24/06/2024
Il 6 marzo in un concerto intimo al Circolo Arci Bellezza si è esibito un Micah P. Hinson cambiato, sereno, simpatico, caloroso e in sintonia con il pubblico, si può quasi dire che ha trovato quella pace tanto cercata.

Il 6 marzo in un concerto intimo al Circolo Arci Bellezza si è esibito un Micah P. Hinson cambiato, sereno, simpatico, caloroso e in sintonia con il pubblico, si può quasi dire che ha trovato quella pace tanto cercata.

11:15:45  – 08/03/2023


Un inizio tutto folk

Ad aprire il concerto di Micah, il giovane cantautore italiano, Silva Martino Cantele, in arte Phill Reynolds, e direi di iniziare a parlare di lui perché è un grandissimo artista che ha tanto da raccontare ed è stato impeccabile con il suo stile blues con influenze folk. Ha conquistato tutti con la sua musica e con la sua simpatia.

Con la sua voce, che ricorda tanto Johnny Cash (e di fatto ha fatto una sua cover “Ring of Fire“), ha portato sul palco le sue storie di strada, ricordando la sua esperienza americana “Take me where you want”, l’amicizia con “The Anchor” e la perdita di un amico caro (dite sempre ti voglio bene o ti amo alle persone a voi care, perché un giorno potrebbe essere troppo tardi) dedicandogli una canzone nata proprio dalle parole dell’amico, emozionando tutti con la sua bellezza. 

Che la magia abbia inizio

Entra nell’ombra e il pubblico dopo un caloroso applauso, silenziosamente ha atteso che iniziasse a cantare. La prima canzone è “Wasted Days And Wasted Nights”, attraverso la sua voce ruvida, malinconica e graffiata ha catapultato il pubblico dentro il suo mondo fatto di assenza, rimpianto, amore, perdita, vuoto, smarrimento e rabbia. Seguono altre due canzoni del nuovo album, arrivano subito “Ignore The Days” e “Carelessly”. 

Con le sue melodie semplici racconta una lunga favola per adulti. Micah si conferma poeta maledetto sia nei piccoli momenti orchestrali che nelle ballate folk tragiche.

Il primo tuffo nel passato 

La nostalgia inizia con “Walking on Eggshells” che è un tuffo nel passato, con “Seems almost” comincia un viaggio ipnotico, temporalmente distante dal nostro. 

Più prosegue il live e più Micah dimostra di essere un menestrello dell’animo umano, arricchito con il suo inconfondibile approccio sospeso tra ironia e visionarietà che fa commuovere e divertire allo stesso tempo i suoi fan, soprattutto tra gli intervalli tra una canzone e l’altra; come gli incontrollati “fucking” intercalari dell’artista perché non convinto dell’accordatura delle chitarre, e gli stop all’esecuzione dei pezzi in scaletta di cui non ricordava l’ordine. È stato molto bravo a esorcizzare lo sconforto che le circonda.

Il viaggio termina con “Sleepy Head”, “There’s only One Name” e la cupa “Diggin a Grave” unica canzone veramente movimentata in un concerto dolce come una lunga ninnananna country.

Giù il sipario 

Dopo un’ora e mezza di ballad, negli animi si sente un particolare stato di grazia, tanti sconosciuti che hanno condiviso la stessa intimità di Micah in un luogo accogliente, tra disincanto e compassione, avvolto da un alone di fumo e tenebre.

Cristina Previte 

La scaletta del concerto: 


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