In Ricorrenze Dischi

Quindici anni fa usciva Antics degli Interpol: un paracadute di amore disilluso e di ermetismo


2004: Gli Interpol sono uno dei gruppi più attesi al varco, da detrattori e fan, del movimento revivalista-indie newyorkese attivo nei primi anni duemila. Antics esce dopo appena due anni di attesa da quel cupo e osannato miracolo di TOTBL. Se il buon senso avrebbe dovuto quantomeno consigliare alla compagine newyorkese di continuare sulla scia del sound angoscioso e macabramente minaccioso generato per TOTBL, parto di un post-punk/crasi perfetta tra Chameleons e Joy Division, stavolta i punti di riferimento cambiano completamente. Talking Heads, i REM più genuini, forse, ma la differenza in Antics la farà Paul Banks con le sue liriche, decisamente egocentriche e peculiari. New York diventa un’alcova per innamorati in cerca di un’occasione, consola al posto di biasimare, come riporta ermeticamente uno dei versi della opener Next Exit (We’re going to the city/ Gonna trek this shit around/ And make this place a heart to be a part of), che descrive il tentativo di un uomo che vuole riabilitare la sua dolce metà dalla droga. 

Il punto chiave è cercare di essere parte integrante della metropoli, che si fa organo vitale. Antics è Eros, privato della controparte onnipresente in TOTBL. Antics è il mare, metafora dell’esplorazione amorosa. Come osserviamo nel codice Morse, presente all’interno del packaging e in alcuni brani, la navigazione è diegetica e itinerante. Banks esplora rapporti fedifraghi consumati impunemente (c’è una nave che può salpare per la Norvegia e invertire la rotta dei due amanti in Take You on a Cruise); va al di là di ogni barriera, salpando con un vascello nel cosmo più sconfinato (Public Pervert); interiorizza e chiude definitivamente l’album con una vicenda terribile ambientata in mare, ribaltando ogni genere di prospettiva narrativa e descrivendo puerilmente la scena di un abuso domestico tra padre e figlio, focalizzando il tutto dalla prospettiva di un crostaceo! (A time to be so small).

Ma non solo: Antics è l’album dell’intro di basso-mantra che riempie Evil, uno dei pochi brani che, per sonorità e tematiche, sarebbe calzato benissimo in TOTBL, dei riff-tormentoni di Narc e Lenght of Love; ma soprattutto, Antics è che il disco che contiene una delle rare progressioni interpoliane compiute del tutto, accompagnate dal flusso di coscienza di Banks (in questo senso, Not Even Jail rimane unica). Col senno di poi, e lo affermiamo amaramente, questo lavoro rappresenterà l’inizio della fine per gli Interpol. Forse, proprio per questo, la seconda opera degli Interpol rimane la preferita di Banks e soci, almeno stando ad una loro intervista rilasciata per Vice in occasione dell’uscita del buon Marauder (2018). Una presa di coraggio squisitamente pop impossibile da ripetere, così come difficile da decifrare nella sua enigmaticità e nel suo ermetismo.

Tutto questo amore portò ad un 8.5 di Pitchfork, tra i voti più autorevoli, che riempie ancora di giubilo e fa pensare a quanto, checché se ne dica, la band in questione non rientrasse unicamente in una etichetta predefinita. Per il divario ingiusto che si creò con il suo predecessore, per i paragoni scomodi che lo penalizzarono, Antics fu “arte in funzione dell’arte”. Tutto l’amore che la band riversò in questo LP si rivelò improduttivo e, quindici anni dopo la sua uscita, siamo qui ancora a chiederci il motivo. Quel che sappiamo, è che Antics rappresenta la controparte bianca di TOTBL, così diverso dal suo predecessore e, a suo modo, unico tra gli album che uscirono in quella decade.

Vincenzo Papeo 

Nessun Commento

Lascia un Commento