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L’urlo dei King Crimson, icona del prog rock | La storia delle copertine

Il 10 ottobre 1969 usciva il primo disco dei King Crimson la cui copertina sarebbe diventata l’icona di un genere musicale e di una generazione ribelle



12:37:30  – 30/06/2020


IN THE COURT OF THE CRIMSON KING – KING CRIMSON

Anno: 1969
Artwork: Barry Godber

I King Crimson e l’inconfondibile grido

Se si indisse un sondaggio sulla copertina più rappresentativa del Prog rock scommettendo sull’eventuale vincitore, io mi giocherei tutto su In The Court Of The Crimson King dei King Crimson pubblicato per la Island Records nel 1969. Fate attenzione, non ho detto la più bella, ma quella che fa da portabandiera all’intero genere. Quella faccia distorta in un urlo di raccapriccio dipinta da Barry Godber – Dio l’abbia in gloria – è un’opera che va al di là di mere questioni di gusto. Perché? Provate a chiederlo a Jakko Jakszyck, attuale chitarrista dei Crimson, la cui inseparabile chitarra porta aerografata sul body quel volto.

L’unico che l’ha sempre disprezzata è Michael Giles, uno dei perni della formazione che nel 1969 incise il disco. Molti hanno scritto che quel viso appartiene allo stesso Godber che mentre dipingeva si guardava allo specchio. Altrettanti dicono che in quella espressione è cristallizzato un urlo di terrore, di angoscia, dolore, o chissà che altro. Di certo in quel volto c’è la storia dell’arte che risale ai tempi delle maschere tragiche del teatro greco. L’inizio di tutto, in fatto di cultura.

L’uomo dietro l’artwork

Godber aveva frequentato la scuola d’arte di Londra e ne era uscito in anticipo per trovare lavoro come operatore informatico nell’azienda in cui Pete Sinfield, paroliere dei Crimson, faceva lo stesso. Si incontrarono così. Divennero colleghi e amici. Un caso fortuito che fece collimare straordinarie personalità artistiche per una parentesi brevissima: giusto il tempo di confezionare l’album di esordio e al successivo tiro di dadi tutto si sarebbe azzerato o quasi.

Con Barry Godber il fato fu crudele portandolo via a soli 24 anni. Era nato a Hanwell, Ealing, Londra, il 30 settembre 1945 e morì il 2 marzo 1970 nel letto di casa sua a Londra, per il sommarsi di ipertensione polmonare e cardiomiopatia. Nessun giornalista inglese – neppure il biografo Sid Smith – si è mai curato di appurare la vera causa del decesso né le date esatte di nascita e morte. Gli stessi King Crimson – che non gli hanno mai dedicato un riga di commiato – sono sempre stati vaghi: l’infarto la tesi più accreditata. Ci sono voluti un italiano e il suo libro per ripristinare la verità.

Ode a Barry Godber, dunque, il cui ricordo meritava più rispetto. Resta il suo intramontabile (capo) lavoro che continua a fare capolino ovunque: murales, saracinesche, tatuaggi, portachiavi, chitarre e sedimentando nell’inconscio degli appassionati di musica acquisisce sempre maggiore popolarità. Forse Barry si è preso la sua rivincita sin dal primo giorno, da quando la copertina è andata in stampa senza nome della band e titolo a inficiarne l’integrità. Che si tratti di un disco dei King Crimson lo si ottiene osservando la costina, quando aprite la confezione gatefold o estraete il vinile/CD. Altrimenti sin dal primo giorno del suo arrivo nelle vetrine dei negozi di Londra, e così resta oggi, quella cover è solo il dipinto di Barry Godber.

 

Andrea C. Soncini 

 

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