosa e oscura rappresentazione diventata leggenda


Dopo la ferocia del punk scagliata in salita contro il potere, si insinua una lenta discesa verso l’anestesia emotiva di una vita svuotata di appigli, perché al culmine della guerra avevamo fatto terra bruciata delle nostre anime. Nessuno come i Joy Division ha saputo cantare la mancanza di piacere come una condanna, nessuno come loro ha ritagliato un’estetica sulla confusione e l’incredulità, con un album che ha influenzato generazioni di musicisti.

Unknown Pleasures viene pubblicato quarant’anni fa dalla Factory Records e diviene subito icona. La cover del disco, a firma di Peter Saville, prende in prestito la grafia delle onde elettromagnetiche della prima pulsar mai scoperta. Così come il suo frontman, Ian Curtis, magnetico come una meteora e sensibile antenna del disagio degli Ottanta. Con Unknown Pleasures si forgia il carattere del genere new wave, che è inizialmente recepito come un termine ombrello per legittimare tutte le devianze musicali nate sulla scia del punk. E, sul bordo di un decennio, i Joy Division mutuano proprio dal punk il nichilismo indefesso che diviene, con la band di Manchester, un frutto maturo esacerbato dall’inconfondibile vena dark.

Del punk è lo scompiglio dei valori cantato in Candidatecon le sue le sferzate chitarristiche e la batteria arida. Del punk è il senso di perdizione di Disorderche apre l’album con il suo indimenticabile riff di basso. Si impone come l’inno di tanti ragazzi che, nella reiterazione finale della stessa parola, hanno cercato di esorcizzare il loro malessere. Ma anche la concitazione di un brano come Interzone, che sorprende per la sua vitalità quasi fuori contesto.

I Joy Division fanno deflagrare il punk in un abisso con i suoni secchi della chitarra di She’s Lost Controldove la batteria diviene uno schianto e gli echi della voce e della mente di Curtis si rincorrono. E la desolazione palpabile del capolavoro Shadowplaycon una linea vocale quasi monocorde e il basso che, come un battito cardiaco, danza sull’attesa spasmodica di qualcosa o qualcuno.

L’album chiude la sua discesa negli inferi della psiche con le linee di basso viscerali di I remember Nothing che non lasciano speranza, così come la crudezza delle chitarre appena accennate che danno spazio a un’intimità malata e al rumore dei cocci di un’anima devastata. Dieci tracce per denunciare piaceri che suonano ancora sconosciuti.

 

Martina Lolli

 


Ian Curtis – voce
Bernard Sumner – chitarra
Peter Hook – basso

Stephen Morris – batteria

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