In Recensioni - Album della settimana

Pinegrove – ‘Marigold’

10:22:59   –   03/02/2020

 

 

Etichetta: Rough Trade
Genere: indie rock
Release: 17 gennaio

In un’epoca storica nella quale molti cercano di ascoltare più dischi possibile ogni settimana, si rischia di lasciare da parte alcune sfumature di tutto ciò che comporta l’ascolto di un disco, che non significa solo utilizzare l’udito, ma anche immergersi nelle atmosfere e nelle sensazioni proprie di ciò che si sta ascoltando. L’effetto collaterale di tutto ciò è che sempre meno uscite si poggiano sull’importanza della suddetta immersione, proponendo musica tanto ben fatta quanto superficiale, che provoca piacere ma che non porta l’ascoltatore a viverla. Per fortuna, esistono ancora band come i Pinegrove, che puntano tutto su canzoni fatte per stendere al primo ascolto, con melodie pulite, un cantato espressivo e pieno di sentimento, un sound chitarristico pastoso e dinamico, ma soprattutto sul potere della suggestione data dall’unione di questi elementi.

Ovviamente, per far sì che il risultato finale sia davvero rimarchevole, sono i musicisti per primi a doversi trovare nel giusto stato d’animo, condizione necessaria per far arrivare l’ispirazione da cavalcare per costruire un gran disco. Il quartetto newyorkese avrebbe potuto avere tutto in mano già tre anni fa, visto l’aumento di popolarità che ha seguito il secondo disco Cardinal del 2016, ma sul più bello, il leader Evan Hall è stato coinvolto in una vicenda di presunti abusi psicologici da parte sua nei confronti di una ragazza che frequentava, e la preparazione del successivo disco Skylight è stata congelata per un anno. Era ovvio che, quando poi il disco è uscito, nel 2018, si sarebbe rivelato un lavoro non privo di spunti di interesse, soprattutto melodici, ma mancante di quell’espressività e quella schiettezza necessarie per chi fa questo tipo di musica.

Per fortuna, non solo esistono ancora band come i Pinegrove, ma esiste anche chi non condanna in eterno una persona solo per il dubbio che si sia comportata male, e capisce che un’altra possibilità può essere concessa. In questo caso, parliamo della Rough Trade, che ha letteralmente dato alla band l’occasione della vita, e che doveva essere necessariamente sfruttata. E i quattro hanno compiuto perfettamente la missione, ritrovando il fuoco sacro della convinzione in se stessi e della necessità di esprimere sensazioni ambivalenti, tra tensione e ricerca di positività, non solo con i testi, ma letteralmente parlando all’ascoltatore con il linguaggio della musica fatta col cuore, senza effetti speciali ma con la giusta attenzione affinché l’unione degli elementi citati di cui sopra desse un reale valore aggiunto, che andasse al di là del mero valore del loro accostamento.

Che si tratti del minuto scarso di Spiral, semplice e intensa come un risveglio col batticuore, o dei sei giri di orologio abbondanti della conclusiva title track, una morbida coda strumentale che accompagna per mano l’ascoltatore all’uscita con gentilezza e empatia, o dell’abbraccio caloroso di una The Alarmist in perfetto equilibrio tra delicatezza e decisione, o della cascata di elettricità del singolo Moment, o ancora della rotondità melodica che caratterizza l’altra anticipazione Phase, o degli episodi più dolci e spogli come No Drugs o Alcove, i Pinegrove colpiscono invariabilmente nel segno dalla prima all’ultima canzone, con armi che certamente non si sono inventati loro, ma che, a oggi, sanno sfruttare meglio di chiunque altro abbia ancora voglia di utilizzarle. Armonie efficacissime, arrangiamenti abilmente basati su linee melodiche strumentali che interagiscono al meglio con quella vocale, oppure sul semplice potere evocativo di un certo suono, o anche su entrambe le cose allo stesso tempo, senza mai suonare ripetitivi e facendo in modo che l’effetto di già sentito venga dissipato dalla prorompente sensazione che chi se ne frega se questa cosa l’hanno già fatta in mille, senti che figata.

“Questo disco è dedicato a chi ha conosciuto la felicità, poi l’ha persa, ma ora l’ha riavuta indietro”, dice la band attraverso la propria newsletter, e se pensate a quanto semplice e potente possa essere quest’idea, siete già sulla buona strada per capire cosa aspettarvi da questo disco. Poi lo ascolterete, e sarà sicuramente la prima di numerose volte, perché viene troppo naturale interiorizzare e vivere un album così.

Stefano Bartolotta 

 

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