27/05/2024
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Secondo numero di giugno delle consuete uscite discografiche della settimana. In questo capitolo vi raccontiamo di King Krule, degli Squid, Christine and the Quenns, Youth Lagoon, Dream Wife, Dudu Tassa e Jonny Greenwood. Per gli italiani ecco gli Ovlov. 

Secondo numero di giugno delle consuete uscite discografiche della settimana. In questo capitolo vi raccontiamo di King Krule, degli Squid, Christine and the Quenns, Youth Lagoon, Dream Wife, Dudu TassaJonny Greenwood. Per gli italiani ecco gli Ovlov

a cura di Giovanni Aragona, Stefano Bartolotta, Chiara Luzi e Cristina Previte

12:31:30  – 09/06/2023



KING KRULE – SPACE HEAVY
(Art Rock, Singer-Songwriter, Art Pop)

Archy Marshall è un enigma. Nonostante il plauso della critica, rimane ancora una figura misteriosa, l’unico scorcio della sua psiche sono gli incredibili paesaggi sonori che ha mostrato al mondo. Ora, a quasi dieci anni dal suo straordinario debutto nel 2013, King Krule ritorna con “Space Heavy“, un mondo ambizioso di sogni, perdita e la cupa brutalità dell’universo. Scritto tra Liverpool e Londra nel corso di un paio d’anni, “Space Heavy” è tanto eclettico quanto coeso, è un lavoro dinamico e viscerale.

Marshall sembra piuttosto triste, come al solito, e questo sembra farlo arrabbiare, come al solito. Perennemente ostacolato dal sistema sociale o romanticamente preso a pugni da qualunque donna. “Flimsier” gira un lamento meraviglioso e scricchiolante per una relazione che si sta disintegrando. Mentre la sua malinconia si scontra con le richieste e le ricompense della paternità, Marshall sperimenta l’amore in “uno stato di fuga“, sentendosi “separato nelle più minuscole lacune di tempo e spazio“, mentre brontola su “Hamburgerphobia“. Il suo spostamento esistenziale si manifesta in una preoccupazione per lo spazio: canta di vuoti, pause intermedie; teste, petti e stomaci vuoti; il divario incomprensibile tra una coscienza e l’altra; il modo in cui l’amore dei genitori può chiuderlo. “From the Swamp“, una cartolina più solare della vita domestica, descrive una tentazione assillante, un palpito nostalgico, a cui finalmente resiste.

Un’interpretazione della  portata limitata di “Space Heavy” è che Marshall, sapendo tutto questo, è diventato diffidente nei confronti del pensiero del capolavoro e dell’ideale macho del genio torturato. Le sue canzoni sono sempre state vicine a casa, macchiate di carbone dal crepuscolo londinese e dalla cadenza notturna del jazz londinese. Su  “Space Heavy“, per la prima volta, anche le ambizioni del grande cantautore londinese si sentono locali.
(Cristina Previte)


 SQUID – O MONOLITH
(art-rock)

C’erano molte aspettative per questo secondo lavoro degli Squid, dopo la grande creatività messa in mostra già nell’esordio, e la dimostrazione che si può certamente aderire ai filoni musicali più in voga, ma, per distinguersi dalla massa, il numero e la qualità delle idee sono comunque la cosa più importante.

La band, lo diciamo subito, fa un bel passo in avanti qui, perché, partendo da ciò che aveva fatto nel 2021, amplia di molto il ventaglio di soluzioni, dal punto di vista sia ritmico, che di arrangiamenti, che emotivo, e colpisce sempre, invariabilmente, nel segno.

Ascoltando queste canzoni e pensando al percorso finora fatto, viene naturale immaginarsi gli Squid come una di quelle band che non potrebbe fare una canzone brutta nemmeno se lo volesse, e, anche ora che nella proposta entrano elementi nu-jazz, atmosfere più rarefatte, momenti di introspezione e soluzioni ritmiche più intricate, lo fanno sempre con criterio e rappresentano aggiunte che davvero arricchiscono il risultato d’insieme. Un lavoro eccellente per una delle realtà più frizzanti e creative in circolazione.
(Stefano Bartolotta)


DREAM WIFE – SOCIAL LUBRICATION
(punk-rock, indie-rock)

Con questo terzo disco, il power trio anglo-islandese tutto al femminile chiarisce, una volta per tutte, che, fondamentalmente, non ha alcun interesse nei confronti di evoluzione artistica o cose del genere, ma vuole solo continuare a fare ciò che ha sempre fatto. Prendere o lasciare, sembrano dirci le Dream Wife con queste nuove canzoni: loro si divertono a continuare a picchiare forte, a trovare melodie contagiose e a cantare testi a metà strada tra l’impegno sociale e la voglia di non prendersi troppo sul serio, e noi possiamo scegliere se continuare a seguirle o passare ad altro, tanto è comunque questo che facciamo nell’epoca dello streaming, quindi perché i musicisti dovrebbero alambiccarsi in pensieri complicati quando la loro natura li spinge a non lasciare la strada vecchia per quella nuova?

