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Michael Kiwanuka – ‘Kiwanuka’

 

 

Etichetta: Interscope
Genere:  psych soul

Release: 1 Novembre

Quando nel 2016 Michael Kiwanuka lanciava il suo afflato soul più intimo affidandolo alle note di Love & Hate, la sincerità di quel messaggio arrivò profondissima e nitida. Dolore, amore, solitudine, bisogno di redenzione, aspirazione alla salvezza in un album che per molti rappresentò la sua vetta artistica e per altri, più semplicemente, coincise con un sublime abbraccio consolatorio pieno di umanità e passione. In una parola: soul, “musica dell’anima” . In quel disco, fra la altre cose, si chiedeva “Do I have to rule the world? Or will it come to me?” A guardarlo ora dalla copertina del suo terzo disco, iconicamente chiamato “KIWANUKA” , vestire i panni di un pomposo Re avvolto nel suo ermellino, sembrerebbe aver risolto il dubbio, ma non per questo i tormenti interiori, che continuano ad essere parte viva e presente del suo mondo. Quello che in questo nuovo lavoro cambia è l’approccio, in una nuova tensione in cui la vulnerabilità dell’autore di origini ugandesi (ma di base londinese) viene fronteggiata da una crescente determinazione a sedersi su quel trono da cui, se non proprio governare, quantomeno affrontare il mondo con una sfrontatezza vitale.

A lot of this record is about how you get to an age where you feel confident in yourself and comfortable in your own skin. You’re not trying as hard to be accepted.” (M. Kiwanuka intervistato da NME)In KIWANUKA troviamo tutta la grandiosità di chi ha deciso di spingersi oltre, di uscire dal guscio, di provare a dettare le regole in una visione da un lato più sociale e dall’altro più fiduciosa in se stessa, in cerca di risposte efficaci alla fragilità. Non a caso il disco si apre con un pezzo come You ain’t the problem, una carica vitalistica irresistibile, fin troppo catchy, ma funzionale a porre immediatamente le cose in chiaro.

Discorso strettamente intrecciato al tessuto musicale di cui si colora questo nuovo lavoro, decisamente più ambizioso e sostenuto sia nei ritmi che nelle soluzioni. Il disco si svolge in un continuum ininterrotto, puntellato di intro e interludi a tenere sempre desta l’attenzione sui suoni e sulla loro concatenazione incessante. La produzione, nuovamente affidata ad una garanzia come Brian “Danger Mouse” Burton affiancato dal poli- strumentista e producer hip-hop INflo , potrebbe sembrare quasi troppo invadente, ma contribuisce invece a portare il disco ben al di là di quell’etichetta soul che sta ormai decisamente stretta a Michael Kiwanuka.

Qua dentro ci sono tantissimi mondi mescolati egregiamente, dai grandi classici della tradizione americana più groovy come Curtis Mayfield o Gil Scott Heron (fa capolino anche l’impegno politico in Hero), alle declinazioni più morbide e calde stile Terry Callier, dalla library music alle colonne sonore vintage funky di certi film 70’s (Living in Denial) fino ad arrivare a chitarre di matrice hendrixiana e persino a sinistri echi bristoliani (l’intro di Piano Joint ma soprattutto Final Days). Ascendenze amalgamate talmente bene, però, da non scadere nel citazionismo lezioso. Mostri sacri ancora inarrivabili per Michael Kiwanuka? Il paragone con i grandi del passato è fuori luogo ma soprattutto nocivo all’ascolto. Viviamo immersi nell’era in cui il passato ci sta mangiando tutto, persino la voglia di accogliere un disco del genere: il sospetto è che le nostre orecchie siano talmente piene di musica eccelsa già stata scritta nell’epoca d’oro delle grandi label e, allo stesso tempo, abituate a produzioni odierne molto più sciatte, che fatichiamo ad accettare dischi così compiuti, soprattutto se avvolti da quella nube tossica che è il cosiddetto “hype”. Per una volta, sediamoci al banchetto dello sfarzo assieme a quel Re in copertina e brindiamo ad un lavoro pazzesco che di anima ne ha, davvero, tanta. Per chi la voglia ascoltare.

Patrizia Cantelmo 

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