In Ricorrenze

Scavare l’inconscio tra sogni e ossessioni a colpi di soul psichedelico e aggressivo rock: il ‘Gentlemen’ degli anni ’90 compie 26 anni

 

Ho fatto sempre una gran fatica a capire l’associazione Afghan Whigs /grunge, ma sta di fatto che la band di Greg Dulli viene da sempre associata al fenomeno nato a Seattle e bruciato nel mese di aprile del ’94 con la morte di Kurt Cobain. Greg Dulli, Rick McCollum e Steve Earle autoproducono alla fine degli anni ’80 Big Top Halloween, piazzano subito dopo Up In It, e successivamente sfornano l’ottimo Congregation, secondo album sotto contratto dalla Sub Pop Records. Il 5 ottobre del 1993 il gruppo compie un passo notevole in avanti e confeziona (grazie alla magistrale produzione dello stesso Dulli) quello che a oggi è il capolavoro della band, Gentlemen. Il disco, prodotto dalla Elektra Records, è il migliore  rinnovamento sonoro della black music. 

Ritornando alla favoletta del grunge – in realtà inventata da giornalisti del Melody Maker –  Gentlemen rappresenta, meglio di tanti gonfiati dischi grunge, il disagio della Generazione X. 

Un concept album partorito intorno ai fallimenti dell’uomo nelle relazioni che necessita un’esperienza di ascolto intensa. Non è facile descrivere “come suona questo album”, non è contestualmente facile capire “come suona la band”. Gli Afghan Whigs sono una di quelle band che in qualche modo suonano come innumerevoli cose che hai sentito prima, eppure assolutamente uniche e fresche.

Provate a centrifugare Stevie Wonder, Marvin Gaye ai Pixies e il risultato sarà un mix ossessivo di suoni spigolosi, soul e rock. Gentlemen è pulito ma allo stesso tempo tagliente. Dalla prima canzone all’ultima, si respira il lento e lacerato conflitto interno di Greg Dulli. Il disco vive in due blocchi temporali diversi. Il primo caratterizzato da tre gioielli: l’opener affidato alla lenta e sofferta If I Were Going, segue Be Sweet esplosiva nel suo incidere di chitarre liquide e Debonair, lunga colata di chitarre funky che si mescolano ai clap di bassi e batteria. Il secondo blocco invece è una ragnatela di connessioni che si incentrano su un lato maggiormente post punk. Una seconda parte tormentata e allucinatoria viene costruita, pezzo dopo pezzo, da una scrittura più intima capace di esprimere l’inconscio più profondo (la struggente My Curse cantata magistralmente da Marcy Mays degli Scrawl e I Keep Coming Back). 

Il lamento del grunge e degli anni ’90 lascia spazio a una matura e razionale autoanalisi, spietata e penetrante. Inquietante e claustrofobico dall’inizio alla fine, Gentlemen racconta quello che altri non hanno mai raccontato negli anni ’90. Tra segreti e ansie, sogni e ossessioni, sfida il territorio umano e la sua continua ricerca sul sé e sul mondo che lo circonda.

G.A

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