Onestamente, questo nuovo disco non ha nulla da invidiare ai suoi predecessori, ed è una gran bella botta di energia positiva e pensante, quindi, se per caso non conoscete la band, accostatevi pure a questo disco con fiducia, e lo stesso potete fare anche se le conoscete e non volevate che cambiassero (del resto, gli Oasis hanno sempre mantenuto moltissimi fan senza mai cambiare davvero, quindi perché le Dream Wife no?), mentre invece, se pretendete il cambiamento a tutti i costi, potreste non rimanere molto soddisfatti da questo ascolto.

Non siamo certo qui a giudicare la visione della musica di nessuno, solo ci sembra giusto avvisare, e ribadire che il disco è di buona qualità e ha tutto per far stare bene chi lo ascolta.
(Stefano Bartolotta)


OVLOV – FUNERAL PARTY
(indie-rock)

I bresciani Ovlov giungono al termine della loro avventura con queste sei canzoni e con un titolo emblematico. La band si era fatta notare soprattutto con l’ottimo secondo disco del 2015, al quale aveva lavorato nientemeno che Andy Rourke in veste di produttore, e purtroppo l’ironia del destino ha voluto che questa pubblicazione arrivasse così vicina alla scomparsa dell’ex bassista degli Smiths.

Venendo al contenuto, le canzoni suonano bene, con arrangiamenti che privilegiano la leggerezza e la scorrevolezza ma che non mancano di sfumature e cura dei dettagli, grazie a un buon uso combinato di chitarre e tastiere.

Anche le melodie sono di buona qualità, e la voce della leader Lù è ancora efficace e carismatica anche dopo tutti questi anni di assenza. Per certi versi gli Ovlov, con la loro vena wave, avevano anticipato i tempi, ed è, quindi, giusto e bello che abbiano voluto mettere la parola fine ricordando a chi li ascoltava cosa sono stati in grado di fare e raccontando a chi non c’era che, tra le tantissime proposte valide del fermento bresciano, la loro era tra quelle che meritava la maggior considerazione.
(Stefano Bartolotta)


CHRISTINE AND THE QUEENS – PARANOIA, ANGELS, TRUE LOVE 
(art pop, art rock)

Un disco immerso, intenso e ben costruito questo quarto album in studio firmati Christine and The Queens. Un lavoro colmo di sensibilità sinistra e dolce, capace di costruire paesaggi sonori splendenti che sembrano squarci d’anima. La voce intensa di Chris è più centrata che mai: allo stesso tempo delicata, come un dito che traccia una vena, e stridente. Un disco egante, morbido e pieno di intrighi introspettivi. Sorprendente.
(Giovanni Aragona)


DUDU TASSA E JONNY GREENWOOD – JARAK QARIBAK 
(art rock, experimental rock)

Nel loro album di debutto, il musicista israeliano Dudu Tassa e il chitarrista dei Radiohead Jonny Greenwood modellano la propria immaginazione all’interno di un moderno libro di canzoni mediorientali, arruolando cantanti ospiti per produrre nuovi arrangiamenti di brani provenienti da Giordania, Algeria, Egitto e Marocco. La coppia ha plasmato opere tradizionali e le ha confezionate in questo lavoro intrigante e ben settato. L’album introduce gradualmente nuove strumentazioni in tutta l’opera e il risultato finale è un disco di grandi spunti e tanta introspezione.
(Giovanni Aragona)


YOUTH LAGOON – HEAVEN IS A JUNKYARD
(indie pop – art pop)

Nel 2016 Trevor Powers decide di mettere in sospensione Youth Lagoon, il progetto musicale con cui, fra il 2010 e il 2016, aveva costruito un personale stile in bilico tra dream pop, indie e lo-fi. Durante questo periodo di fermo la pandemia e un serio problema di salute hanno sottratto a Powers, sia metaforicamente che letteralmente, la voce.

Questa perdita ha innescato nell’artista americano la necessità di rivedere il suo punto di vista sul mondo, portandolo a riflettere sulle priorità della vita e sulle asperità che la puntellano. Poco a poco la voce perduta è tornata e il modo più efficace per permetterle di risuonare è stato liberare dal limbo Youth Lagoon.

 Il nuovo lavoro in uscita oggi, Heaven is a Junkyard rappresenta senza dubbio un ritorno in scena in grande stile; è un album in cui si percepisce un senso di smarrimento enorme raccontato con brani delicatissimi e carichi di pathos. La struttura musicale di questo lavoro è disegnata da un piano leggerissimo che a partire dall’opener, Rabbit, ricama con gentilezza tutti e dieci i brani.

Nonostante Powers ci racconti con liriche ricche di poesia, The Sling, di un paradiso corrotto, tragico e crudo, le melodie ci accompagnano in questo viaggio con una evanescenza che persiste anche quando compaiono i pochi accenni di synth e drum machine, Little Devil from the Country. Ciò che colpisce maggiormente sin dal primo ascolto è la voce, completamente stravolta a causa della malattia, sofferente ma piena di grazia, capace di regalare ulteriore intensità ad un lavoro ottimo. Questo album è probabilmente il miglior rientro in scena che Youth Lagoon potesse realizzare.
(Chiara Luzi)


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