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Le migliori uscite discografiche della settimana| 7 gennaio 2022

Eccoci qui con il primo numero del 2022 delle uscite discografiche della settimana. Poche, ma lo sapevamo, ma di sicuro interessanti. Si inizia l’anno con l’atteso ritorno di The Weeknd, a seguire abbiamo ascoltato gli Spector, Burial e il frizzante lavoro firmato Angus Stone (qui con il moniker Dope Lemon). 

a cura di Giovanni Aragona e Chiara Luzi

16:32:26  – 07/01/2022



THE WEEKND  – DAWN FM
(alternative R&B)

La prima settimana del nuovo anno ci regala subito il quinto lavoro in studio di The Weekend. Prodotto magistralmente da Oneohtrix Point Never, Dawn FM è a tutti gli effetti un concept album. Quello che ci apprestiamo ad ascoltare è un vero e proprio programma della stazione radio Dawn Fm, 103.5, in cui vengono trasmessi i brani di The Weekend. Jim Carrey è lo speaker di questa stazione, una sorta di guida spirituale che ci invita ad ascoltare in relax accettando il nostro destino: “accept your fate with open arms”. 

Ci sono ospiti di grande calibro fra cui, Tyler, The Creator, e Quincy Jones il cui monologo scorre su una base R&B sensualissima. Ciò che colpisce ad un primo ascolto è la solarità del disco, in contrasto con i suoni oscuri del precedente After Hours. Come nei precedenti lavori si è invasi da una cascata prodigiosa di synth e influenze sonore anni ’80 gestite con eleganza e rispetto dall’artista canadese. Il disco si ascolta con facilità, è chiaro e lucido, libero finalmente da paure e dolori, perché come ci ricorda lo speaker Jim, il paradiso è in mano nostra e sta a noi raggiungerlo ‘You gotta be heaven to see heaven.’
(C.L)


BURIAL – ANTIDAWN (EP)
(ambient)

Tantissima attesa (almeno per chi scrive) per il ritorno di Burial. L’enigmatico artista è tornato con questo nuovo EP di 43 minuti spalmati in cinque trame sonore intricate e a tratti molto disturbanti. Un lavoro assai complesso, spigoloso, ma per niente scontato e banale in questo flusso di trame sonore spaziose e desolate. Il consiglio che offriamo subito ai nostri lettori è questo: non giudicatelo dopo un veloce ascolto, ma lasciatevi immergere con calma da questa ipnosi sonora.  

Nelle prime tracce ritroviamo i tempi passati e, in un turbinio di ricordi e sogni andati, veniamo catapultati ad un 2005 sonoro fatto di sporchi vinili inzuppati da oscurità. Nel corso dell’opera (New Love) c’è spazio per frammenti di drum machine vecchia scuola da ascoltare mentre fuori piove e il cielo è bianco. Antidawn è opera lenta e claustrofobica non adatta ai neofiti del genere ne tantomeno ai novelli estimatori di William.  Per i fan nudi e crudi Antidawn risulterà – alla lunga – un ottimo lavoro. In fondo, nessuno come lui produce ambient così sopraffino disegnando trame di  beatmaking di così pregevole fattura. Bentornato.
(G.A)


SPECTOR – NOW OR WHENEVER 
(indie-rock)

Gli Spector sono ancora vivi e vegeti. La band, dopo aver rotto il silenzio pubblicando tre EP negli ultimi anni (nessuno dei quali particolarmente memorabile), ritorna in pista sfornando questo terzo album in carriera. Lo diciamo subito, a scanso di equivoci: l’album è noioso, privo di spunti salienti, ancora controbilanciati da decisioni stilistiche discutibili che strizzano troppo l’occhio ad un pop rock sterile ed annacquato. Now Or Whenever è una grande accozzaglia di suoni… per carità, non c’è nulla di blasfemo incorporare suoni disparati, ma tutto è messo alla rinfusa e senza logicità. Manca totalmente “un percorso” sonoro e così, i pochi elementi interessanti (carina No One Knwos Better), coesistono invece di complementarsi tra loro.
(G.A)


DOPE LEMON – ROSE PINK CADILLAC 
(psych-folk)

Angus Stone ci ha ormai preso gusto ad indossare i panni del cowboy psych Dope Lemon. Questo nuovo lavoro del musicista australiano nato nel 1986,  è un bel dischetto intriso di un groove nebbioso, psych folk e alt pop ben fermentato. Un disco che, suona mare ed estate da ogni accordo e che farà sicuramente strambo ascoltare durante il mese più freddo dell’anno, riuscirà comunque a conquistarvi. Una produzione lo-fi che si intreccia benissimo a dei groove lentissimi e pieni di pathos: il tutto si mescolerà alla psichedelia folk d’annata in attesa delle alte temperature. Nota di merito al brano di chiusura: Shadows in the Moonlight è una “ballad al peyote” molto molto gustosa.
(G.A)


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